Questioni di Frontiera
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Domenica 20 Maggio 2012 | 6:45

Bob Woodward è uno dei mastini del giornalismo americano. Dopo aver costretto alle dimissioni Nixon e infilato una serie di bestseller su Clinton e Bush, annuncia di avere nel cassetto un nuovo tomo su Obama. Fra i temi prescelti, gli imbarazzi fiscali della nuova amministrazione e la questione della sicurezza nazionale. Pare che dalla fine di maggio nei corridoi della Casa Bianca circoli un memorandum con una lista di giornalisti che tengono d’occhio l’amministrazione e, probabilmente, scriveranno dei libri sulla presidenza Obama entro la fine dell’anno. Si tratta di nomi che non preoccupano più di tanto i consiglieri del presidente, tanto più se si deciderà di concordare le interviste oppure di offrire golose informazioni in cambio di ritratti non troppo malevoli di Obama. Ma c’è un nome che innervosisce tutti. Bob Woodward, pluridecorato insider della politica americana, il giornalista che in coppia con Bernstein scoperchiò lo scandalo del Watergate costringendo alle dimissioni il repubblicano Nixon. (continua…)

Obama è un democratico di impostazione centrista che alla giovinezza, all’eloquenza, alla ‘diversità’ razziale, unisce i saldi valori del conservatorismo progressista. Come il suo predecessore Bill Clinton, Obama non tradirà mai parole e concetti come “libertà” ed “eguaglianza” e idee come “libertà religiosa”, “economia di mercato”, “progressismo sociale”, “attenzione per l’ambiente”, “internazionalismo democratico”. Le sue scelte in politica estera lo dimostrano. (continua…)

di Ronnie. La scelta di Hillary Clinton come segretario di stato degli Usa è solo l’ultimo passo di un revival clintoniano che si prepara a smontare pezzo per pezzo otto anni di Dottrina Bush e che, probabilmente, farà ricadere gli Usa negli stessi errori di sottovalutazione commessi nella lotta al terrorismo islamista durante gli anni Novanta. Ricordiamo brevemente i quattro pilastri del bushismo: l’universalità del fine morale americano; il regime change applicato ai paesi del cosiddetto “Asse del Male”; la dottrina della prevenzione; l’aver legato la soluzione della questione palestinese ad una democratizzazione della Palestina stessa, emancipandola dai suoi violenti anfitrioni, siriani, iraniani e arabi. I quattro pilastri elencati da Bush nel periodo immediamente successivo agli attacchi dell’11/9 hanno determinato un risveglio libertario e democratico degli Usa simile a quello che il presidente Roosevelt riuscì a imprimere al Paese dopo la disfatta di Pearl Harbor, o a quella che Truman stabilì con il contenimento e la deterrenza dell’URSS, che a sua volta si concluse con la vittoria ottenuta da Reagan contro “l’Impero del Male”. Molto probabilmente se Obama rinuncerà all’eredità antitotalitaria che contraddistingue parte del mondo liberal e democratico americano (ma non i clintoniani e neppure i post-radical), gran parte dei risultati ottenuti dal presidente Bush saranno annullati o ridimensionati. (continua…)

di Leila Zoia. Federico Garcia Lorca aveva previsto la vittoria di un nero alla presidenza degli Usa. Lo scrive Ian Gibson, ispanista e profondo conoscitore del poeta granadino, su “Publico” di domenica 16 novembre. Chiunque abbia letto nella sua vita “Poeta a New York” non può non averlo ricollegato alle immagini di giubilo seguite all’elezione di Barack Obama, soprattutto nel quartiere nero di Harlem. Gibson pensa che Garcia Lorca, “poeta veggente”, avesse previsto che un certo giorno sarebbe arrivato il momento del trionfo della classe più svantaggiata degli Stati Uniti. Nei suoi versi si narra di un monarca disperato la cui “ombra vegetale” riunisce una folla di esseri sradicati, sotto la cui pelle oscura palpita il sangue dell’indignazione e della rabbia. Garcia Lorca, che visse a New York nell’estate del 1929, qualche mese prima del crollo di Wall Street, si identificò con la sofferenza dei neri, alla quale si ispirò per scrivere i versi indimenticabili, immaginando il giorno apocalittico della loro liberazione. “Il re di Harlem” ha dato voce all’agonia profonda della minoranza nera degli Stati Uniti e ha denunciato la società bianca e materialista responsabile di tanta ingiustizia. Gibson ricorda una dichiarazione rilasciata da Lorca: “Credo che essere di Granada – disse- mi permette di provare empatia per i perseguitati, dal gitano, al negro, all’ebreo, al moro che tutti abbiamo dentro di noi”. Granada è quindi la chiave dello spirito tollerante e vicino agli ultimi di Lorca, come le Hawai lo sono per Obama. Terre che hanno visto passare sul loro suolo i popoli e le genti più diverse. A Granada visse il vecchio “Churrojumo”, l’ultimo re dei Gitani, personaggio che si guadagnava da vivere raccontando storie sull’antica cittadella araba dell’Alhambra. Come quelle raccontata da Obama sulla nuova “città sulla collina”.

I sondaggi danno Obama saldamente in testa mentre McCain non demorde, visto che non è un tipo abituato a perdere. Ma se vincesse il candidato democratico quale sarà il “cambiamento” di cui ci parla? Riuscirà a fare i conti fino in fondo con la crisi della sinistra, a indirizzare i paesi europei orfani del comunismo e figli di un socialismo in panne a ritrovare il lume della Ragione? Obama è figlio della rivoluzione di Woodstock più che di quella sessantottina. (continua…)

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