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	<title>Questioni di Frontiera &#187; obamawatch</title>
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		<title>A Obama non basterà una svolta centrista per salvare il salvabile</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Nov 2010 15:31:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Mariateresa Le Noci. La sconfitta alle elezioni di mid-term e la risorgenza repubblicana. Il fenomeno del Tea-Party. L&#8217;inconcludenza in politica estera davanti ai grandi attori emergenti come la Cina. E ancora, il pantano in Afghanistan e la irrisolta crisi mediorientale. Gli americani sono delusi da Obama, che spera di riposizionarsi al centro per non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2513" title="obama" src="http://www.noaweb.it/public/obama1.jpg" alt="obama" width="176" height="185" />di <em><strong>Mariateresa Le Noci</strong></em>. La sconfitta alle elezioni di mid-term e la risorgenza repubblicana. Il fenomeno del Tea-Party. L&#8217;inconcludenza in politica estera davanti ai grandi attori emergenti come la Cina. E ancora, il pantano in Afghanistan e la irrisolta crisi mediorientale. Gli americani sono delusi da Obama, che spera di riposizionarsi al centro per non perdere la chance di un secondo mandato. Ma considerando come stanno andando le cose al primo Presidente nero della Storia degli Usa, restare in sella sarà una bella scommessa.<span id="more-2512"></span></p>
<p>Che l’amministrazione Obama non goda di ottima salute è ormai un dato di fatto. Il periodo che il primo presidente afro-americano della storia degli Stati Uniti sta affrontando è fatto di disillusioni, soprattutto per i suoi elettori. Nei mesi scorsi Obama ha perso su due fronti: politica interna e politica estera. Dopo aver subito una “sonora sconfitta” (“shellacking”), come lui stesso l’ha definita, il 2 novembre alle elezioni di mietermi, il Presidente è partito per un lungo viaggio in Asia. Salpato per i lidi orientali con la speranza di intavolare importanti accordi economici con le tigri asiatiche, è tornato a casa con un pugno di mosche. In patria ha destato l’impressione di comportarsi come un burattino nelle mani di abili giostrai, mentre in realtà era partito per raggiungere la finalità di aumentare le esportazioni nei promettenti mercati asiatici di modo da salutare finalmente la tanto odiata crisi.</p>
<p>Ormai i fuochi tra cui il presidente deve destreggiarsi in Oriente sono molti. Tra Cina e Giappone Obama ha tentato di mediare sulla questione delle isole Senkaku. Con che risultato? La Cina ha deciso di bloccare le esportazioni di preziosi metalli rari verso Giappone e Usa. Ha provato a convincere Seul a smetterla di fare affari con Teheran, ma la Corea del Sud ha aggirato il divieto e non ci pensa proprio a troncare con le banche iraniane. Solo in India è stato accolto come un salvatore: la guerra in Afghanistan sta fruttando milioni di investimenti in progetti civili al governo indiano. Peccato che il Pakistan non veda di buon occhio questa situazione che mette in discussione il tradizionale predominio pakistano sulla terra che fu dei talebani.</p>
<p>Ulteriori bacchettate sulle mani Obama le ha ricevute al G20 di Seul. Le tigri asiatiche hanno, infatti, deprecato la nuova politica di “allentamento quantitativo” emanata dalla fidata Fed. Il timore è che la bolla speculativa si allarghi e minacci le nuove superpotenze finora rimaste ai margini della crisi. Se poi aggiungiamo che nemmeno la Cina e la Germania hanno dato il consenso nell’aiutare la ripresa economica americana aumentando consumi e importazioni, allora la situazione si fa davvero complessa.<br />
Le elezioni di midterm per molti erano un plebiscito sulla conduzione obamiana della cosa pubblica. Il responso è stato negativo, merito anche dei repubblicani che memori della lezione del Presidente hanno usato tutti i mezzi a loro disposizione per superare il maestro (vedi il Tea Party e il suo smodato uso dei social media). Per molti questa sconfitta è stata anche un referendum sull’economia: quattro americani su dieci oggi stanno peggio di due anni fa e hanno voluto gridarlo al mondo intero.</p>
<p>Insomma sembra che i problemi ereditati dall’amministrazione Bush stiano finendo per schiacciare Obama. L’Afghanistan si sta dimostrando un pantano e mantenere la macchina militare sta mettendo in ginocchio l’economia americana. In Medio Oriente non sono stati raggiunti risultati apprezzabili nella via verso il processo di pace. Sulle sanzioni nei confronti dell’Iran idem. La riforma più forte che Obama ha sostenuto sin dalla campagna elettorale, quella sulla sanità (il famoso “Obamacare”) è fortemente criticata dai repubblicani che ora hanno raggiunto la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti. E come se non bastasse ci sono anche le polemiche contro la TSA (e il suo controverso body scanner) e quelle sulla giustizia innescate dal caso Ahmed Khalfan Ghailani.</p>
<p>Abe Greenwald dalle colonne di Commentary lancia l’allarme: “Spostarsi al centro è una soluzione politica; i problemi di Obama sono oltre la politica. La sua cura ha messo la salute fondamentale del paese a rischio. Non è più funzionale parlare dei problemi di Obama o dei democratici, quanto piuttosto dei nostri problemi.” I due politici democratici Caddell e Shoen hanno elargito al loro presidente dalle colonne del Washington Post un consiglio accorato: non pensare a ricandidarsi alle elezioni del 2012 quanto a risolvere le questioni aperte.</p>
<p>La svolta al centro di Obama sembra, quindi, essere stata bocciata a prescindere e il tentennare nelle decisioni per non inasprire il confronto politico non convince più nessuno. Alla politica della deferenza o come la chiama Greenwald della “triangolazione” (usare un perno, ad esempio l’Obamacare e su questo cercare compromessi a destra e a sinistra) non paga più. L’ultima spiaggia per il presidente consisterebbe nel resettare e andare oltre una politica “cattiva” perché fatta con l’aggiunta di “adornamenti liberali alle politiche standard”.  Vero è che anche Truman, Eisenhower e Clinton hanno perso le elezioni di midterm e poi sono stati rieletti. Quando finirà il periodo nero di Obama?</p>
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		<title>Il lavoro che non c&#8217;è. Barack Obama come Ronald Reagan</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Oct 2010 12:30:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Maria Teresa Lenoci. Obama ha qualcosa in comune con il Presidente Reagan? Steve Kornacki, su Salon, propone un parallelismo tra l’andamento della prima amministrazione Reagan e quella attuale. Entrambi i Presidenti hanno rappresentato per gli americani la speranza di uscire dal tunnel della crisi economica, risollevando almeno a parole le sorti di un paese [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-2372" title="Obama_Reagan_by_Fruelund" src="http://www.noaweb.it/public/Obama_Reagan_by_Fruelund-300x298.jpg" alt="Obama_Reagan_by_Fruelund" width="167" height="165" />di Maria Teresa Lenoci</strong></em>. Obama ha qualcosa in comune con il Presidente Reagan? Steve Kornacki, su Salon, propone un parallelismo tra l’andamento della prima amministrazione Reagan e quella attuale. Entrambi i Presidenti hanno rappresentato per gli americani la speranza di uscire dal tunnel della crisi economica, risollevando almeno a parole le sorti di un paese alla deriva. Ma dopo lo “stordimento” iniziale è incominciato lento ed inesorabile il declino. L’ultimo rapporto sulle condizioni della occupazione negli Stati Uniti, infatti, non fa ben sperare: i senza lavoro sono saliti al 9,6%, la crescita del settore privato si fa sempre più lenta, l’austerità federale ha imposto una serie di licenziamenti a livello statale e locale. Fino alle elezioni di medio termine del 2 novembre non ci saranno più dati certi e quelli che restano da vendere a Obama non sono certo rassicuranti.<span id="more-2371"></span></p>
<p>Allo stesso modo per Reagan il rapporto sulla disoccupazione pubblicato prima delle elezioni di medio termine fu devastante, evidenziando un aumento della disoccupazione al 10%. Il parallelismo allora diventa d’obbligo. Per avvallare questa sua ipotesi Kornacki riporta un passaggio di un articolo del New York Times del 1982, che potrebbe benissimo valere anche per la situazione odierna: “La recessione ha cominciato a frantumare la fede quasi cieca in voga tra gli economisti e molti altri che questa crisi, come le precedenti, dovesse inevitabilmente essere seguita da un recupero. Nonostante i dati ufficiali che mostrano due trimestri di crescita modesta &#8211; non quattro come il Presidente Reagan ha annunciato martedì notte &#8211; l&#8217;economia non è riuscita a schizzare avanti come molti avevano previsto avrebbe dovuto essere ora. Inoltre, vi è stato un flusso inarrestabile di indicatori economici negativi nelle ultime settimane &#8211; da inventate auto mongolfiere a reclami iniziali di risalita per l’assicurazione contro la disoccupazione al declino deludente nell’indice del governo degli indicatori principali per agosto &#8211; che ha annullato una salita di quattro mesi. Ed è ampiamente prevedibile che, entro pochi giorni, il Dipartimento del Lavoro venga a spiegarci che la disoccupazione è salita al 10 per cento &#8211; un segno ineguagliabile dai tempi della Grande Depressione. Ancora più inquietanti per alcuni sono i dubbi crescenti sul fatto che i meccanismi di ripresa economica debbano &#8211; o possono &#8211; operare come hanno fatto in altri cicli economici del dopoguerra. Alcuni economisti temono che la mancanza di liquidità finanziaria, sia negli Stati Uniti che in tutto il mondo, e la determinazione dell&#8217;Amministrazione nel mantenere le attuali politiche economiche, potrebbero ostacolare o addirittura impedire, al recupero di aver luogo”.</p>
<p>La perdita della fiducia potrebbe avere per Obama lo stesso effetto che ebbe su Reagan nelle elezioni di medio termine: una sconfitta. Questo determinerebbe sicuramente un dibattito sui media, sulla possibile candidatura alle presidenziali del 2012, come avvenne anche per &#8220;Ronnie&#8221; alla ricandidatura del 1984. Ma non si può dimenticare che a dispetto di questo periodo iniziale la politica di Reagan fu fondamentale per le sorti degli Usa, anche se sembra che il presidente attuale miri maggiormente a creare un New Deal americano alla Roosevelt. In entrambi i casi i risultati non si sono visti nel breve periodo. La questione rimane quindi tuttora aperta: Barack Obama come Ronald Reagan?</p>
<p><em><strong>(Maria Teresa Lenoci è Junior Research di Questioni di Frontiera)</strong></em></p>
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		<title>Obama, attento a non fare figuracce!</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Oct 2010 18:52:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Roger Cohen. Nonostante il Presidente americano Barack Obama abbia chiesto al premier Netanyahu di estendere la moratoria sulla costruzione di nuovi insediamenti nei territori palestinesi, il governo israeliano sembra fare orecchie da mercante. La situazione è delicata. I rapporti tra lo stato ebraico e l&#8217;Autorità Nazionale Palestinese sono ancora troppo fragili, e nonostante l&#8217;impegno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2254" title="Barack-Obama-Benjamin-Net-001" src="http://www.noaweb.it/public/Barack-Obama-Benjamin-Net-001.jpg" alt="Barack-Obama-Benjamin-Net-001" width="236" height="141" />di <em><strong>Roger Cohen</strong></em>. Nonostante il Presidente americano Barack Obama abbia chiesto al premier Netanyahu di estendere la moratoria sulla costruzione di nuovi insediamenti nei territori palestinesi, il governo israeliano sembra fare orecchie da mercante. La situazione è delicata. I rapporti tra lo stato ebraico e l&#8217;Autorità Nazionale Palestinese sono ancora troppo fragili, e nonostante l&#8217;impegno profuso da entrambe le parti se l&#8217;appello di Obama non venisse ascoltato tutti gli sforzi fatti fino ad oggi risulterebbero vani.  Sarebbe un terribile errore. Obama deve lottare fino all’ultimo minuto per evitare un’evenienza simile. La sua credibilità internazionale è in bilico.<br />
<span id="more-2253"></span></p>
<p>A una cena organizzata dai leader ebrei americani in onore del presidente palestinese Abu Mazen, ero seduto con un alto diplomatico degli Stati Uniti alla mia sinistra, il segretario generale dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina alla mia destra, e Abu Mazen di fronte. Era come se, pur ascoltando una travolgente overture di pace, un sinistro leitmotiv di disastro risuonasse nelle mie orecchie con sempre maggiore insistenza.</p>
<p>Mentre Abu Mazen si rivolgeva al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, definendolo come il suo “compagno nella pace”, e dicendo che sarebbe stato “criminale” se i leader palestinesi e israeliani avessero fallito, il diplomatico americano e Yasser Abed Rabbo dell’Olp mi bisbigliarono che all’orizzonte si stava palesando la madre di tutti i fallimenti. “Netanyahu sta giocando”, disse Rabbo.<br />
Sono andato via dalla cena convinto che gli Stati Uniti fossero sull’orlo di un fiasco diplomatico. Meno di un mese dopo che il Presidente Obama, durante una cerimonia alla Casa Bianca, aveva dato l’imprimatur al rinnovo del dialogo israelo-palestinese, i negoziati sembravano già vicini alla rottura. Se ciò dovesse effettivamente accadere, come Netanyahu e Abu Mazen sanno bene, Obama farebbe la figura del dilettante.</p>
<p>Si dà il caso, però, che i due leader abbiano bisogno degli Stati Uniti, e questo fa da incentivo a evitare l’umiliazione del Presidente democratico. Ma a solo un paio di giorni dalla scadenza della moratoria per la costruzione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, entrambe le parti si sono bloccate. Nonostante l’appello di Obama a Netanyahu, “Sarebbe opportuno estendere quella moratoria”, il governo israeliano sembra aver rifiutato un’estensione formale. Sarebbe un terribile errore. Obama deve lottare fino all’ultimo minuto per evitare che ciò avvenga. La sua credibilità internazionale è in bilico.</p>
<p>Durante la cena Abu Mazen ha fatto a tutti una bella sorpresa, tornando sui suoi passi rispetto alle precedenti dichiarazioni, che lo vedevano pronto ad abbandonare il dialogo se si fosse ripresa la costruzione degli insediamenti israeliani. Non poteva certo dire che avrebbe abbandonato del tutto il tavolo delle trattative, ma – citando le sue stesse parole – “sarebbe molto difficile per me riprendere il dialogo”. Insomma: far ripartire la costruzione degli insediamenti sarebbe un duro colpo agli sforzi più recenti per la pace.</p>
<p>Perché, ha chiesto Abu Mazen, Netanyahu non può dire al suo gabinetto di centrodestra di aver bisogno ancora di tre mesi di estensione della moratoria, visto che il negoziato è in una fase delicata? Buona domanda, in risposta alla quale, però, Netanyahu potrebbe anche chiedere: perché invece i palestinesi hanno aspettato fino alla scadenza della moratoria per riprendere le trattative? Dan Meridor, ministro israeliano della sicurezza e dell’energia atomica, la butta sul filosofico: “La fine del congelamento è un test importante per il concetto stesso di compromesso. Nessuna delle parti otterrà tutto ciò che vuole”.</p>
<p>Un pensiero corretto in linea di principio, ma Meridor non coglie il punto.  Questa decisione rappresenta un test per qualcosa di molto più profondo. È un banco di prova sulla serietà di Israele riguardo la pace. È un banco di prova per capire se l’idea del doppio Stato possa davvero far superare la persistente illusione di un unico Stato messianico tra la Giudea e la Samaria. Se la soluzione deve essere la divisione in due Stati, essa non può presupporre che lo spazio fisico palestinese continui a diminuire, metro quadro per metro quadro, mentre gli insediamenti si espandono. Due più due non fa cinque.</p>
<p>La storia dei quarantatré anni di occupazione israeliana della Cisgiordania è stata dolorosa e corrosiva, un ciclo di aspra repressione e di terrore palestinese. Ne “Il vento giallo” il romanziere israeliano David Grossman, la cui biografia firmata da David Packer per il New York Times è assolutamente da leggere, la mette così: “Non capisco come un’intera nazione come la mia, una nazione illuminata sotto più punti di vista, riesca ad abituarsi a vivere come un conquistatore senza rendere squallida la sua stessa vita”. La maggioranza degli israeliani vuole davvero continuare a dominare un altro popolo? O è pronta, nella piena garanzia dei propri diritti, a operare quelle scelte dolorose che conferirebbero, restituendo la dignità al popolo vicino, una nuova affascinante dignità a Israele?</p>
<p>Credo che gli israeliani siano pronti a prendersi questo rischio – la pace è sempre un rischio – ma Netanyahu deve guidarli. Non ha ancora preso la decisione di farlo. È un politico che alza il dito per interpretare il vento. Quello che sente come giusto, con il partito del Likud e gli altri, è che non può estendere la moratoria e tenere le cose sotto controllo.  O almeno così pare. Certo, dovrà impegnarsi personalmente a limitare al minimo gli insediamenti in Cisgiordania. Ma questo non è abbastanza per una leadership palestinese che ha compiuto passi importanti per la stabilizzazione, e necessita di un segnale chiaro, specie adesso che Israele si rende conto che la pace comporterà un arretramento degli insediamenti, non certo una loro ulteriore crescita.</p>
<p>Abu Mazen affronta con serietà il processo di pace. Il suo primo ministro, Salam Fayyad, è molto serio e ha fatto abbastanza in Cisgiordania, tanto da incoraggiare un pronunciamento della Banca mondiale questa settimana: “Se l’Autorità nazionale palestinese mantiene il suo rendimento attuale nello sviluppo istituzionale e nell’erogazione di servizi pubblici, è ben piazzata per la costituzione di uno Stato, in qualsiasi momento nell’immediato futuro”. Entrambi questi uomini hanno fatto un lavoro enorme per frenare la violenza, rinunciando a essa come metodo di lotta, e istituendo servizi di sicurezza credibili. Israele non potrà trovare interlocutori migliori.</p>
<p>Ma l’avanzamento di questo processo è delicato, come hanno dimostrato gli scontri recenti. Ecco perché Obama ora deve “rompere qualche osso” per intraprendere la sua strada: “Bibi, leggi dalle mie labbra! È opportuno estendere questa moratoria per alcuni mesi. Per Israele e per gli Stati Uniti”.</p>
<p>Tratto da New York Times<br />
Traduzione di Andrea Aufieri</p>
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		<title>Quei difficili rapporti di forza tra Obama e Netanyahu</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Jun 2010 13:24:58 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Maria Teresa Lenoci*. I neocon americani sono preoccupati dagli sviluppi dei rapporti fra il Presidente Obama e il primo ministro israeliano Netanyahu. Prendiamo l’ultimo incontro avvenuto a Washington, a porte chiuse, con l&#8217;americano che perso la pazienza davanti al muso duro di &#8220;Bibi&#8221;, in un’escalation di pregressa e fondata conflittualità personale e politica tra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1968" title="net" src="http://www.noaweb.it/public/net.jpg" alt="net" width="200" height="127" />di <strong>Maria Teresa Lenoci*.</strong> I neocon americani sono preoccupati dagli sviluppi dei rapporti fra il Presidente Obama e il primo ministro israeliano Netanyahu. Prendiamo l’ultimo incontro avvenuto a Washington, a porte chiuse, con l&#8217;americano che perso la pazienza davanti al muso duro di &#8220;Bibi&#8221;, in un’escalation di pregressa e fondata conflittualità personale e politica tra i due. Dell&#8217;altro ieri, la notizia che un altro vertice è saltato dopo l&#8217;assalto dei commando israeliani alla nave turca Marmara. Occorre fare un passo indietro. Uno dei temi principali della campagna elettorale di Barack Obama (come anche di Hillary Clinton) alle elezioni presidenziali del 2008 è stato quello di rilanciare il processo di pace israelo-palestinese. Sul fronte israeliano Obama aveva pensato di passare dal “congelamento” al “contenimento” dello sviluppo delle colonie. A marzo, quando il vicepresidente Joe Biden si reca in visita in Medio Oriente, Israele annuncia di aver intrapreso la costruzione di 1600 nuove unità abitative a Gerusalemme Est. Una vera e propria provocazione. <span id="more-1967"></span></p>
<p>Qualche settimana dopo, quando il premier isreaeliano si reca in visita alla Casa Bianca, il presidente americano tiene con lui solamente un incontro a quattr’occhi. Niente conferenza stampa congiunta, niente giornalisti. Anzi, voci di corridoio sostengono che il presidente americano sia stato scontroso con il rappresentante del governo israeliano e l’abbia piantato in asso per andare a cenare con la sua famiglia. Tutto questo è stato preso come un affronto dalla comunità ebraica statunitense, come sottolinea John Podhoretz dalle colonne di Commentary. L’editorialista ritiene che la sua profezia si stia auto avverando, e cioè che l’epoca di Obama sarà colma di tensioni sul fronte mediorientale ben al di sopra del livello raggiunto dall’amministrazione Bush. L’atteggiamento un po’ snob del primo presidente afro della storia americana colpisce e si è esteso in passato anche ad alleati del calibro di Sarkozy, Berlusconi e Brown. La questione israeliana, però, sembra toccare nel profondo la sensibilità obamiana, tanto che il presidente sembra non aver più molta fiducia nelle decisioni intraprese da Israele.</p>
<p>Un altro segnale che tiene in allerta gli ebrei è il discorso che Obama pronunciò all’Università del Cairo nel giugno del 2009. L’apertura al mondo musulmano in genere e palestinese in particolare (“L’America non volgerà le spalle alla legittima aspirazione dei palestinesi alla dignità, a un’opportunità, a uno stato loro”), espressa sempre rispettando la politica della mano tesa e proponendo la soluzione “due popoli, due stati”, non piace a Israele. Quest’ultimo, però, non può al contempo permettersi il lusso di perdere il suo più grande alleato, gli Usa appunto, dato che le sue quotazioni nei confronti di molte altre potenze mondiali sono calate. La mappa degli accordi geostrategici ad oggi, quindi, sta tutta nella tessitura di una sottile diplomazia, in cui uno strappo un po’ più forte sarebbe molto difficile da ricucire.</p>
<p><em><strong>(Maria Teresa Lenoci è uno dei ricercatori di Questioni di Frontiera)</strong></em></p>
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		<title>L&#8217;ultimo discorso di Obama è stato una sveglia alle nuove generazioni americane</title>
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		<pubDate>Sun, 16 May 2010 21:46:56 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Maria Teresa Lenoci*. È un Barack Obama determinato e al tempo stesso pungente quello dell&#8217;ultimo discorso tenuto sabato Primo maggio in occasione della cerimonia per il conferimento delle lauree all’Università del Michigan. Il Presidente si è rivolto a un vasto uditorio con una presa di posizione netta: rifiutare ogni etichetta. Obama non vuol essere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1851" title="obi" src="http://www.noaweb.it/public/obi-150x150.jpg" alt="obi" width="150" height="150" />di <strong>Maria Teresa Lenoci*</strong>. È un Barack Obama determinato e al tempo stesso pungente quello dell&#8217;ultimo discorso tenuto sabato Primo maggio in occasione della cerimonia per il conferimento delle lauree all’Università del Michigan. Il Presidente si è rivolto a un vasto uditorio con una presa di posizione netta: rifiutare ogni etichetta. Obama non vuol essere visto sotto una cattiva luce, non accetta che il suo governo sia criticato come “socialista”, com’è avvenuto dopo l’approvazione della Riforma sanitaria.<span id="more-1850"></span></p>
<p>Governare non è facile, spiega il Presidente, che propone alle nuove menti della nazione, ai neolaureati, la sua personale visione della democrazia. Sono i giovani, infatti, il vero futuro dell’America e loro onere sarà mantenerla tale in un’epoca di grandi cambiamenti e di nuove sfide.</p>
<p>Delineando la sua idea di democrazia, il Presidente ha difeso il ruolo delle istituzioni in generale e del governo in particolare, citando grandi presidenti come Lincoln, Roosevelt, Eisenhower, tutti convinti assertori della funzione necessaria del governo. Un governo, aggiunge, che ha il compito fondamentale di adattarsi ai tempi che cambiano. Agli oppositori Obama risponde che il governo non può limitare la libertà individuale, perché “government is us”. Soprattutto per questo il dibattito pubblico non può e non deve concentrarsi sulla storica disputa tra un governo forte o di uno debole. Piuttosto, dice Obama, dobbiamo pensare a creare una forma più intelligente di governo.</p>
<p>In secondo luogo il Presidente parla della demonizzazione dei personaggi pubblici, tacciati di essere “fascisti” o “socialisti” a seconda dei momenti storici: una situazione che lui conosce bene, dato che viene sempre più insistentemente indicato come il nuovo socialista della politica mondiale. Per Obama questa etichetta è inutile, nociva soprattutto alla partecipazione alla vita politica, sviando dai temi reali al centro del confronto pubblico e allontanando la popolazione dalla politica. E&#8217; un modo, in soldoni, per esprimere forme di partigianeria estrema e violenta.</p>
<p>Per questo Obama esorta gli studenti a non farsi influenzare dai media, ma a crearsi opinioni proprie scegliendo più mezzi di informazione, ascoltando più punti di vista, denunciando le lobby e gli interessi sottostanti. Ai giovani consiglia la tolleranza, una vita aperta al confronto attraverso lo sviluppo delle più disparate esperienze. Una lezione di democrazia partecipativa, quella del Presidente americano, che si rivolge alle nuove generazioni, quelle che più fiducia ripongono nelle sue idee, usando la formula “I believe in you”.</p>
<p><strong>(<em>Maria Teresa Lenoci è una dei ricercatori di Questioni di Frontiera</em>)</strong></p>
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		<title>Il socialismo soft del Presidente Obama</title>
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		<pubDate>Sat, 01 May 2010 13:10:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Maria Teresa Lenoci.* Tutto ha avuto inizio durante la campagna elettorale per le presidenziali del 2008. L’allora senatore dell’Illinois Barack Obama fu tacciato dal rivale repubblicano John McCain di farsi promotore di idee “socialiste” . Dopo un tira e molla durato 14 mesi, a marzo Obama è riuscito a far approvare al Congresso la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1691" title="obama-state-of-union-2009" src="http://www.noaweb.it/public/obama-state-of-union-2009-300x190.jpg" alt="obama-state-of-union-2009" width="143" height="92" />di <strong>Maria Teresa Lenoci.*</strong> Tutto ha avuto inizio durante la campagna elettorale per le presidenziali del 2008. L’allora senatore dell’Illinois Barack Obama fu tacciato dal rivale repubblicano John McCain di farsi promotore di idee “socialiste” . Dopo un tira e molla durato 14 mesi, a marzo Obama è riuscito a far approvare al Congresso la riforma del sistema nazionale sanitario. Una versione meno ambiziosa dell’opzione pubblica tanto ambita dal presidente, che avrebbe tolto alle compagnie di assicurazione private il monopolio del settore per consegnarne la gestione nelle mani dello Stato, ma comunque così incisiva da essere definita una “socializzazione delle cure mediche”. Per qualcuno Obama sta approntando un governo “all’europea”, altri suggeriscono che stia inaugurando una nuova era di “democrazia sociale”. Ma che tipo di socialista è? Guardiamo alle statistiche. Gli americani non difendono più a spada tratta il capitalismo, e soprattutto non sono per nulla impauriti dal socialismo. Ovvero quello che la gente chiede è un “capitalismo più regolamentato e sostenibile” e Obama è divenuto il “brand” di questa nuova visione del mondo. Il socialismo di Obama non è quello “hot”, quello tanto temuto che ha preso piede in Unione Sovietica o a Cuba, è piuttosto una sua forma più soft, un progressismo sociale che segue la falsariga delle democrazie scandinave o del Centro Europa. È un pensiero che trova una profonda corrispondenza nel fabianesimo tardo-vittoriano britannico, in una idea di socialismo progressivo alternativa al capitalismo del <em>laissez-faire</em>. Dai discepoli inglesi della <em>Fabian Society</em>, essenzialmente i laburisti di Tony Blair, il nuovo corso americano riprende l’idea della ridistribuzione della ricchezza e della “giustizia sociale”.<span id="more-1690"></span></p>
<p>La culla del socialismo fu la Rivoluzione Francese ma il socialismo di oggi, nato dalla “Congiura degli Eguali” di Babeuf, con Lenin ha asserito la necessità dell’abolizione della proprietà privata, per poi assumere varie forme: lo scientismo materialista nel XIX secolo, il progressismo cristiano nel XX, la realtà dei Kibbutz israeliani e ancora più recentemente entrando nell’agenda politica mondiale sotto forma dell’Ambientalismo. Verdi fuori e rossi dentro.</p>
<p>Obama non ama definirsi socialista, nonostante ormai lo facciano tutti, avversari e sostenitori. Egli è più che altro un tecnocrate e un pragmatico. Al di là delle ideologie, gli interessa far funzionare quello che nel suo Paese non funziona. Potremmo definirlo un “neosocialista”. Come il neoconservatorismo dei primordi, infatti, il neosocialismo di Obama tenta un approccio diverso alla politica interna, pone una grande fiducia nelle istituzioni non-governative (famiglia e società civile), cerca di sfruttare la ricchezza che deriva dal mercato per aumentare le misure di welfare e la giustizia sociale. Per Obama ogni passo avanti nella sua azione di governo è un “critical first step”, una sfida rischiosa ma anche uno scarto con le idee ormai anacronistiche di Reagan e l’eredità terribile e scomoda di Bush. Dai cambiamenti climatici alla tutela della salute, dai nuovi lavori verdi alla retorica contro gli squali di Wall Street, Obama può essere veramente definito il primo Presidente socialista degli Usa, nel senso che questa parola può avere in America.</p>
<p><em><strong>(Maria Teresa Le Noci è uno dei ricercatori di Questioni di Frontiera)</strong></em></p>
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		<title>Il premio Nobel a Obama per la Guerra in Afghanistan</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Oct 2009 12:00:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il premio Nobel per la Pace al presidente Barack Obama, che non si è ancora ritirato dall&#8217;Iraq, martella Al Qaeda in Somalia, e lascia ancora aperto il supercarcere di Guantanamo, anche se è di questi giorni la notizia di un primo voto favorevole del Senato per lo smantellamento della prigione forse in anticipo rispetto alla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="float: left;" src="http://tauzero.files.wordpress.com/2008/11/stbarack.jpg" alt="" width="200" height="168" />Il premio Nobel per la Pace al presidente Barack Obama, che non si è ancora ritirato dall&#8217;Iraq, martella Al Qaeda in Somalia, e lascia ancora aperto il supercarcere di Guantanamo, anche se è di questi giorni la notizia di un primo voto favorevole del Senato per lo smantellamento della prigione forse in anticipo rispetto alla data annunciata (2010). Sono le oscillazioni di un Presidente &#8220;centrista&#8221;, come è stato definito, ancora alla ricerca di un&#8217;identità politica precisa e convincente, soprattutto in politica estera. <span id="more-595"></span></p>
<p>La recente &#8220;svolta&#8221; sul genocidio in Darfur &#8211; incentivi al governo sudanese a patto di sostanziali provvedimenti per la fine degli abusi e delle violenze &#8211; ne è l&#8217;ennesima, ormai prevedibile testimonianza.</p>
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		<title>Obama o non Obama, la sanità americana si sta nazionalizzando da sola</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Sep 2009 23:22:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Luigi Frezza. A guardare con le nostre lenti di europei il sistema sanitario americano si corre il rischio di prendere dei granchi. Il primo è che gli americani sognino un’assistenza sanitaria sul modello del welfare europeo. Falso, molti di loro ne hanno già una migliore. (Gli anziani, per esempio, e prima della crisi anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="float: left;" src="http://www.berkeleydaily.org/photos/08-10-07/Obama.jpg" alt="" width="202" height="143" />di <strong>Luigi Frezza</strong>. A guardare con le nostre lenti di europei il sistema sanitario americano si corre il rischio di prendere dei granchi. Il primo è che gli americani sognino un’assistenza sanitaria sul modello del welfare europeo. Falso, molti di loro ne hanno già una migliore. (Gli anziani, per esempio, e prima della crisi anche la fascia protetta della working class). Il secondo malinteso sta nel credere che quello americano sia un sistema in mano agli squali delle assicurazioni private. Nel 2008, le registrazioni di cittadini al Medicare e al Medicaid, i due programmi di assistenza sanitaria pubblica, sono aumentate da 81 a 85 milioni di persone (fino a 87, 4 milioni nella sanità del comparto militare). Le assicurazioni private per i lavoratori invece sono calate dal 59,3 per cento del 2007 al 58,5 per cento del 2008, soprattutto fra gli impiegati pubblici. Insomma la riforma di Obama era già iniziata da sola.</p>
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		<title>Il professor Henry Louis Gates credeva di essere immune al razzismo solo perché viene da Harvard</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Jul 2009 15:03:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Phantom Negro. Henry Louis Gates, il professore nero di Harvard arrestato in casa sua dalla polizia che l’aveva scambiato per un ladro, ha accettato di sedersi davanti a una birra con l’agente che l’ha ammanettato. Lo aveva chiesto Obama in persona, per togliere il detonatore a una nuova storia di razzismo e incomprensioni. Ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="float: left;" src="http://images.salon.com/opinion/feature/2009/07/24/gates/story.jpg" alt="" width="293" height="166" />di <strong>Phantom Negro</strong>. <em>Henry Louis Gates, il professore nero di Harvard arrestato in casa sua dalla polizia che l’aveva scambiato per un ladro, ha accettato di sedersi davanti a una birra con l’agente che l’ha ammanettato. Lo aveva chiesto Obama in persona, per togliere il detonatore a una nuova storia di razzismo e incomprensioni.</em> <em>Ma un collega di Gates, nero anche lui, è uscito dal coro dei liberal preoccupati dall&#8217;attentato ai diritti civili. Anche Gates ha delle responsabilità. Per prima essere un nume tutelare della Ivy League.</em> <em>Il pezzo che vi proponiamo è stato pubblicato sotto pseudonimo perché, secondo l’autore, “il Dottor Gates ha una vasta influenza nel mondo dell’accademia americana”</em>.</p>
<p>Quella della “Ivy League” non è una vita reale. La vita in College in generale non è legata alla realtà, e la Ivy League è la più fantastica versione di college che potete immaginarvi. Ci sono le migliori comodità, i ruoli sono flessibili, studenti e facoltà si assomigliano e ognuno si accorge facilmente che la realtà della vita come la maggior parte della gente la sperimenta là fuori è soltanto una strana nota a pie di pagina rispetto alla vita quotidiana del campus. Non sto parlando a sproposito quando dico queste cose. Lo so perché vivo e faccio parte di questo mondo. Come nero della Ivy League, talvolta accadono cose divertenti mentre sei comodamente sistemato nel college. Sei abbastanza sveglio da capire che la razza e il razzismo sono una realtà con cui devi venire a patti ogni giorno, ma sai anche che il tuo documento d’identità ti dà uno status diverso. Significa forse che sei al riparo dalle ingiurie e dalle offese? No, vuol dire che il massimo dell’oltraggio che può capitarti – se parliamo di offese razziali – viene sostituito da una forma di insulto classista.<span id="more-564"></span></p>
<p>Certo, questo può farci incazzare, sapendo che possiamo andare incontro a dei litigi perché siamo neri, ma la vera indignazione deriva dal fatto che veniamo insultati come membri di un gruppo elitario. Come osi litigare con me? Anch’io vengo qui a scuola. Lavoro qui. La seconda parte di questo pensiero è sempre presente. Vengo qui a scuola. Lavoro qui. Quando “l’effetto Ivy League” acquista velocità, la nostra bussola di neri inizia a confondersi; la realtà che sappiamo esistere al di là del campus diventa un problema percepito anche dalla gente comune.</p>
<p>Una storia vera: una notte, anni fa, un gruppo di studenti neri si erano lanciati in un party nei dormitori comuni, quando arrivano tre poliziotti, illuminando con le orce la folla. Nessuno si mosse, nessuno lasciò il dormitorio, nessuno fece nulla se non continuare a ballare mentre i tre poliziotti camminavano attraverso la folla illuminando le facce dei presenti. Io non feci neppure un giro a controllare. Sarei rimasto stupito se gli agenti si fossero messi a inseguire qualcuno a piedi, così come se qualcuna delle persone inseguite fosse stata davvero presente al party.</p>
<p>Questo è il peggio che possa accadere alla Ivy League. Tre poliziotti entrano a un party e nessuno, furtivamente o meno, cerca di scappare. Sembra quasi uno scherzo. Da un lato, si potrebbe dire che è un segno di civiltà; un segno che abbiamo archiviato i giorni quando noi neri dovevamo temere la presenza della polizia. Secondo me questa semi-signorilità deriva dalla forza che sta dietro questi studenti (e per estensione dietro alla facoltà) – il fatto di trovarsi a scuola, in questa scuola. Tutte le lezioni che si occupano del trattamento che puoi ricevere dalla polizia, se sei di colore, sembrano non trovare posto in questa torre eburnea. Possiamo dimenticarci queste lezioni perché, più che essere dei neri in America, siamo degli Ivy Leaguers.</p>
<p>E questo mi porta a “Skip” Gates. Il professore non si è indignato perché ha sentito di essere vittima di un profiling razziale da parte della polizia (questo dubbioso onore spetta al suo stupido vicino di casa che ha avvertito gli agenti, ed è dubbioso visto che la persona che ha denunciato Gates in realtà non è stata una vicina ma una passante che lavorava nei paraggi). Il professore si è indignato perché si è sentito vittima di un profiling “classista”. Non si è risentito perché è stato identificato per il colore della sua pelle, si è risentito perché è stato identificato per questo particolare tipo di nero, il nero che può litigare e può permettersi di fare il prepotente con dei poliziotti un po’ sempliciotti. Come osate rompermi le scatole? Io sono Skip Gates: il professore di Harvard!</p>
<p>Il professore è caduto vittima dell’effetto Ivy League. Andate a controllare nei suoi articoli – potete senz’altro dare un’occhiata a the Root, il sito internet di cui Gates è direttore – se volete avere a disposizione un archivio di queste ostentazioni masturbatorie. Sembra quasi dire “Vi sembro forse quel tipo di persona (nera)? Io indosso blazer e polo eleganti!”. Gates è un Ivy Leaguer incazzato con un trattino di rabbia nera. Non c’è altro da aggiungere. Ma forse questo vuol dire che la polizia non ha commesso un errore? Difficilmente. Da persona che ha una certa familiarità con il dipartimento di polizia di Cambridge/Boston, posso dire che il modo in cui vengono giudicate alcune infrazioni procedurali da quelle parti, se è del tutto comprensibile, è anche sicuramente degradante per chi lo subisce.</p>
<p>Ma sono altrettanto certo che il buon professore abbia detto un po’ di stronzate. L’effetto Ivy League, quando è potente, non permette di comportarsi altrimenti. Ha fatto dimenticare a Gates che, non importa quale sia la questione in gioco, anche quando sei nel giusto, non devi metterti a urlare contro un poliziotto di stare zitto. E non si tratta di una questione di virilità o di orgoglio; è una questione di sopravvivenza. Perché? Perché sei un nero prima di essere un professore di Harvard. Perché, in casi estremi, puoi raccontare la tua versione della storia se hai a portata di mano i tuoi documenti.</p>
<p>Come uomo nero e professore di Harvard, il processo mentale di Gates avrebbe dovuto essere questo: “Wow. Sono completamene incazzato. Quando questa situazione si sarà risolta a sarò in un posto sicuro, andrò in commissariato e userò la mia considerevole influenza per esercitare la mia autorità e far licenziare qualcuno. Ma per adesso, è meglio fare il furbo, ricordare tutti i dettagli, e non dare ai poliziotti alcuna ragione per peggiorare la situazione”. Questo è quello che avrebbero fatto molti miei colleghi, se si fossero trovati sotto tiro della polizia, di notte, in mezzo al campus. Non avrebbero alzato la voce; sarebbero stato più furbi. Avrebbero calmato le acque, poi avrebbero sbollito l’incazzatura, cercando di fare qualcosa. E ve l’assicuro, l’avrebbero fatto con molta meno vivacità del professor Gates.</p>
<p>Ricordo che quando ho sentito la storia dell’arresto di Gates, non ho potuto resistere dal pensare: Wow, l’effetto Ivy League ha risciacquato quella sana paura della polizia. Accidenti.</p>
<p>Aveva il diritto di essere indignato? Assolutamente. La circostanza avrebbe fatto indignare chiunque avesse vissuto una situazione come quella che è accaduta. Ma perché si è indignato? Non perché ha pensato alla “tassa nera” che abbiamo appiccicata sulla pelle. Nella sua testa, lui era Skip Gates, lo stimato professore di Harvard che è stato trattato male in casa sua dalla polizia. Credetemi, se tutto questo fosse accaduto in North Carolina il suo senso di indignazione sarebbe stato molto diverso e la sua capacità di conquistarsi l’attenzione del pubblico molto minore. E se fosse stato semplicemente un lavoratore? Se lo sarebbero dimenticati subito.</p>
<p>Ma tutto questo non è avvenuto in un posto qualsiasi. E’ accaduto a Cambridge, sull’erbetta dell’Ivy e adesso questa storia è destinata a entrare nel folclore popolare. Se non la comprendiamo bene fino in fondo, penseremo che una banda pronta al linciaggio stava aspettando al varco Gates sul porticato di casa, con le corde pronte a stringergli il collo, prima che Ving Rhames arrivi a salvare la giornata.</p>
<p>Skip Gates deve aver pensato che nella sua vita ha lavorato abbastanza, ha ottenuto abbastanza, è stato abbastanza ad Harvard da poter evitare un trattamento come quello che ha subito. Ed ora, sebbene abbia convogliato la sua rabbia in un modo sottile ma sostanziale, il professore soffre davvero pubblicamente sotto “le fionde e le frecce di un destino oltraggioso” (è una citazione dell’Amleto, ndt), avendo sperimentato sulla sua propria pelle “cosa provano quei milioni di neri che vengono incarcerati in America”. Ed è questa la cosa davvero comica. Il professore non ha mai visto questi milioni di uomini come il suo prossimo, e se n’è fregato ampiamente di questa gente. Si è soltanto irritato per il cattivo comportamento avuto dalla polizia quando lo hanno trovato nella sua casa. Se avesse letto una storia del genere accaduta a un idraulico di Roxbury, avrebbe scosso la testa con un gesto di disapprovazione e la sua vita sarebbe tranquillamente andata avanti.</p>
<p>Così, prima di gridare al razzismo, è opportuno prestare attenzione alla torre eburnea da cui proviene quel grido. Quello che è accaduto ha vagamente a che fare con la razza. Ma ha molto più a che fare con Skip Gates che armeggiava davanti alla sua porta di casa.</p>
<p>L’effetto Ivy League, gente. L’effetto Ivy League.</p>
<p><strong><em>Tratto da</em> </strong><em><strong>&#8220;Salon&#8221;</strong></em><br />
<strong><br />
</strong></p>
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		<title>Vendola, il Pd e il governo dell&#8217;Italia. Come realizzare le promesse di Berlusconi</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Jul 2009 16:09:54 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“Ha i giorni contati”. Dall’ufficio del governatore della Regione Puglia si vedono, oltrepassati i moli, i traghetti per il Montenegro, la Grecia e la Croazia, ancorati nella luce che brilla. “Quando Berlusconi arrivò a Bari sulla sua nave nel 1994, centomila persone corsero ad accoglierlo, gridando il suo nome, acclamandolo e piangendo, come se in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="float: left;" src="http://www.millepiani.net/translucid/userdata/Image/nichi%20vendola.jpg" alt="" width="183" height="145" />“Ha i giorni contati”. Dall’ufficio del governatore della Regione Puglia si vedono, oltrepassati i moli, i traghetti per il Montenegro, la Grecia e la Croazia, ancorati nella luce che brilla. “Quando Berlusconi arrivò a Bari sulla sua nave nel 1994, centomila persone corsero ad accoglierlo, gridando il suo nome, acclamandolo e piangendo, come se in lui avessero visto il Messia. Sembrava un film di Fellini”. Il governatore, Nichi Vendola, è in piedi sul parquet in legno d’olivo del suo ufficio. Ha scritto la sua tesi su Pier Paolo Pasolini ed è probabilmente uno degli ultimi comunisti al potere in Europa.<span id="more-567"></span>“Questo movimento – dice Vendola – ha tirato fuori dall’anonimato milioni di persone e le ha spinte ad interrogarsi sulla parola libertà. Il Comunismo ha qualcosa a che fare con la moralità, mentre Berlusconi ha sostituito la comunità con l’audacia, l’empatia con il cinismo. Il sistema giudiziario e il parlamento sono stati ridicolizzati e ridimensionati, e lo squalo è diventato la figura sociale dominante”.</p>
<p>Vendola è quel tipo di persona che, se le cose andassero solo nella norma, non dovrebbe esistere. Un gay devoto cattolico, un poeta comunista che, nel mezzo dell’Italia del sud, ha scelto di combattere la Mafia. Vendola è l’anti- Berlusconi, uno dei pochi punti positivi della politica italiana. Ha trasformato la regione durante i suoi quattro anni al potere introducendo la competitività nelle cariche di governo, creando delle zone high-tech di sviluppo e stabilendo un’autorità costruttiva basata sulle regole invece che sulle bustarelle.</p>
<p>Questo comunista è riuscito a mettere in pratica molte delle cose che Berlusconi ha costantemente promesso: l’efficienza, la sburocratizzazione, il governo delle regole.</p>
<p>Fermo accanto alla finestra, il governatore ci dice: “Eravamo sulla strada per una nuova dittatura. Ma lui si è impantanato. Ora è in crisi. Con le sue promesse non può ottenere nulla di nuovo. E’ un maestro nel raccontare storie ma nessuno crede più alle sue favole”.</p>
<p><strong>Tratto da Der Spiegel</strong></p>
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