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	<title>Questioni di Frontiera &#187; west point</title>
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	<description>Questioni di Frontiera - Formazione e Ricerca</description>
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		<title>Figli del Cielo. Come i neoconservatori hanno cambiato l&#8217;America</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Apr 2011 23:13:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Maria Teresa Lenoci. Il termine “neocon” è un’abbreviazione della parola “neoconservatorismo”  e sta a indicare il movimento politico nato negli Stati Uniti  d’America dall’ideologia di un manipolo di pensatori delusi dal modo di  fare politica della sinistra, e soprattutto della New Left, il movimento di  contestazione studentesca per i diritti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-2615" title="iraq-iran-odometer2" src="http://www.noaweb.it/public/iraq-iran-odometer21-300x97.jpg" alt="iraq-iran-odometer2" width="460" height="148" />di <em>Maria Teresa Lenoci</em>. </strong><a href="../public/iraq-iran-odometer2-300x97.jpg?phpMyAdmin=vIMStXtr0WhD94RjcJDvpNefOUf"></a>Il termine “neocon” è un’abbreviazione della parola “neoconservatorismo”  e sta a indicare il movimento politico nato negli Stati Uniti  d’America dall’ideologia di un manipolo di pensatori delusi dal modo di  fare politica della sinistra, e soprattutto della <em>New Left</em>, il movimento di  contestazione studentesca per i diritti civili degli anni  ‘60. Leggenda vuole che il movimento sia nato nella caffetteria del  <em>City College</em> di New York, verso la fine degli anni Trenta, dove un  gruppo di giovani intellettuali ebrei, compagni di studi, si  incontravano per dibattere sulle varie versioni del trotzkysmo. Questa è la loro storia.<span id="more-2613"></span></p>
<p><strong>Premessa.</strong> Sono stati definiti in tanti modi: “parassiti”, “un’infezione che ritorna”, gli “architetti del mondo”, la “nuova frontiera della destra americana”. Spesso si muovono nell’ombra e nonostante le tante cadute e i vari inciampi il fatto che restino vivi ancora stupisce. Non si sa quanti siano: c’è chi dice 64, chi 17, chi solo 6. Si passano la loro carica di padre in figlio quasi fosse ereditaria e la loro fede politica come una strana formula da tramandare solo oralmente. Hanno influito come nessun movimento politico moderno sulla cosa pubblica degli ultimi trent’anni e continuano ad espandersi. Per alcuni sono “cattivi e vendicativi”, per altri solo “un modello da ammirare”, in quanto restano fedeli al proprio credo e sempre pronti ad esercitare diritto di critica. Sono i neoconservatori, gli influenti membri di un movimento politico (il neoconservatorismo, appunto) che ha prodotto ferrati policy maker della cosa pubblica a stelle e strisce, una corrente a più riprese definita l’astro nascente della politica americana. Passati spesso e volentieri dalle stelle alle stalle e ritorno hanno subito una serie infinita di discese e risalite lungo la serie di parabole che è la loro intensa vita politica. Nonostante questo i neocon non hanno una teoria politica ben definita, ma piuttosto hanno subito delle mutazioni genetiche nel tempo come conseguenza dell’assestamento all’ambiente ed alla selezione naturale applicata dall’adattarsi della politica americana ai corsi e ricorsi storici. Spesso aspramente criticati, a volte fortemente lodati. La loro morte è stata già annunciata più volte e ancor più spesso smentita dai fatti. Ma cosa e chi sono veramente i neocon? In questo studio cercheremo di tracciarne un profilo il più possibile affidabile e dettagliato, con tutte le comprensibili difficoltà che incontra lo studioso che deve confrontarsi con qualcosa di posticcio e ancora non ampiamente definito.</p>
<p><strong>1. Le origini della nuova destra americana.</strong> Il termine “neocon” è un’abbreviazione della parola “neoconservatorismo” e sta ad indicare il movimento politico nato negli Stati Uniti d’America dall’ideologia di un manipolo di pensatori delusi dal modo di fare politica della sinistra (e soprattutto della New Left, movimento di contestazione studentesca per i diritti civili sviluppatosi negli anni ‘60). La leggenda vuole che il movimento sia nato nella caffetteria del City College di New York, verso la fine degli anni Trenta, dove un gruppo di giovani intellettuali ebrei, compagni di studi, si incontravano per dibattere sulle varie versioni del trotzkysmo; il loro unirsi, come risposta alla minaccia mondiale del fascismo confluì poi nel movimento dei New Deal Democrats.  Negli anni della Guerra Fredda i neocon, pur disprezzando la caccia alle streghe intrapresa dal senatore Joseph McCarthy, criticarono la deriva a sinistra del partito democratico, sponsorizzando un nuovo corso che non facesse ricorso al sentimento amichevole nei confronti dell’Unione Sovietica.</p>
<p>Ma è negli anni ’60 che si radica questa nuova ideologia. Tre sono i fattori che fanno in modo che un gruppo di intellettuali ebrei americani decidano di allontanarsi dall’area liberal del Partito Democratico, e di creare un nuovo movimento politico, che da allora avrebbe continuato a cavalcare l’onda dell’attualità statunitense. Il primo fattore scatenante è stato la Guerra Arabo-Israeliana del 1967 che provocò l’isolamento di Israele all’Assemblea delle Nazioni Unite. Il secondo è la guerra del Vietnam che provocò il diffuso timore che gli Stati Uniti potessero ritirarsi dai loro impegni internazionali (anche nei confronti di Israele) schiacciati in un conflitto da cui risultò particolarmente difficile venir fuori. L’ultimo fattore è la rottura dell’alleanza tra gli ebrei americani e gli afroamericani nella lotta per i diritti civili, in cui fino ad allora avevano marciato insieme. La somma di questi tre fattori ha provocato il disincanto di un gruppo di ebrei americani verso le politiche della madrepatria nei confronti di questioni delicate come l’influenza delle Nazioni Unite e il Terzo Mondo. Per questo Irving Kristol, uno dei padri fondatori del movimento ha descritto un neoconservatore come “un liberal che è stato rapinato dalla realtà.”  Questo gruppetto di ideologi decide di mettersi assieme e, come vedremo, di cambiare le sorti degli Usa utilizzando una sottile azione di lobbying (tanto che Kristol ha sempre negato l’esistenza del neoconservatorismo, come movimento ben definito).</p>
<p>Nei primi anni Settanta i neoconservatori si distinguono sulla scena politica americana perché condividevano con la sinistra lo strenuo sostegno del welfare state, ma erano al tempo stesso fortemente anticomunisti e perciò in questo allineati con la politica estera del presidente repubblicano Nixon. L’interessamento particolare nei confronti della politica estera gli è valsa la definizione di “architetti del mondo”. Il neoconservatorismo può essere definito una “propaggine eretica del liberalismo”  che fa appello agli stessi valori e ha molti obbiettivi comuni con esso, come ad esempio la pace e l’uguaglianza razziale. Ma le politiche liberali del disarmo e delle azioni positive secondo i neoconservatori hanno minato il raggiungimento di questi obiettivi. Per questo in breve tempo gli eretici sono diventati i più acerrimi nemici del liberalismo. Il neoconservatorismo si è da subito distinto in due correnti: una centrata su questioni di politica interna e sull’interesse pubblico (in particolare sul riesaminare gli intenti della “Great Society” del 1960 e sullo stato sociale nel complesso), l’altra su questioni di politica estera e sulla guerra fredda. La prima si riuniva attorno al trimestrale fondato da Irving Kristol, The Public Interest, la seconda pendeva dalle labbra della rivista Commentary di Norman Podhoretz.</p>
<p>La prima voce autorevole del neoconservatorismo, però, fu Henry M. “Scoop” Jackson, senatore dello stato di Washington, democratico fortemente anticomunista e presidente del Senate Armed Service Committee, la commissione del Senato che controlla la politica militare statunitense, compreso il Dipartimento della Difesa, della Ricerca e dello Sviluppo militare e tutto il giro di potere che ad esso è correlato. Nei primi anni ’70 i neoconservatori formano una coalizione: la Coalition for a Democratic Majority stringendosi attorno al senatore Jackson. Verso la metà degli anni ’70 la Cdm si allea per la prima volta con la destra repubblicana di Donald Rusmfeld (all’epoca segretario dalla difesa di Gerald Ford). Il patto deriva dall’intenzione di “sabotare i tentativi del segretario di stato Henry Kissinger di negoziare accordi di vasta portata per la limitazione strategica degli armamenti”  insieme a un’ulteriore distensione nei confronti dell’Unione Sovietica. Inoltre assieme a Rumsfeld crearono il “Team B”, un gruppo di esperti di strategia (tra cui Paul Wolfowitz, che ritroveremo più avanti) che avrebbe dovuto rovesciare il giudizio troppo benevolo che la Cia nutriva nei confronti delle intenzioni russe. Il Cdm appoggiò la candidatura presidenziale di Jackson, poi fallita, sia nel 1972 che nel 1976. A fare affari con l’Unione Sovietica, come predicava Kissinger, che vedeva la Russia come un’altra potenza con cui instaurare un rapporto bilaterale più che come un nemico, i neocon non ci pensavano proprio. Eppure una parte dei conservatori appoggiavano Kissinger. Questi erano detti “realisti”, perché concentrati sugli interessi statali e non sulla battaglia di ideologie preferita dalla corrente emergente neocon (per questo detti “idealisti”).</p>
<p>Con l’elezione di Jimmy Carter, nel 1977, i neoconservatori si preoccuparono della forte importanza data dal futuro presidente nella campagna elettorale alla promozione dei diritti umani e alla distensione nei confronti dell’Urss. Il Cdm diventato nel frattempo Cpd (Committee on the Present Danger) portò avanti una “filosofia unilaterale di mantenimento del potere attraverso la forma militare”, al contempo puntando tutto sulla strenua difesa di Israele (e quindi sulla necessità di inviargli aiuti militari). I neoconservatori e i repubblicani che componevano il Cdp erano legati e appoggiati all’industria della difesa, il principale e maggior beneficiario di una nuova corsa agli armamenti. Al contempo i neoconservatori strinsero amicizia con la destra cristiana preoccupata per la perdita dei valori tradizionali dettata dall’elite liberale e la deriva  verso un eccessivo relativismo culturale. La maglia dei neoconservatori si infittisce quando stringono alleanze anche con il governo israeliano del Likud. Un doppio filo quello con i cristiani americani da un lato e con il Likud dall’altro per cui i neocon iniziarono ad attirarsi le prime critiche.</p>
<p>Nel 1979 il Cpd raccoglie un altro membro, Ronald Reagan che di lì a due anni diventerà Presidente. “Appena eletto Reagan nomina 33 membri del Cpd nella sua amministrazione, più di 20 dei quali in posizioni legate alla sicurezza nazionale. Coloro che non entrarono nell’amministrazione crearono il Committe for the Free World, presieduto dalla neoconservatrice Midge Decter (moglie di Norman Podhoretz) e da Donald Rumsfeld , lanciarono una campagna per promuovere l’aggressiva politica militare dell’amministrazione Reagan, la Strategic Defense Initiative (conosciuta anche come il programma “Guerre Stellari”) e la cosiddetta “Dottrina Reagan”, che sponsorizzava i gruppi ribelli che cercavano di rovesciare governi del Terzo Mondo, incluso l’Afghanistan, l’Angola e il Nicaragua.”</p>
<p>Verso la metà degli anni ’80 una nuova generazione di neocon (Elliot Abrams e Carl Gershman) decise di non appoggiare nessun tipo di dittatura e l’amministrazione finanziò indirettamente la caduta dei regimi cileno e filippino. I risultati di questo coinvolgimento non tardarono ad arrivare. Reagan abbandonò la politica dell’equilibrio delle forze con l’Urss e passò ad un militarismo aggressivo, spalleggiato dai think tank neoconservatori. Ma a fine mandato i neoconservatori rimasero delusi dai rapporti che Reagan intrattenne con il presidente sovietico Mikhail Gorbaciov e lasciarono il governo. Nel 1989 con l’avvicendamento tra Reagan e George Bush Sr solo il segretario alla Difesa Dick Cheney  (il famoso vicepresidente di Bush figlio) confermò l’incarico a due necon: Paul Wolfowitz, sottosegretario per le Politiche, e I. Lewis “Scooter” Libby, suo vice.</p>
<p>Con il crollo dell’Unione Sovietica i neocon non si scoraggiarono, nonostante prematuramente Podhoretz nel 1990 li reputi uccisi da questa vittoria sul comunismo, per mancanza di questioni in politica estera su cui prendere posizione. Ma i falchi neocon erano già pronti ad andare avanti e proposero di sfruttare l’opportunità e rimodellare il mondo a immagine e somiglianza degli Usa. In questo intento si scontrarono con i cosiddetti “paleoconservatori” guidati da Pat Buchanan che aberravano una guerra contro l’Iraq. I neocon non vedevano di buon occhio la deferenza con cui Bush padre trattava gli organismi multilaterali. Alla guida del Dipartimento della Difesa, però, c’erano due esponenti dei neocon che spinsero affinchè si prevenisse il riemergere di un nuovo rivale, con una politica estera forte e giustificando così azioni preventive contro paesi che stavano sviluppando armi di distruzione di massa. I due, William Kristol, figlio di Irving (editore di uno dei principali giornali neocon, “The National Interest”, da lui fondato nel 1985, ex trozkista, forte sostenitore di un ruolo imperiale degli Usa durante la guerra in Vietnam) e Robert Kagan, si attirarono molteplici critiche e furono messi a tacere.</p>
<p>Verso la metà degli anni ’90 neocon, conservatori sociali ed esponenti della destra tradizionale cristiana crearono il Project for the New American Century (Pnac) “con l’intento dichiarato di promuovere e mobilitare sostegno alla leadership globale dell’America.” Il Pnac mise sotto pressione il presidente Bill Clinton, che però non condivideva il loro modo di vedere le cose e aveva altro a cui pensare sul fronte della politica interna e dei problemi causati dalla globalizzazione (cambiamento climatico, diffusione dell’Aids, ecc). Ma i fondatori del Pnac, William Kristol e Robert Kagan non si arresero e la loro occasione arrivò con le elezioni presidenziali del 2000 e l’avvento di Bush figlio. Ma fu soprattutto l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre del 2001 che diede ai neocon il pretesto per realizzare quello che avevano tanto auspicato nel decennio precedente. La messa in atto di un’ambizione mirata a fare dell’America l’unica superpotenza mondiale era, infatti, alle porte.</p>
<p><strong>1.1 Identità atlantica: il pensiero neocon.</strong> I neocon hanno quattro principi fondamentali. Innanzitutto sono moralisti convinti: hanno sempre criticato atti di aggressione compiuti da qualsiasi tipo di dittatore (Hussein, Milosevic, Stalin). In secondo luogo come i liberali sono internazionalisti e non solo per motivi morali. In terzo luogo credono nell’efficacia dell’uso della forza militare. E infine credono nell’esportazione della democrazia, una democratizzazione legata a doppio filo con la violazione dei diritti umani sin dall’epoca Reagan.</p>
<p>Thomas Donnelly in “Rebuilding America’s Defence” (uno dei testi che sarà poi alla base della cosiddetta Dottrina Bush ) scrive: “secondo qualunque metro politico, economico, militare, culturale, ideologico, di potere nazionale, gli Stati Uniti non hanno rivali, non solo oggi nel mondo ma, si potrebbe sostenere nella storia umana.”  Per questo l’America ha la responsabilità morale di mantenere la pace nel mondo ed espandere il dominio dei principali valori americani anche, se necessario, attraverso interventi militari mirati a promuovere i “cambiamenti di regime”, prima che gli “stati canaglia” minaccino l’America e i suoi alleati. Una convinzione questa che affonda le radici nel pensiero puritano che giustificò anche la colonizzazione del Nuovo Mondo.</p>
<p>Dal punto di vista della politica estera, perciò, “i neoconservatori s’inseriscono nella tradizione dell’internazionalismo conservatore tipico del pensiero di Theodore Roosevelt , di cui i neoconservatori riconoscono esplicitamente l’influenza ideologica.”  L’internazionalismo conservatore a sua volta s’inserisce in una tendenza internazionalista che proprio per portare a termine la missione redentrice, animata dal senso di superiorità degli Usa, predilige l’intervento nelle questioni internazionali per esportare la democrazia e la libertà. “Roosevelt immaginava un mondo in cui “le nazioni civilizzate” si sarebbero assunte l’onere di impedire “illeciti cronici” che allentassero “i legami della società civilizzata”.”  I neocon, però, vanno ancora oltre Roosevelt e sostengono la necessità degli interventi preventivi derivanti dalle minacce terroristiche internazionali che si concretizzano in quei regimi tirannici in cui trovano rifugio i terroristi. Questi regimi, fondati sull’oppressione e sulla violenza, potrebbero sentirsi minacciati dai valori positivi di cui gli Usa si fanno portatori e perciò tentare di nuocere a questi ultimi per dimostrare quanto siano vulnerabili. Per impedirlo gli Usa devo intervenire preventivamente promuovendo il “cambiamento di regime”.</p>
<p>Molti ritengono che questa teoria neocon derivi dal pensiero di Leo Strauss. Filosofo tedesco di origini ebraiche emigrato negli Usa alla vigilia dell’ascesa al potere di Hitler, Strauss sosteneva che: “la democrazia […] espansionista per natura, potrebbe dover affrontare la tirannia facendo ricorso all’uso della forza.”  La democrazia deve essere esportata, secondo Strauss, perché il mondo per le democrazie occidentali sia finalmente sicuro.</p>
<p>Il filo comune che ha influenzato la visione della politica estera resta comunque l’Olocausto e l’incapacità che le democrazie hanno dimostrato nei riguardi della crescente minaccia tedesca, ratificata da una dannosa politica di appeasement nei confronti di Hitler.  Ovviamente la stessa politica portata avanti nei confronti di Saddam Hussein infervorava molto i neocon. Essere percepiti all’estero come deboli per i neocon significava tornare alle scelte sbagliate compiute dai vertici europei contro il nazismo negli anni ’30. Per evitare il ripetersi della storia la necessità era quella di dotarsi di un apparato militare senza rivali.</p>
<p>Queste premesse secondo i neocon avrebbero aiutato gli Usa a sfruttare la situazione in Iraq per trasformare la supremazia nel mondo unipolare emersa dalla fine della Guerra Fredda in “un’era unipolare.”  Da questo punto di vista gli Stati Uniti non possono accettare i vincoli imposti dalle istituzioni internazionali (nei confronti dell’Onu i neocon nutrono una diffidenza storica che si potrebbe far risalire al 1967). L’uso della diplomazia e gli accordi bilaterali di cui spesso si avvalgono le nazioni europee fanno parte di una visione utopistica, postnazionale e di una pace perpetua kantiana che i neocon rigettano. Questo non impedirebbe, però, il ricorso in caso di necessità ad una “coalizione di volenterosi” con obiettivi  e azioni comuni decise dagli alleati che si forniscano assistenza a vicenda in casi estremi, come quello dell’Iraq.</p>
<p>Da questo momento in poi parte lo “scontro fra civiltà” che scatenato contro Bin Laden finisce per prendere di mira il cosiddetto “Asse del Male”, capeggiato da Hussein. Una guerra giustificata anche come mezzo per la difesa di Israele, considerato “l’avamposto della civiltà occidentale in Medio Oriente”  la cui difesa della sicurezza è considerato dai neocon un dovere morale degli Stati Uniti. Ecco allora che la rimozione del regime di Saddam Hussein si trasforma solo nel primo dei passi necessari. “L’Iraq di Saddam Hussein non è mai stato il più minaccioso di questi paesi che appoggiano il terrorismo. Quel dubbio onore spetta all’Iran –dice Micheal Ledeen all’indomani della caduta del regime iracheno- […] Sarà impossibile vincere la guerra al terrorismo fino a quando i regimi di Siria e Iran rimarranno al potere”.</p>
<p><strong>1.2 Dall’Afghanistan all’Iraq.</strong> La causa scatenante del successo delle idee neoconservatrici è l’11 settembre. Dopo questo drammatico avvenimento Bush, che fino ad allora aveva mantenuto un basso profilo su decisioni di politica estera, in un governo formato da pochissimi esponenti neocon (e nemmeno in posizioni rilevanti), cambia idea. Difficile nelle sua dichiarazione di guerra contro il terrore, non identificare delle matrici neocon, che identifica la nuova minaccia nel terrorismo islamico. Dopo l’11 settembre Bush elaborò la cosiddetta “Dottrina Bush” secondo la quale le nazioni che ospitano dei terroristi vanno considerate nemiche degli Usa. In un articolo del 15 ottobre del 2001, “The Case for American Empire”, sulla rivista conservatrice Weekly Standard, Max Boot sosteneva che “la risposta più realistica al terrorismo è per l&#8217;America abbracciare il suo ruolo imperiale.” Di questa visione si fanno portatori in primo luogo il Segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, e poi Condoleeza Rice, il Segretario di Stato subentrato a Colin Powel, e Dick Cheney, il Vicepresidente. La reazione subitanea fu l’invasione dell’Afghanistan, roccaforte dei talebani e simbolo della lotta al terrorismo. Ma mentre la questione Afghanistan fu un plebiscito, una decisione presa cavalcando l’onda dell’indignazione collettiva, i neocon che vedevano rinascere le loro aspirazioni iniziarono a spingere su altri fronti.</p>
<p>In una svolta significativa dentro il movimento neoconservatore, alcuni ex-sostenitori della realpolitik come il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, che aveva sostenuto Saddam Hussein durante l&#8217;amministrazione di Ronald Reagan in quanto contrappeso all&#8217;Iran post-rivoluzionario, iniziarono a bombardare l’opinione pubblica utilizzando una retorica ideologica che paragonava Hussein a Stalin ed Hitler. Il Presidente George W. Bush impersonificava nei suoi discorsi il “grande male” con Saddam Hussein che “per la sua ricerca di armi spaventose, per i suoi collegamenti con gruppi terroristici, minaccia la sicurezza delle nazioni libere, comprese quelle europee.”</p>
<p>A questo punto è più che legittimo aprire una piccola parentesi sulla predilezione neocon nei confronti del tema “armi”. Mario Del Pero analizza il periodo in cui il neoconservatorismo si trova a cozzare contro il realismo continentale di Kissinger. A proposito delle spese militari Kissinger premeva per una riduzione; “nondimeno Jackson [Henry, detto “Scoop” ndr] e i suoi alleati si dimostrarono refrattari ad accettare questa realtà e continuarono a spingere affinchè si seguisse la linea del keynesismo militare. In questo caso, alle convinzioni politiche, e al timore di una prossima superiorità sovietica, si aggiungevano le esigenze elettorali. Jackson rappresentava lo stato di Washington, dove aveva sede la Boeing, una delle principali beneficiarie delle commesse federali nel settore della Difesa, anche grazie all’incessante azione di lobbying dello stesso Jackson.”  Questa lobbying dei produttori di armi rimarrà una costante per tutta la storia dei neocon.</p>
<p>Negli scritti di Paul Wolfowitz, Norman Podhoretz, Elliott Abrams, Richard Perle , Jeane Kirkpatrick, Max Boot, William Kristol, Robert Kagan, William Bennett, Peter Rodman ed altri neoconservatori influenti nel forgiare le dottrine di politica estera dell&#8217;amministrazione Bush, ci sono frequenti riferimenti alla politica di appeasement condotta nei confronti di Hitler a Monaco nel 1938, alla quale sono paragonate le politiche di deterrenza e contenimento applicate durante la Guerra fredda nei confronti dell’Unione Sovietica e della Cina. Mentre gli esperti di politica estera incentivavano le ispezioni da parte delle Nazioni Unite i neocon facevano pressione per l’utilizzo della forza.</p>
<p>“Se gli Usa non si fanno avanti, non accadrà nulla; neppure le ispezioni sulle armi. In altre parole, l’America è costretta ancora una volta a svolgere il ruolo del poliziotto globale.” La teoria del globocop, il gendarme planetario, è formulata da Max Boot e pubblicata sul Financial Times (agli sgoccioli della guerra i neocon lanciano moniti quotidianamente dalle colonne dei giornali più influenti) in un articolo, che porta la data del 17 marzo 2003, dal titolo emblematico: “America’s destiny is to police the world?”. Boot continua: “Il mondo ha davvero bisogno di un poliziotto? Ovviamente sì, perché il mondo è come l’enorme New York, solo molto più grande, e con una delinquenza molto più vasta e selvaggia. […] Gli scettici risponderanno che l’America ha un passato isolazionista e nessuna voglia di giocare a Globocop. Il parlamentare Jimmy Duncan, repubblicano del Tennessee, ha protestato: ‘È una posizione tradizionale dei conservatori non volere che gli Stati Uniti siano i poliziotti del mondo’, ma le dicerie sull’isolazionismo statunitense sono notevolmente esagerate. Fin dagli albori della repubblica, i commercianti, i missionari e i soldati americani sono penetrati negli angoli più remoti della Terra. L’America ha anche una lunga storia di azione militare all’estero. Nel 1904, il presidente Theodore Roosevelt ha dichiarato: ‘Gli illeciti cronici, o l’impotenza che comporta un allentamento dei legami della società civilizzata, potrebbero infine richiedere l’intervento di una nazione civilizzata.’ […]</p>
<p>Sfortunatamente, il lavoro di un poliziotto non finisce mai. Anche quando ci saremo liberati del signor Hussein, altre tirannie, come la Corea del Nord e l’Iran, continueranno a minacciare la pace mondiale.” In realtà quella del poliziotto globale è una teoria che appare già nel 1991 in un documento confidenziale redatto da Wolfowitz (che spingeva per portare la Guerra del Golfo fino a Baghdad) e Libby, il Defense Planning Guidance, che gettava le basi di una grandiosa strategia militare. Nel documento si legge: “Sebbene gli Stati Uniti non possano diventare i ‘poliziotti’ del mondo, assumendosi la responsabilità di riparare a tutti i torti, ci assumeremo la responsabilità di occuparci in modo selettivo di quei torti che minacciano non solo i nostri interessi, ma quelli dei nostri alleati o amici.” Quando il Dpg venne fatto trapelare sui media si attirò una serie infinita di critiche e i due redattori (gli unici due neocon dell’amministrazione Bush senior) rischiarono di perdere il posto. Il militarismo esagerato di questo gruppo di pensatori ha sempre destato polemiche tra i pezzi grossi della difesa statunitense, che a più riprese hanno fatto notare che la maggior parte dei componenti del movimento non ha mai prestato servizio militare riuscendo a evitare la chiamata alle armi durante la guerra in Vietnam.</p>
<p>Spingendo sulla presunta presenza sul suolo iracheno di armi di distruzione di massa, sulle violazioni delle no-fly zones e dei diritti umani, sulla necessità dell’instaurazione della democrazia, Bush e i neocon riescono a fondare la famosa “Coalizione dei volenterosi”, una collezione di paesi alleati favorevole all’invasione dell’Iraq, che il 20 marzo 2003 irrompe nel paese. In tre settimane gli americani riescono a conquistare Baghdad, ma in realtà il processo di pacificazione si è dimostrato molto più difficile del previsto da raggiungere e nonostante in Iraq si siano svolte le elezioni la situazione ancora oggi non si è normalizzata. Come sappiamo, per la guerra in Afghanistan è andata peggio, dato che il conflitto si può dire non sia mai terminato. Entrambe le guerre hanno causato gravissime perdite economiche e umane agli Usa e non pochi guai ai necon. Profetica questa dichiarazione di Pat Buchanan del 2003: “Sono stati i neoconservatori che hanno venduto a questo paese l’idea che l’Iraq avesse un enorme arsenale di armi di distruzione di massa, che l’Iraq fosse coinvolto nell’11 settembre, che Saddam Hussein avesse legami con al-Qaeda, che la guerra sarebbe stata una ‘passeggiata’, che saremmo stati accolti come liberatori, che la guerra avrebbe provocato una rivoluzione democratica in Medio Oriente. Se la panna dovesse inacidirsi, i neoconservatori verranno accusati di averci ‘portato’ in guerra con le menzogne.”  Il visionario modo di vedere le cose neoconservatore è stato criticato duramente da più fronti. I neocon si sono eclissati per qualche anno, tanto che molti studiosi credevano il movimento defunto. L’eredità lasciata agli americani dalla guerra in Iraq si fa sentire ancora oggi, finchè il termine “neoconservatore” non ha assunto una connotazione negativa e spregiativa ed è stato usato per identificare la politica estera aggressiva di Bush.</p>
<p>La spaccatura all’interno del conservatorismo si è fatta profonda: da un lato i neoconservatori, tacciati di aver spinto George Bush al conflitto, dall’altro i paleoconservatori isolazionisti che da sempre si oppongono alle guerre intraprese dagli Usa. Finchè nel 2009 non si è affacciato alla soglia della politica americana un nuovo movimento, questa volta ultraconservatore, che si chiama Tea Party Movement  e propone una forte riduzione della spesa pubblica e delle tasse, impersonificato nella ex candidata alla vice presidenza nel 2008, Sarah Palin (aiutata a diventare un fenomeno politico proprio dal figlio di Irving Kristol, Bill). E allora le idee neocon che per la rivista Foreign Policy ormai “giacciono sepolte nelle sabbie irachene” hanno rifatto capolino. Il pensiero neocon potrebbe essersi trasferito in quello del Tea Party, ma in realtà per alcuni non è mai finito e continua a premere dalle pagine delle sue riviste e attraverso i suoi pensatoi sulle questioni della politica americana, soprattutto estera, cercando sempre nuove minacce alla superemazia americana, come ad esempio l’Iran di Ahmadinejad. Ma per alcuni studiosi i neocon hanno intenzione di spingersi ancora più in là e puntare alla conquista dell’Europa, lavorando sottobanco ad una strategia per spaccarla dall’interno. Lo stesso Robert Kagan nel 2003 nel libro “Paradiso e potere. America ed Europa nel nuovo ordine mondiale” paragona gli Usa a Roma, proiettati a dominare il mondo per i secoli a venire, e l’Europa alla Grecia sopraffatta dalle sue stesse divisioni interne. Nei confronti di quest’ultima i neocon mostrano un certo disprezzo, data l’incapacità, essendo un’entità politica a più teste, di riuscire negli intenti comuni di difesa dei diritti umani, lasciando che alla fine della fiera siano sempre gli Usa a sporcarsi le mani. Per gli apocalittici i neocon mirano a costruire un impero statunitense sul mondo, prendendosi la rivincita sulla Russia con la costruzione del fantomatico gasdotto “Nabucco” , che scavalchi il monopolista sul fronte energetico, e costruendo una “Grande Asia Centrale” dalle rovine delle guerre afgana e irachena, aggirando la pericolosa minaccia cinese.</p>
<p><strong>2. Principi e caratteristiche del pensiero neocon. </strong>“Il catalogo delle idee dei neocon è questo: unilateralismo interventista degli Stati Uniti (definito anche internazionalismo conservatore); ridimensionamento del ruolo delle Nazioni Unite; idea della missione redentrice degli Usa; assolutismo morale e idea della preminenza dei valori &#8216;americani&#8217; in un&#8217;ottica di scontro delle civiltà; stretto legame tra le sorti di Israele &#8211; considerato l&#8217;avamposto della civiltà occidentale in Medio Oriente &#8211; e la politica estera statunitense; in relazione all&#8217;istituzione della Corte Penale Internazionale, nozione della indiscutibilità della sovranità statunitense in tutte le sue espressioni; disprezzo nei confronti dell&#8217;Europa (in sostanza, il loro discorso è: gli europei parlano di difesa dei diritti, ma quando si tratta di intervenire e di sporcarsi le mani, si muovono solo gli Usa); politica &#8216;ostile&#8217; nei confronti di Paesi antagonisti (la Cina in primis).”</p>
<p>Ma oltre alle questioni di politica estera, alla visione manichea del mondo e allo sciovinismo, i neocon premono anche molto sulle questioni “domestiche”. Innanzitutto non simpatizzano per il “big government” e sono ostili verso l’influenza della religione nella politica e nel governo. Sono consapevoli del potere che un governo forte ha sulle masse, ma una cosa pubblica troppo invadente è da loro sempre deprecata (fece propria questa teoria soprattutto Ronald Reagan durante il suo mandato; nel discorso di insediamento del 1985 disse di aver iniziato nel primo mandato a “ridurre le dimensioni del governo e la sua ingerenza nella vita delle persone” e di voler continuare sulla stessa linea). Mentre tutto il mondo li ha ribattezzati neocon loro amano definirsi liberal . I primi neocon, infatti, erano fondamentalmente liberal, strenui ammiratori di Franklin Delano Roosevelt.</p>
<p>In contrasto con i conservatori tradizionali i neoconservatori sono a favore del globalismo, alla minimizzazione delle istanze religiose e delle differenze, ed è improbabile che si oppongano attivamente all’aborto e all’omosessualità. Sono in disaccordo con i conservatori su questioni come le richieste degli insegnanti, la separazione dei poteri, l’unità culturale e l’immigrazione perché sostengono la necessità di una minore invadenza dello stato nella cosa pubblica, una migliore qualità dell’istruzione e difendono il diritto alla vita.</p>
<p>Irving Kristol dice: “In precedenza, democrazia significava una forma di regime politico intrinsecamente turbolento, con “ricchi” e “poveri” impegnati in una lotta di classe senza fine e profondamente distruttiva. […] Presupposto base del neoconservatorismo è che, come conseguenza della diffusione della ricchezza tra tutte le classi sociali, una popolazione di proprietari e contribuenti diverrà, col tempo, sempre meno vulnerabile di fronte alle illusioni egualitaristiche e ai richiami demagogici, e sempre più interessata alle questioni economiche fondamentali.”  Sempre Kristol spiega come i neoconservatori trovino “una guida intellettuale nella saggezza democratica di Tocqueville.” “Ma” –continua il padrino del movimento neocon – “nell’Amerca di oggi i neoconservatori si sentono a proprio agio solo fino a un certo punto. Il continuo declino della nostra cultura democratica, che affonda a livelli di volgarità sempre peggiori, unisce i neoconservatori con i conservatori tradizionali, ma non con quei conservatori livertari che sono conservatori in campo economico ma in nessun modo interessati alla cultura. Il risultato è un’alleanza alquanto inaspettata tra i neoconservatori, tra i quali figurano un buon numero di intellettuali laici, e i tradizionalisti religiosi. Sono schierati insieme su questioni che riuardano la qualità dell’istruzione, i rapporti tra Chiesa e Stato, la regolamentazione della pornografia e così via, tutte cose considerate pienamente degne dell’attenzione del governo. Poiché ora il partito repubblicano ha una base elettorale sostanziale tra le persone religiose, tutto ciò dà ai neoconservatori una certa influenza e persino un certo potere. E siccome in Europa il conservatorismo religioso si trova in una posizione di estrema debolezza, anche i neoconservatori sono troppo deboli.” I neocon, inoltre, favoriscono uno stato forte e attivo negli affari mondiali.</p>
<p>I neoconservatori tendono a minimizzare o a sopravvalutare il significato delle credenze religiose nei conflitti e nella politica, così come nel sostenere l’installazione della democrazia nei paesi musulmani, con poco riguardo per le credenze e le pratiche islamiche. Sulla questione religiosa furono in partenza influenzati dalla dichiarazione di Strauss che diceva: “Una società secolarizzata è la peggiore cosa possibile perché porta a individualismo, relativismo e liberalismo, proprio quei tratti che possono favorire il dissenso che a sua volta potrebbe indebolire pericolosamente la capacità della società di far fronte alle minacce esterne.”  I neoconservatori appoggiano una fede idealistica nel progresso sociale e nell’universalità dei diritti umani, unita all’anti-comunismo. Sostengono che vi è un desiderio universale di vivere in una società tecnologicamente avanzata e prospera e che la democrazia liberale è uno dei sottoprodotti dell’ammodernamento. Le posizioni dei neoconservatori sulle questioni sociali sono mescolate con alcune partecipazioni finanziarie con le posizioni dei libertarian  su problemi sociali, ed è improbabile che si accordino con i conservatori religiosi su questioni come l’aborto, la preghiera a scuola e il matrimonio omosessuale. Altri neoconservatori più straussiani tendono ad andare più d’accordo con i conservatori religiosi e culturali sulle questioni sociali. I neoconservatori si differenziano dai Libertarian in quanto i neoconservatori tendono a supportare la politica del “big government” per raggiungere i propri obiettivi.</p>
<p>Rispetto ai conservatori i neoconservatori tendono a prestare maggiore attenzione in materia di cultura e tutto ciò che concerne i mass media, la musica, l’arte, la letteratura, il teatro, il cinema e più recentemente la tv e Internet, perché credono che una società si definisce ed esprime i suoi valori attraverso questi mezzi. Per i neocon la società contemporanea è afflitta da una deriva amorale, testimoniata dalla diffusione di film, videogiochi e programmi tv sessualmente espliciti, musica pop che è piena di oscenità (anche per questo hanno sempre premuto per una maggiore regolamentazione in termini di pornografia). La consuetudine che uomini e donne non sposati vivano insieme e abbiano dei figli per i neocon è una espressione di questa pericolosa deriva. Questi comportamenti sono indicatori della profonda crisi culturale che affligge la civiltà occidentale. L’Illuminismo così come la controcultura diffusasi negli anni ‘60 hanno messo in discussione la religione e i valori dipingendoli come antiquati, irrilevanti e reazionari. L’uomo moderno non ha un senso per cui vivere e perciò si rifugia nell’uso smodato di farmaci, alcool e violenza. La religione è l’unico collante sociale, anche se non mancano casi di fanatismo ed estremismo. Per questo i neoconservatori credono nel principio della separazione tra Chiesa e Stato, come sancito nel primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti. Un principio che però il liberalismo moderno ha perseguito all’estremo, bandendo la religione dalla vita pubblica. Ovviamente tramite l’appoggio alle istanze dei tradizionalisti religiosi il neoconservatorismo acquisisce moltissimo potere e una certa influenza.</p>
<p>I neoconservatori ritengono inoltre che l’ideale liberale moderno di diversità culturale, o multiculturalismo &#8211; il principio non solo di tollerare ma anche di rispettare le diverse religioni e culture e incoraggiarle a coesistere armoniosamente – tende a minare la cultura di qualsiasi paese cerchi di metterla in pratica. Dal punto di vista culturale, infatti, sono abbastanza conservatori e oltre a deprecare l’eccessivo relativismo morale della società contemporanea sostengono che la guerra culturale abbia dimensioni globali e minacci l’intera civiltà giudaico-cristiana. Le basi per questa convinzione furono gettate quando i neoconservatori iniziarono a stringere legami con la destra cristiana e i “conservatori sociali” molti dei quali erano identificati con la cosiddetta “New Right” preoccupata per la caduta dei valori culturali per mano dell’elite liberale. Il conservatorismo sociale tra l’altro porta avanti lotte strenue contro l’aborto, l’eutanasia e il matrimonio gay, proponendo invece politiche generose nei confronti della famiglia, considerata la cellula fondamentale della società. Questa corrente politica sostiene una riaffermazione dei valori cristiani come fondamento dell’Occidente in uno scenario che vede l’espansione dell’Islam. L’eventuale declino dei valori cristiani viene vissuto come una potenziale minaccia in quanto porterebbe alla scomparsa del modello culturale occidentale basato sulla democrazia e sulla libertà.  In questa prospettiva si possono trovare delle analogie con il pensiero di Leo Strauss in tema di scrittura reticente, una teoria di filosofia politica che si oppone al positivismo e rilancia la tesi della superiorità degli antichi sui moderni. Infatti per Strauss cultura e moralità sono un prodotto dei filosofi e che solo il filosofo legislatore è colui il quale si può occupare di giustizia.</p>
<p>I neocon in politica economica propongono un taglio netto delle aliquote fiscali per stimolare sviluppo e crescita, di cui Irving Kristol ha gettato le basi: “Una ‘nuova’ economia sta sorgendo. Basata sulla critica delle teorie keynesiane avanzate dalla scuola monetarista, successivamente rielaborata (in modo piuttosto eterodosso) nelle opere di economisti come Robert Mundell ed Arthur Laffer, e vigorosamente pubblicizzata da Jude Wanniski del The Wall Street Journal e dal Rappresentante al Congresso Jack Kemp, si trova ancora in stato embrionale e il mondo non ne ha ancora propriamente realizzato l’esistenza. […] Si utilizzano gli apici per il termine ‘nuova’ poiché in verità gran parte della ‘nuova’ economia è piuttosto vecchia – vecchia quanto Adam Smith, si può dire. Si concentra sulla crescita economica, piuttosto che sul concetto di equilibrio e disequilibrio, e vede la crescita seguire una libera risposta del libero mercato agli incentivi economici (ad esempio gli investimenti, il lavoro duro, eccetera) […] al momento e nelle presenti circostanze, gran parte dell’enfasi è posta dalla ‘nuova’ economia sulla necessità di un taglio sostanziale ed orizzontale alle tasse, poiché è l’alto livello di tassazione che impedisce l’aumento degli incentivi.”</p>
<p>I neocon aborriscono la concentrazione dei servizi erogati dallo stato tipica del welfare state. Come diceva Irving Kristol nel 1976: “I nostri esperti di urbanistica, i pianificatori e gli scienziati sociali in generale […] sono persone convinte del fatto che, se impiegati a tempo pieno ed adeguatamente finanziati, potranno con successo mettere a frutto quell’arte che renderà tutti più sani, più ricchi e più felici. Il Congresso ha prestato loro ascolto, ed ha formulato la legislazione seguendo i loro progetti; ora ci è stato presentato il conto. Sono queste attività – nell’ambito dell’istruzione, del risanamento urbano, dell’igiene mentale, del welfare – a costituire le escrescenze dello Stato sociale propriamente concepito. Sono questi i programmi che, oltre ad essere inefficaci e richiedere una burocrazia sterminata ed incomprensibile, disonorano lo Stato sociale.”</p>
<p>I neocon ritengono che i mercati sono un efficiente luogo in cui allocare beni e servizi. Non sono sostenitori strenui del capitalismo del libero mercato. Come ha osservato Kristol il capitalismo merita due urrà, non tre, perché il suo carattere innovativo produce sconvolgimenti sociali quasi costanti. Il capitalismo, infatti, presuppone contraddizioni culturali perché incita a risparmiare e a investire al tempo stesso e attraverso tecniche pubblicitarie e di marketing incoraggia a spendere e a non prestare attenzione al futuro. Il capitalismo non regolamentato, crea grande ricchezza accanto a condizioni di estrema povertà, premia alcuni e lascia indietro altri. Per questo può creare le condizioni che causano il conflitto di classe, disordini e instabilità politiche. Per ridurre queste disparità i neocon sostengono l’imposta sul reddito, l’imposta di successione, il moderno stato sociale e altri strumenti mediante i quali si potrebbe coprire con una rete di sicurezza sociale i membri meno fortunati della società. Al tempo stesso i neocon sostengono che i programmi di assistenza sociale possono e spesso creano dipendenza e compromettono l’iniziativa individuale. Tali programmi dunque dovrebbero mirare a fornire solo assistenza temporanea o di breve durata. L’obiettivo dei programmi sociali e della politica fiscale non dovrebbe essere livellare le differenze tra gli individui e le classi. I neocon sostengono di favorire l’equità di opportunità, non la parità di risultati. Per questo ritengono che il welfare state debba essere ridimensionato, perché con il tempo è divenuto troppo grande e troppo generoso. Per questo a metà degli anni ’90, proposero il programma “workfare” che prevedeva di spostare le persone che beneficiavano delle misure del welfare in una lista di forza lavoro da cui attingere. La regolamentazione del welfare attraverso forme di associazionismo più o meno esistenti non è che una delle proposte di politica economica che i neoconservatori hanno portato avanti. Con la politica economica reaganiana, infatti, condividono alcuni principi fondamentali: innanzitutto la teoria della supply side economy, che enfatizza il ruolo dell’offerta nello stimolare la crescita economica; quindi ovviamente spingono per l’incremento delle spese militari e, inoltre, di concerto hanno sempre preso posizione a favore della costruzione dello scudo spaziale, dati gli interessi economici e geostrategici che esso mette in campo.</p>
<p><strong>3. I think tank e la pressione sull’opinione pubblica.</strong> “Negli anni Ottanta, i neocon entrarono nel mondo delle fondazioni di destra e, grazie ai finanziamenti che portavano con loro, si impossessarono dell’establishment intellettuale del Great Old Party, costruendo contemporaneamente, a loro esclusivo vantaggio, un’elaborata infrastruttura istituzionale meglio finanziata – e più militante e monocromatica – di qualunque istituzione analoga sia schierata a sinistra. Questa struttura ha come epicentro l’American Enterprise Institute, ma si irraggia lontano fino a raggiungere istituzioni quali l’Hudson Institute (rifugio di due neocon rimasti ammaccati sotto l’amministrazione Bush, Douglas Feith e I. Lewis “Scooter” Libby) e la Fondazione per la difesa delle democrazie, diretta dal neocon Clifford May. Persino il Council on Foreign Relations, istituzione vecchio stile dell’establishment che incarna proprio quei valori – diplomazia, moderazione, rispettabilità – tanto aborriti dai neocon, offre rifugio a due di loro: lo storico militare Max Boot ed Elliott Abrams, il funzionario di Stato ai tempi delle amministrazioni Reagan e Bush che venne giudicato colpevole di aver mentito al Congresso in merito allo scandalo Iran-contras (Bill Kristol, all’epoca capo dello staff del vicepresidente Dan Quayle, aiutò Abrams ad avere il perdono presidenziale).”</p>
<p>Il discorso sui think tank  neocon è complesso e articolato, in quanto sono davvero molti i gruppi di interesse nati sulle solide fondamenta del pensiero neoconservatore.  Come si era intuito l’AEI (American Enterprise Institute) può essere considerato uno dei bastioni della destra neoconservatrice. Fondato nel 1943, ha sede a Washington e ha esercitato una notevole influenza nei circoli politici statunitensi. I maggiori esponenti neocon sono resident fellows all’Aei: Thomas Donnelly, Jeane Kirkpatrick, Irving Kristol, Joshua Muravchick e Richard Perle. Durante la guerra fredda questo think tank ha criticato aspramente la politica di distensione sostenuta dai realisti nei confronti dell’Urss. Anche Bush ha ammesso candidamente nel 2003 di fare ricorso ai cervelli dell’Aei per portare a termine le sue strategie.</p>
<p>Punta di diamante del movimento neocon è il Project for the New American Century. Gruppo di pressione fondato nel 1997 da un manipolo di influenti personaggi della destra americana (neocon, rappresentanti dell’industria militare, esponenti della destra tradizionale e cristiana) punta a “mobilitare sostegno a favore di una leadership globale degli Stati Uniti”. Molti dei firmatari della dichiarazione dei principi del Pnac hanno ricoperto cariche di alto livello nell’amministrazione Bush. Presieduta da William Kristol, editore del Weekly Standard, conta tra i suoi membri e sostenitori tutti i più importanti rappresentanti del movimento neocon. Non produce spesso pubblicazioni proprie, quindi non si può considerare un vero e proprio think tank, ma tutti i suoi affiliati appartengono a pensatoi di destra. Il Pnac è ospitato nelle sedi dell’Aei e auspica ad un “ritorno a una politica reaganiana di potere militare e lucidità morale.”</p>
<p>L’Hudson Institute, come già detto, è un altro influente think tank neoconservatore. Tra i suoi membri anche Norman Podhoretz, uno dei padri del movimento neoconservatore e Meyrav Wurmser (direttrice del Centro per le politiche mediorientali). Tra i suoi associati Francis Fukuyama . Vanta diversi programmi di ricerca su politiche economiche, di sicurezza e di welfare. Organizza seminari e conferenze sulla politica estera statunitense. Risale al 1973 il Jinsa (Jewish Institute for National Security Affairs) rivolto a rafforzare i legami tra comunità politica e militare statunitense e quella israeliana. Mantiene stretti rapporti con i neocon di cui sposa tutte le tesi sulla politica estera e militare. Nel suo Advisory Board siedono Jeane Kirkpatrick, James Woolsey, Richard Perle. Promuove viaggi di studio in Israele e scambi tra funzionari del Pentagono e dirigenza politica israeliana. Cura diverse pubblicazioni tra cui l’Observer, trimestrale dedicato ai rapporti Israele-Turchia, e il Journal of International Security Affair, semestrale di affari internazionali che riflette la visione geostrategica neocon.</p>
<p>Dichiaratamente finalizzato alla promozione degli interessi americani in Medio Oriente il Middle East Forum (Mef) fu fondato nel 1990 da Daniel Pipes, che ne è anche il direttore. Pubblica Middle East Quarterly, Middle East Intelligence Bulletin, oltre che mettere a disposizione una lista di esperti da contattare per programmi tv e radio, seminari e conferenze sulle tematiche mediorientali. Inoltre offre l’esclusivo servizio del Campus Watch, un sistema di monitoraggio di scritti e lezioni fatti nei campus americani sulle tematiche mediorientali.  Americans for Victory over Terrorism (Avot) è un progetto lanciato nel 2002 da William Bennet, ex segretario dell’Istruzione nell’amministrazione Reagan. Finalizzato a “lanciare una campagna per difendere la guerra al terrorismo dell’America […] Avot porterà la sua campagna laddove ce n’è più bisogno, nei campus, nei seminari, sulle pagine editoriali e in altri canali tematici.” Avot in ebraico significa “saggezza dei padri” e si fa promotore di una visione della guerra al terrorismo basata sulla superiorità morale degli Usa. Tiene conferenze presso i più prestigiosi campus statunitensi, accolti non sempre favorevolmente soprattutto tra gli studenti contrari alla guerra. Tra i consiglieri anche James Woolsey, ex direttore della Cia (ai tempi di Bill Clinton, 1993-95) uomo molto vicino a Richard Perle e coinvolto in affari con la British Aerospace e la Titan Corporation.</p>
<p>Il Center for Security Policy (Csp) racchiude in un motto la sua missione: “Pace through Strength”. Fondato nel 1998, con sede a Washington, è specializzato nell’analisi di affari militari e della politica della difesa. Si rivolge alla comunità politica, alla stampa e all’opinione pubblica in genere. Il Csp è presieduto da Woosley ed è in stretto contatto con il Pentagono e con i principali appaltatori militari. Sempre Woosley tra i fondatori della Cdi (Coalition for Democracy in Iran), assieme a Micheal Ledeen nel 2001. Obiettivo dichiarato: mobilitare l’opinione pubblica e la comunità politica a sostegno di un intervento militare in Iran volto a promuovere un cambiamento di regime. Con sede a Washington, vanta forti legami con Reza Pahlavi, il figlio dell’ultimo shah iraniano. Ovviamente appoggia l’inclusione dell’Iran nel cosiddetto “Asse del Male” (assieme a Iraq e Corea del Nord) ed ha esercitato notevoli pressioni sul Congresso per l’approvazione dell’Iran Democracy Act, che avrebbe dovuto concedere aiuti finanziari ai gruppi dell’opposizione iraniana che volevano rovesciare il regime. È stato fondato nell’autunno del 2002, invece, il Committee for the Liberation of Iraq per “promuovere programmi e politiche per liberare il popolo iracheno dalla tirannia di Saddam Hussein.” Dopo l’invasione dell’Iraq ha cessato le sue operazioni che consistevano in articoli e pubblicazione dei propri membri (il gotha del neoconservatorismo: Robert Kagan, Jeane Kirkpatrick, Richard Perle, ecc) per premere sull’opinione pubblica sulla legittima invasione dell’Iraq.</p>
<p>Risale al 1976, invece, la fondazione dell’Ethics and Public Policy Center (Eppc), anello di congiunzione dei rapporti tra la destra cristiana e i neocon. Presieduta negli anni ’90 da Elliott Abrams, prima che questi assumesse la carica di direttore del National Security Council per il Medio Oriente, sostiene diversi progetti incentrati su politica estera, biotecnologie, Islam e rapporti tra media e religione. All’indomani degli attacchi dell’11 settembre è stata creata la Fdd (Foundation for the Defense of Democracies) con la finalità di combattere il terrrorismo e promuovere la libertà attraverso la ricerca, l’educazione e la comunicazione. La Fdd offre borse di studio per seguire corsi sul terrorismo, gestisce seminari e propone letture consigliate dalle pagine del suo sito. Quando serve fa sentire dalle pagine di autorevoli quotidiani la sua voce (ad esempio sulla questione israeliana).</p>
<p>Bisogna tornare al 1977 per ritrovare le origini dell’Us Committee for a Free Lebanon (Uscfl) che si profonde in campagne per la promozione di un ruolo forte degli Stati Uniti in Medio Oriente, soprattutto nei confronti di Iran e Siria. Lavora in stretta collaborazione con il Mef e tra i suoi membri spiccano tutti i nomi più importanti dell’entourage neoconservatore. Di più recente creazione, invece, l’Us India Institute for Strategic Policy (Usinisp) che si propone di rafforzare i rapporti di collaborazione strategica fra Stati Uniti e India, con l’obiettivo di contenere la minaccia dell’espansione cinese (uno degli obiettivi strategici della politica esterna neocon). L’Usinisp paventa la minaccia che un asse Cina-Pakistan-Corea del Nord circondi l’India e indebolisca gli obiettivi strategici della regione. Ritiene, inoltre, l’India un alleato naturale nella lotta al terrorismo.</p>
<p>Ma chi sono i finanziatori di questo complesso movimento? Tre le fondazioni principali: Bradley Foundation, Henry Jackson Society (che ha ramificazioni anche in Europa) e Foundation for Defence of Democracies (che annovera tra i membri tutti i principali neocon compreso Bill Kristol). Le due principali pubblicazioni neocon, oltre a quelle veicolate dalla composita rete di organizzazioni di cui si fregiano, sono Commentary e The Weekly Standard. Commentary è un mensile, il cui attuale editore è John Podohretz (che scrive anche sul New York Times), preceduto dal padre Norman uno dei fondatori del movimento. Il magazine fu fondato nel 1945 dall’American Jewish Committee come successore di Contemporary Jewish Record dopo la morte del suo editore. La missione dichiarata era quella di fare da cassa di risonanza al pensiero degli ebrei liberali e farlo conoscere al maggior numero di persone possibile. Attraverso le sue pagine, quindi, si possono leggere tutte le tappe della storia neocon dallo spostamento a destra all’anti-comunismo sfrenato fino alle pressioni per intraprendere una guerra in Iraq. Di Commentary è stato scritto che “nessun altro giornale del mezzo secolo passato è stato così consistentemente influente, o centrale, nei più importanti dibattiti che hanno trasformato la vita politica e intellettuale degli Stati Uniti.” The Weekly Standard esce due volte al mese. Il suo editore è William Kristol. Fondato nel 1995 ha la sua sede a Washington e di qui raccoglie tutti gli scritti dei più grandi pensatori neocon per pubblicarli e renderli noti. Inoltre, raggiunge il suo pubblico anche dalle pagine del blog Daily Standard di John McCormack.</p>
<p><strong>4. Effetti della politica neocon negli ultimi 30 anni.</strong> Se dovessimo tracciare una linea e tirare le somme sul neoconservatorismo attuale non potremmo non tener conto dei cambiamenti che esso ha subito. Dalla visione di Strauss, infatti, il pensiero neocon si è molto evoluto mantenendo al contempo dei capisaldi. “Il neoconservatorismo ha saputo creare un’ampia zona di consenso, trasversale ai due schieramenti, che ha recuperato l’uomo e la famiglia, il capitalismo moderato e la fede nella bandiera.” Un pensiero che però rischia di rimanere al palo se non si adegua.</p>
<p>“Al contrario del conservatorismo tradizionalista e della destra statunitense, che negli ultimi decenni si sono già concentrati sulla rielaborazione filosofica delle proprie dottrine, è infatti possibile riscontrare una certa stanchezza intellettuale nelle proposte originali &#8211; con la notevole eccezione della politica estera, beninteso &#8211; che guidano il ricambio generazionale della prospettiva neoconservatrice; ricambio generazionale che tra l’altro si prospetta inevitabile, vista l’età non proprio acerba dei grandi appartenenti alla prima generazione di neoconservatorismo &#8211; Irving Kristol [che nel frattempo è morto, ndr], Michael Novak e Norman Podhoretz. Questa persuasione dovrà guardarsi allo specchio, come già coraggiosamente fece negli anni Settanta e Novanta, per mantenere il proprio peso ed autorevolezza all’interno della vita politica statunitense.”</p>
<p>Un neoconservatore di terza generazione (pentitosi e poi tornato all’ovile) è il politologo Francis Fukuyama che ha innescato un processo di ripensamento del movimento.<br />
“Fukuyama constata la difficoltà nel trovare soluzioni rapide all’impasse a cui il neoconservatorismo talvolta ha portato in politica estera, come la situazione in Iraq ed ancor più in Afghanistan; l’autore richiama per questo motivo i neoconservatori ai principi chiave della Presidenza Reagan negli anni Ottanta, le cui basi restano ancora attuali. Tra queste, Fukuyama ricorda la preoccupazione per la democrazia e i diritti umani; la convinzione che l’America debba usare il proprio potere per scopi morali; lo scetticismo verso le istituzioni e legislazioni internazionali per risolvere le gravi questioni di sicurezza che affliggono il mondo oggi; ed infine la certezza che la pianificazione sociale su larga scala non consegua gli scopi che si prefigge, ed in più porti a conseguenze inaspettate e ostili, minando dunque i propri obiettivi dichiarati. Per risolvere lo iato creato dallo stesso neoconservatorismo, in bilico tra la condanna della pianificazione sociale e la tentazione di costruire un nuovo ordine mondiale, Fukuyama chiede cautela in politica estera.”</p>
<p>Lo studioso propone un nuovo progetto neocon che prevede: “un sistema multilateralista multiplo, pur sempre con al centro l’America, che sia in grado di indirizzare il mondo verso equilibri più benevoli; che riveda il modello delle Nazioni Unite affinché sia in grado di agire attraverso meccanismi orizzontali di accountability, senza per questo sostituire la sovranità nazionale con un governo globale; e che promuova lo sviluppo politico ed economico di ogni nazione, se possibile senza ricorrere alla preventive war.”</p>
<p>L’aumento della spesa militare previsto da Obama ha fatto ben sperare i neocon nei primissimi mesi del suo mandato, ma la politica della diplomazia messa in campo nei confronti delle minacce asiatiche ha demolito ben presto le false speranze della Nuova Destra. Il candidato repubblicano nel 2008, John McCain, invece, aveva sposato volentieri la causa dei neoconservatori (che forti delle loro lobby premevano su vari fronti). Obama e McCain condividevano in campagna elettorale alcuni punti di vista del movimento neocon:  “Un Presidente [Obama, ndr] che, proprio come John McCain, si è dichiarato intenzionato a chiudere Guantanamo ed ad abolire le torture in America; che personalmente è contrario all’aborto, ma non vuole privare le donne della possibilità di scegliere; che nutre una profonda fede, pur non reputando che il religiously informed argument debba inderogabilmente far parte delle decisioni politiche dell’America; che mette la sicurezza degli Stati Uniti al primo posto, auspicando un maggiore coinvolgimento del proprio paese in Afghanistan e caldeggiando la linea dura contro il terrorismo; che vuole fortemente una soluzione alla questione palestinese, pur sostenendo imprescindibilmente il diritto alla sopravvivenza ed alla sicurezza di Israele; che è disposto a dialogare con l’opposizione per una nuova e più giusta concezione di welfare; e che intende promuovere i diritti umani nel mondo. Queste sono posizioni che il neoconservatorismo, prima di Barack Obama, ha sostenuto e contribuito a radicare saldamente all’interno della tradizione politica statunitense.”  Sembra che anche nella nuova amministrazione, benché democratica, si continuino a covare idee neocon. Si chiama Frederick Kagan, il figlio minore di Donald e fratello di Robert, che tramite l’AEI è riuscito a fare pressioni per il surge, ossia un aumento delle truppe impiegate in Iraq a inizio 2010.</p>
<p>Se guardiamo indietro non possiamo non constatare come l’arte della persuasione neocon messa in campo ad ogni svolta storica importante abbia finito per influenzare la politica americana degli ultimi trenta anni su moltissimi fronti, incidendo sul modo di far politica americano e sulla nazione stessa. Come una formica industriosa il neoconservatorismo ha lavorato alle fondamenta di una costruzione che si dimostra solida, perché attinge ad un bacino bipartisan, e che affronta cedimenti strutturali più o meno evidenti edificando ogni volta nuovi pilastri che rendono l’edificio sempre più ampio e ben piantato al suolo. Buchanan ha paragonato il movimento neoconservatore ad una marea che è calata quando l’opinione pubblica ha appreso i veri motivi per cui è stata intrapresa la guerra in Iraq. Ma allo stesso tempo, proprio come una marea, questo movimento ha la capacità di riemergere, spesso a distanza di anni. Per affrontare ogni volta nuove sfide i neocon si fanno trovare pronti. Per dirla con le parole di Irving Kristol (quando aveva ormai accettato la scomoda etichetta di neocon a differenza di altri esponenti di spicco come Wolfowitz e Richard Perle che l’hanno sempre respinta):  “Neoconservatorismo è quello che lo storico di tarda epoca jacksoniana, Marvin Meyers, ha chiamato &#8220;persuasione&#8221;, che si manifesta nel tempo, ma in modo irregolare, qualcosa il cui significato potremo chiaramente intravedere solo a posteriori.”</p>
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
<p>1. Il trotskismo è l’ideologia politica che fa riferimento al pensiero di Lev Trotsky, candidato alla successione di Lenin, il cui concetto principale era quello della rivoluzione permanente, cioè la propagazione della rivoluzione socialista in tutto il mondo.<br />
2. Un movimento politico che strettosi attorno all’idea del New Deal di Roosevelt, ha sempre supportato i candidati democratici alle presidenziali dal 1932 al 1968.<br />
3. Cit. in Lobe, J. e Olivieri, A. (a cura di) [2003], I nuovi rivoluzionari. Il pensiero dei neoconservatori americani, Milano, Feltrinelli, pag. 10.<br />
4. Di J. Muravchic, “The Past, Present and Future of Neoconservatism”, ottobre 2007, Commentary.<br />
5. Lobe e Olivieri, op. cit., pag. 12.<br />
6. Una piccola nota biografica cit. in disinformazione.it tratto dal libro di Lough,  T. [2004], Censura. Le notizie più censurate del 2003:  “Segretario della difesa sotto George W. Bush, Rumsfeld è socio fondatore del PNAC. È tra gli uomini con le più forti conoscenze politiche in America, e pianificatore dell&#8217;invasione dell&#8217;Iraq. Ogni dettaglio sulla ricostruzione del dopoguerra deve essere discusso con Rumsfeld. Come inviato speciale di Ronald Reagan in Iraq negli anni &#8216;80, durante la guerra tra Iran e Iraq, ha incontrato Saddam Hussein per discutere della costruzione di un oleodotto per conto della Bechtel, mentre l&#8217;Iraq e l&#8217;Iran usavano gas asfissianti l&#8217;uno contro l&#8217;altro. Rumsfeld lavorava allora per il segretario di stato di Reagan, George Shultz, che divenne vice presidente della Bechtel, attualmente uno dei principali concorrenti che vogliono assicurarsi gli appalti del governo Usa per la ricostruzione dell&#8217;Iraq.”<br />
7. Lobe e Olivieri, op. cit., pag. 15.<br />
8. Sempre secondo disinformazione.it. “Dick Cheney: segretario della difesa sotto George H.W. Bush, fino all&#8217;inizio del 1993. Attualmente Vice Presidente, Cheney è un membro fondatore del PNAC ed è stato membro del consiglio direttivo del JINSA; ha sostenuto l&#8217;attuazione del cambio di regime in Iraq per oltre un decennio. È stato presidente e amministratore delegato della compagnia petrolifera Halliburton. L&#8217;affiliata dell&#8217;Halliburton, la Kellogg Brown &amp; Root (KBR), si e&#8217; assicurata contratti per il valore di 7 miliardi di dollari dall&#8217;U.S. Army Corp of Engineers per il recupero dei pozzi petroliferi iracheni in fiamme. È un membro del consiglio di amministrazione dell&#8217;American Enterprise Institute e ha contatti con la Chevron, per la quale ha condotto le trattative per la costruzione di un oleodotto nel Mar Caspio.”<br />
9. Dottrina Bush è il nome dato a un insieme di linee guida di politica estera rivelate dal presidente George Bush durante un suo discorso all&#8217;accademia militare di West Point il 29 gennaio 2002. In questa occasione parlò per la prima volta di “Asse del Male” costituito da Iran, Iraq e Corea del Nord (tutti in buoni rapporti con la Cina). Prese nel loro insieme queste linee guida segnano l&#8217;avvio di una nuova fase nella politica americana, con grande rilevanza data alla guerra preventiva, alla superiorità militare, all&#8217;azione unilaterale, e all&#8217;impegno nell&#8217;&#8221;estendere democrazia, libertà e sicurezza in tutte le regioni&#8221; del mondo. Questa politica è stata ufficializzata nei documenti della Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti del settembre 2002 ed ha fornito il contesto politico per la guerra in Iraq. La guerra preventiva è un concetto non compatibile con le costituzioni europee che ammettono la guerra di sola difesa. Questa dottrina sorprendentemente ricalca le principali conclusioni del report Rebuilding America’s Defenses: Strategy, Forces and Resources for a New Century pubblicato dal Pnac (think tank neocon) nel 2000.<br />
10. T. Donnelly, “La riforma della difesa per il momento unipolare”, in Lobe e Olivieri, op. cit.<br />
11. All’interno della corrente interventista, però, non si può dimenticare che nella storia americana si è distinta la teoria dell’internazionalismo liberale dei presidenti Woodrow Wilson e Franklin D. Roosevelt, difensori convinti degli accordi multilaterali e delle leggi internazionali. A queste due facce della stessa medaglia storicamente si contrappone, invece, la tendenza più isolazionista che vede gli Usa semplicemente come un esempio che le altre nazioni possono seguire.<br />
12. Lobe e Olivieri, op. cit., pag. 21.<br />
13. Lobe e Olivieri, op. cit., pag. 22.<br />
14. Lobe e Olivieri, op. cit., pag. 23.<br />
15. Donald Kagan, padre di Robert, dichiara di essersi spostato più a destra proprio in seguito agli avvenimenti della seconda guerra mondiale, così come più tardi (1977) Norman Podhoretz criticherà la politica distensiva dei democratici nei confronti dell’Unione Sovietica e ancora più tardi (1997) Irving Kristol bollerà come politica di appeasement anche i processi di pace intrapresi per risolvere il conflitto israelo-palestinese.<br />
16. R. Kagan e W. Kristol, “Il pericolo odierno”, in Lobe e Olivieri, op. cit.<br />
17. Lobe e Olivieri, op. cit., pag. 37.<br />
18. M. Ledeen, “Una guerra politica per rimuovere i signori del terrore in Siria e Iran”, in Lobe e Olivieri, op. cit.<br />
19. Del Pero, M. [2006], Henry Kissinger e l’ascesa dei neoconservatori: alle origini della politica estera americana, Bari, Laterza, pag. 116.<br />
20. Di lui il sito disinformazione.it riporta questa biografia: “Membro chiave del JINSA e importante esponente dell&#8217;American Enterprise Institute (AEI). Insieme a James Woolsey, presiede la Foundation for the Defense of Democracies. Perle è stato presidente del Defense Policy Board dal quale ha dato le dimissioni in seguito allo scandalo per il conflitto d&#8217;interesse relativo alle sue connessioni imprenditoriali, ma fa tuttora parte dell&#8217;ente. Perle ha offerto consulenze per i clienti della Goldman Sachs, una società d&#8217;investimento, sulle opportunità d&#8217;investimento nel dopoguerra in Iraq. È inoltre un dirigente della Autonomy Corp., un&#8217;azienda di software che ha molti clienti al Pentagono. L&#8217;Autonomy prevede un forte aumento dei suoi profitti dopo la fine della guerra in Iraq.”<br />
21. Buchanan P., Is the Neoconservative Movement Over?, articolo apparso su “The American Conservative”, 16 giugno 2003, cit. in Lobe e Olivieri, op. cit., pag. 41.<br />
22. Nome ironico con cui gli statunitensi indicarono una rivolta fiscale dal 1773, quando alcuni coraggiosi cittadini di Boston rovesciarono in mare tonnellate di tè inglese per protestare contro le tasse eccessive ed ingiuste imposte dalla corona britannica. L’acronimo “Tea” usato come “Taxed already enought” per i grandi eventi di piazza che, dal 2009, uniscono folle di cittadini contro le tasse, contro gli sprechi e contro l’interventismo economico del governo federale. I punti fondamentali su cui spingono sono: decentramento, tematicità, trasversalità ed indipendenza. Da essere esterni ai partiti e non allineati i vari Tea Party si sono aggregati in un movimento candidandosi anche alle elezioni. Più critici rispetto ai neocon su alcune situazioni (ad esempio la riforma sanitaria) aborriscono il “Big Government” in tutte le sue forme.<br />
23. Metanodotto che preleverà il gas dai giacimenti del Mar Caspio per portarli attraverso Turchia, Bulgaria, Romania, Ungheria, fino al cuore dell’Europa in Austria. Il progetto è finanziato dall’Unione Europea e appoggiato dagli Usa (che osteggiano il progetto concorrente italo-russo “South Stream”).<br />
24. Questa teoria cospirazioni sta si può trovare nel libro di Spaventa, A. e Saulini, F. [2003], Divide et impera: la strategia per spaccare l’Europa, Roma, Fazi.<br />
25. Cfr. la voce “Neoconservatori” di Francescomaria Tedesco, Rivista Jura Gentium.<br />
26. Il termine liberal indica un liberalismo progressista molto attento alle questioni sociali, ma al tempo stesso geloso custode del rispetto dei diritti individuali.<br />
27. Tratto da “I neoconservatori spiegati dal loro padrino”, Il Foglio, 19 agosto 2003.<br />
28. “Neocon’s 14 Principles”, www.democrats.com.<br />
29. Il libertarianismo è una dottrina politica economica adottata negli anni ’70 dal Partito Libertario che difende il capitalismo puro e si batte contro ogni intervento dello Stato sia nel campo economico che in quello sociale.<br />
30. Di Margolick D., “I neoconservatori sono tornati perché l’America ha bisogno ancora di loro”, 3 febbraio 2010, L’Occidentale.<br />
31. Letteralmente serbatoio di cervelli, “istituzioni dedite all’analisi, alla ricerca e alla disseminazione attraverso pubblicazioni, articoli, seminari e altri eventi di carattere culturale.” (Lobe e Olivieri, op. cit., pag. 149).<br />
32. Politologo, il suo più celebre saggio politico risale al 1992 e si intitola The end of History and last men. Finita l’epoca delle ideologie (ovvero tramontato il comunismo) secondo Fukuyama finiva anche la storia. Dopo aver decapitato il comunismo, la liberal-democrazia doveva diventare l’ultima vittoriosa forma di governo insieme al capitalismo. A questa visione rosea rispose l’anno dopo Samuel Huntington, altro politilogo sotto l’influenza neoconservatrice, con un’altra celebre teoria: il “Clash of civilization”. “La mia ipotesi è che la fonte di conflitto fondamentale nel nuovo mondo in cui viviamo non sarà sostanzialmente né ideologica né economica. Le grandi divisioni dell’umanità e la fonte di conflitto principale saranno legate alla cultura. Gli Stati nazionali rimarranno gli attori principali nel contesto mondiale, ma i conflitti più importanti avranno luogo tra nazioni e gruppi di diverse civiltà. Lo scontro di civiltà dominerà la politica mondiale. Le linee di faglia tra le civiltà saranno le linee sulle quali si consumeranno le battaglie del futuro.”<br />
Richard Pells cit. in Friedman M. [2005], Commentary in American Life, Philadelphia, Temple Up.<br />
33. Alia K. Nardini [2009], Neoconservatorismo americano. Ascesa e sviluppi, Catanzaro, Rubettino.<br />
34. Nardini, op. cit.<br />
35. Nardini, op. cit.<br />
36. Di I. Kristol, “The Neoconservative Persuasion”, 15 agosto 2003, The Weekly Standard.</p>
<p><strong>(Maria Teresa LeNoci è senior research di Questioni di Frontiera)</strong></p>
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		<title>La fine della Rivoluzione conservatrice. Diario 1975-2010</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Oct 2010 17:57:13 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2121" title="berlusca" src="http://www.noaweb.it/public/berlusca.jpg" alt="berlusca" width="331" height="207" />di <strong>Ronnie</strong>. Il berlusconismo è stato un fenomeno contraddittorio perché al suo interno ha contenuto la spinta più propulsiva del &#8220;momento conservatore&#8221;, il movimento diffuso fra l&#8217;Europa e le Americhe tra la fine degli anni settanta e i giorni nostri, e nello stesso tempo ne ha rappresentato l&#8217;esito più incerto e forse il crepuscolo. Il manager scendeva in campo e conquistava la politica. Con i suoi soldi, il suo potere, anche l&#8217;arroganza. Un Occidente dilagante e per un po&#8217; di tempo padrone del mondo. E&#8217; stato una promessa e una menzogna, un&#8217;opportunità senza scampo, un&#8217;eruzione di nuove parole d&#8217;ordine sul deserto culturale e ideale successivo alla fine della Guerra Fredda e alla caduta del Comunismo. Parole d&#8217;ordine dimenticate.  <span id="more-1410"></span></p>
<p>La Rivoluzione Conservatrice in Italia è fallita, ha detto di recente il Senatore ed epistemologo Marcello Pera, liquidando il berlusconismo come se fosse stata soltanto una (lunga) parentesi di un movimento storico molto più ampio e determinante, che dagli Stati Uniti all&#8217;America Latina, dalla penisola iberica ai Paesi dell&#8217;Europa Orientale, ha avuto tutt&#8217;altro effetto. La fine del Comunismo e la prima delle rivoluzioni postmoderne. Quella di Ronald Reagan e Giovanni Paolo II. L’affermazione del movimento conservatore alla fine del XX secolo nel mondo occidentale è stata una rivoluzione di cui spesso si tende a non percepire per intero la portata. Scoppiata negli anni Settanta in Spagna e nel Portogallo, la Rivoluzione conservatrice è dilagata in America e Gran Bretagna negli anni Ottanta, ha toccato l’America Latina, si è estesa nell’Europa dell’Est e in Europa Centrale negli anni Novanta</p>
<p>Ha avuto per protagonisti Ronald Reagan, Margaret Thatcher, Giovanni Paolo II. Poi, e alla fine è ritornata là dove tutto era cominciato, gli Stati Uniti. L’11 Settembre e i due tormentati mandati del Presidente George W. Bush. E’ stata un’epoca in cui numerosi regimi oppressivi e antidemocratici sono caduti e i parlamenti delle nazioni democratiche, dalla Camera dei Deputati italiana alle aule del Congresso degli Usa, sono profondamente cambiati, qualcuno dice svuotandosi di senso, di fronte a premiership sempre più forti e virtualizzate.</p>
<p>La gente aveva iniziato a capire che non sempre lo Stato è in grado di fare meglio quello che puoi riuscire ad ottenere tu, da solo, come individuo, o attraverso delle organizzazioni spontanee e temporanee  capaci di risolvere i problemi basilari dell’umanità. La caduta dell’Impero Sovietico sembrò a molti una “Seconda Rivoluzione Democratica”, dopo quella che aveva contribuito a gettare le fondamenta degli Stati Uniti. Per quasi vent’anni, i leader e i politici del mondo occidentale hanno creduto che i valori della democrazia fossero sbocciati nel resto del mondo, ma alla fine <em>anche</em> quella conservatrice si è rivelata una Rivoluzione tradita, una rivoluzione mancata.</p>
<p>Oggi il conservatorismo in Occidente sembra come sospeso e in cerca d’identità. In America i repubblicani reagiscono confusamente davanti al vittorioso protagonismo pragmatico di Barack Obama, creando nuovi movimenti (il Tea Party), in Europa Sarkozy trema e i partiti liberali scontano la concorrenza di nuovi e aggressivi movimenti populisti capaci di conquistarsi una inaspettata egemonia (dall&#8217;Olanda all&#8217;Italia). Racconteremo l&#8217;ascesa, la crisi e le prospettive del conservatorismo in un diario.</p>
<p><strong>(FRC/2)</strong>. Se pronunciamo la parola Rivoluzione siamo abituati a pensare alla Rivoluzione Francese, che ebbe indubitevoli meriti nel far progredire ed avanzare la democrazia in Occidente, ma che al tempo stesso, almeno se restiamo alla Francia rivoluzionaria, fallì, schiacciata dal Termidoro e poi dal Bonapartismo, prima della Restaurazione. Il &#8220;Terrore&#8221; ci ha mostrato come sia possibile combinare la retorica democratica radicale con un terrore istituzionalizzato e &#8220;rivoluzionario&#8221;. Si parla di Democrazie Totalitarie proprio per indicare questa potenza dello Stato che s&#8217;impadronisce della vita dei suoi cittadini, com&#8217;è avvenuto in Italia con il Fascismo, in Germania con il Nazismo, nell&#8217;Unione Sovietica comunista.</p>
<p>Si dovrebbe invece ricordare un po&#8217; più spesso di quanto non si faccia cos&#8217;è stata la Rivoluzione Americana, che fin dall&#8217;inizio non si è mai ben capito se fosse esplosa in un Paese, appunto, rivoluzionario o conservatore. Fatto sta che quella americana fu, rispetto alla francese, una rivoluzione vincente, oltre ad essere molto più profonda: ha creato una democrazia stabile, là dove l&#8217;altra ha dato vita o ha ispirato degli esperimenti politici di volta in volta fallimentari.</p>
<p>La vera novità della Rivoluzione Americana era il suo spirito paradossale. A differenza di quanto avveniva in Europa, il popolo americano, dopo aver rivendicato ed esercitato a pieno la propria sovranità, decise di darsi un governo e delle leggi. Nello stesso tempo, mise dei paletti al potere del governo. Tutti i governi, secondo i rivoluzionari americani, dovevano avere dei poteri limitati, ed ogni autorità pubblica doveva muoversi entro i confini stabiliti dalla Costituzione e dalla Dichiarazione dei Diritti. Il governo nasceva dal consenso popolare e ne era limitato.</p>
<p>I singoli cittadini hanno più importanza dello Stato? Ai giorni nostri chi risponde di sì viene spesso tacciato d&#8217;essere &#8220;conservatore&#8221; proprio perché non riusciamo a staccarci dalla immagine della Rivoluzione offerta dalla sinistra, e intesa unicamente come una sollevazione degli oppressi contro gli oppressori. Ebbene, negli ultimi vent&#8217;anni la Rivoluzione Conservatrice si è fondata su basi completamente differenti, sull&#8217;idea, cioé, che il sistema politico andava cambiato, trasformato in modo radicale, per avvantaggiare l&#8217;individuo.</p>
<p>L&#8217;individualismo è stata la più potente molla del conservatorismo in Occidente alla fine del Novecento, anche se oggi è un concetto che sta sbiadendo, che sembra aver perso confidenza nella sua forza e nella giustezza della sua causa. L&#8217;America Obamiana, dalla riforma della sanità ai <em>bailout</em> per salvare l&#8217;economia, vede un ritorno in grande stile dello Stato che fa da balia ai cittadini, limitando il loro potere di vigilanza su quello che avviene nella Sala Ovale della Casa Bianca.</p>
<p><strong>(FRC3)</strong>. La fine degli Settanta fu un un incubo per la politica estera americana, in un momento di grave crisi economica interna (lo scandalo &#8220;Watergate&#8221;) e davanti alle violente tempeste economiche indotte dagli schock petroliferi. L&#8217;Unione Sovietica, al contrario, sembrava in piena espansione, e le rivoluzioni comuniste marciavano trionfanti nel Terzo Mondo, nel Corno d&#8217;Africa come in America Centrale. Gli storici americani parlarono di &#8220;crisi di sistema&#8221;, di un sovrasforzo economico (<em>economic overreach</em>), di una società del controllo finita nella mani della CIA e del KGB, oppure, come il segretario di Stato dell&#8217;amministrazione Carter, Cyrus Vance, inseguirono il miraggio di &#8220;sogni condivisi&#8221; con il terreo Breznev.</p>
<p>Era il mito della <em>moral equivalence</em>, favorito dalla disinformazione sovietica per legittimare l&#8217;URSS come superpotenza alla pari degli Usa: all&#8217;inizio, Alexander Solzhenitsyn veniva considerato un fanatico religioso e le sue descrizioni dei gulag alla stregua di fantasie. La debolezza dell&#8217;America di fronte alle Democrazie Totalitarie s&#8217;infrangerà nella Rivoluzione Islamica dell&#8217;Iran khomeinista del 1979, il punto più basso della Presidenza Carter.</p>
<p>Questo è il motivo per cui la Rivoluzione Conservatrice, alla fine degli anni Settanta, non scoppiò in America, ma in un Paese europeo che più di altri sembrava pronto a cogliere i frutti della nuova onda conservatrice: la Spagna che si apriva alle libertà politiche e alle opportunità economiche dopo il lungo regime di Franco. Il modello della democrazia capitalista avrebbe attratto, in misura analoga, anche il Portogallo.</p>
<p>Alla fine degli anni Settanta, questi due Paesi rappresentarono un laboratorio di successo per le &#8220;rivoluzioni democratiche&#8221; che stavano covando e che sarebbero scoppiate nel decennio successivo, dall&#8217;America Latina all&#8217;Europa dell&#8217;Est. Il passaggio dalla dittatura alla democrazia, in modo pacifico, e senza l&#8217;intervento o la tutela decisiva degli Usa, impegnati, almeno durante la &#8220;rivoluzione spagnola&#8221;, su altri fronti critici come il Vietnam, l&#8217;America centro-meridionale e il Medio Oriente.</p>
<p>Il conservatore Adolfo Suarez in Spagna e il socialista Mario Soares in Portogallo riuscirono a trasformare politicamente i rispettivi Paesi, innescando una serie di riforme istituzionali ed economiche il cui successo, almeno in Spagna, si percepirà meglio solo nei decenni successivi, e che sarà raccolto e secondo alcuni in parte sperperato dalla lunga egemonia del leader socialista Zapatero.</p>
<p>Due uomini diversi, Suarez e Soares. Il primo un conservatore erede del franchismo, l&#8217;altro il campione delle nuove avanzanti socialdemocrazie. Ma uniti dal desiderio di far ripartire il motore economico e democratico della penisola iberica. Suarez con l&#8217;aiuto di Re Juan Carlos, Soares con l&#8217;aiuto dei militari legati al generale americano Alexander Hamilton&#8230;</p>
<p><strong>(FRC/4) </strong>Anche il Portogallo, come la Spagna, usciva da una lunga dittatura di stampo fascista e dovette attendere gli anni Settanta per avere la sua Rivoluzione Democratica. In quel decennio l&#8217;intera penisola iberica fu attraversata da potenti forze del cambiamento, che avrebbero portato il Paese sull&#8217;orlo della guerra civile, trasformandolo in uno dei tanti fronti della Guerra Fredda. L&#8217;uomo di Mosca in Portogallo si chiamava Alvaro Cunhal, uno dei più grandi stalinisti del dopoguerra europeo. Non aveva un enorme seguito elettorale ma era fiducioso nella tecnica leninista per la conquista del potere: pochi ma buoni.</p>
<p>La Rivoluzione democratica in Portogallo scoppia nel 1974, quando la popolazione mette fiori nelle canne dei fucili dei soldati. L&#8217;esercito guidato da generali e ufficiali di simpatie socialiste viene visto come il liberatore. L&#8217;anno prima, si era costituito il partito socialista portoghese, con transfuga ed esiliati che erano rientrati dalla Spagna e dalla Francia. Per tutto il 1975, sarebbe stato un continuo alternarsi di scontri fra le forze comuniste e i revansciti del defunto dittatore Salazar, mentre i centristi, i moderati e i socialisti cercavano una difficile convivenza in parlamento.</p>
<p>Cunhal non sarebbe comunque riuscito nel suo intento di sbilanciare il Paese verso l&#8217;Unione Sovietica. A fermarlo fu quel Mario Soares, socialista allievo di Brandt, amico del generale Eanes (a sua volta protege del generale americano Hamilton), spalleggiato dalla potente AFL-CIO, il sindacato americano di Irving Brown. Alla fine, Soares avrebbe convinto anche un diffidente Henry Kissinger. La vittoria di Soares in Portogallo diede un senso tutto diverso alla &#8220;Rivoluzione dei Garofani&#8221;, trasformandola in un laboratorio per le rivoluzioni dell&#8217;Europa orientale scoppiate nei decenni successivi.</p>
<p><strong>(FRC/5)</strong> La Rivoluzione Democratica in Spagna, alla morte di Franco, nel 1975, è stato uno degli eventi più straordinari e affascinanti della Storia della seconda metà del Novecento. Il dittatore aveva intuito che il suo regime non sarebbe sopravvissuto e, prima di morire, facilitò le cose ai suoi successori, lasciando intendere come sarebbero andate le cose in futuro nell&#8217;economia e nella società spagnola. A rendere così affascinanti quegli eventi fu però il fatto che a guidare la transizione, pacifica, alla democrazia, portando la Spagna nel campo delle moderne democrazie capitaliste occidentali, furono due uomini che a guardarli non sembravano proprio dei rivoluzionari. Uno era un playboy che diventerà uno dei più amati personaggi della storia spagnola recente, il Re Juan Carlos<em> </em>. L&#8217;altro, Adolfo Suarez, un ex franchista capace di traghettare il Paese verso il libero mercato, le riforme istituzionali, i cambiamenti nella società.</p>
<p>Altre forze avrebbero partecipato, responsabilmente, alla trasformazione del Paese. I socialisti di Felipe Gonzales, per esempio. Gli ambienti riformisti della Chiesa Cattolica, ma anche la sua parte più attiva e dinamica &#8211; l&#8217;Opus Dei. Tutti questi soggetti fecero argine all&#8217;eurocomunismo di Santiago Carrillo che, pur avendo preso le distanze dall&#8217;Unione Sovietica, e accettato il gioco democratico, ancora parlava di &#8220;centralismo democratico&#8221; (mentre faceva affari con Nicolae Ceausescu).</p>
<p>La Rivoluzione in Spagna e in Portogallo avrebbe mostrato ai Paesi del Centro e del Sud America che la transizione alla democrazia poteva avvenire senza il ricorso alle armi, e senza Generali o &#8220;uomini forti&#8221;. In secondo luogo, poteva, e fu presa, a modello di cambiamento. Terzo, dimostrò con largo anticipo che il Comunismo, in Europa, era finito. Ma a differenza degli iberici, i latinoamericani non avevano personalità come i Soares, una classe politica, conservatrice o socialista, che prefigurasse l&#8217;alternanza dei futuri assetti bipolari.</p>
<p>Ci volevano delle guide per indicare ai popoli del Sudamerica qual era la strada per creare una società più ricca e libera. Queste guide furono il Papa, Giovanni Paolo II, che con i suoi viaggi e discorsi comprese che l&#8217;America Latina era ad un punto di svolta, e il Presidente americano Ronald Reagan, che a metà degli anni Ottanta, consigliato dai <em>neoconservative</em> come l&#8217;assistente del Segretario di Stato, Elliott Abrams, mise in guardia i vari caudillo sudamericani dall&#8217;idea che i loro regimi avrebbero avuto una vita lunga o la protezione degli Usa, com&#8217;era accaduto, erroneamente, nel passato.</p>
<p>Poco dopo, il Generale Pinochet si ritirava dalla scena. Quando Reagan entrò alla Casa Bianca, solo due stati del Sud America potevano essere considerati democratici, Colombia e Venezuela. Quando il Presidente lasciò la Casa Bianca, solo due stati non lo erano. Cuba e il Suriname.</p>
<p><strong>(FRC/6)</strong>. L&#8217;esempio delle rivoluzioni democratiche spagnola e portoghese mostrò al mondo occidentale che il Comunismo, dopo tutto, non era per forza la strada da imboccare verso il futuro. Fu prendendo esempio da Re Juan Carlos e dai Soares che il presidente sudafricano De Klerk garantì la transizione pacifica in Sudafrica, cercando di normalizzare l&#8217;<em>African National Congress</em> e rilasciando Nelson Mandela dopo la lunga prigionia a Robin Island. L&#8217;intellighenzia occidentale, quella d&#8217;ispirazione comunista in Europa negli anni Settanta &#8211; così come quella &#8220;correct&#8221; americana, ha una forza culturale, politica e sociale impressionante, che tra le due sponde dell&#8217;Atlantico è stata in grado di occupare giornali, cinema, tv, case editrici, il mondo universitario e della scuola. Ecco perché negli anni Settanta alcuni studiosi e intellettuali che non rientravano negli schemi furono pesantemente ostracizzati, per quanto tradotti, celebrati e pubblicati all&#8217;estero.</p>
<p>E&#8217; il caso, per esempio, della &#8220;Intervista sul Fascismo&#8221; di Renzo De Felice<em> </em>, un testo che, dopo essere stato a lungo &#8220;sterilizzato&#8221; dall&#8217;editore barese Vito Laterza, provocò grande scandalo nell&#8217;ortodossia intellettuale dell&#8217;epoca. De Felice, contrastando l&#8217;opinione generale secondo cui il Fascismo era stato una reazione della upper e della <em>middle classe</em> alla rivoluzione comunista, scrisse che invece il regime invece affondava le sue radici in una emergente <em>lower-middle class</em>, e che per capirlo fino in fondo bisognava studiare la Rivoluzione Francese (un affronto, per i comunisti), il Romanticismo, quella visione del mondo che tanti mostri ha prodotto in Europa e fuori.</p>
<p>Gli eredi del Fascismo, secondo De Felice, erano una forza di cui non si poteva non tenere conto nello spettro politico italiano del dopoguerra, proprio per l&#8217;influenza delle nuove classi sociali in ascesa che quella ideologia rappresentavano. Il libro di De Felice fu un colpo al cuore al potere culturale della sinistra italiana, perché quella tesi rischiava di minare, come in effetti è accaduto in seguito, la base antifascista della Costituzione. De Felice intuì quale sarebbe stato il percorso della destra postfascista in Italia. Mentre la sua intervista veniva tradotta dal Giappone agli Stati Uniti, in Italia si combatteva ancora la battaglia per &#8220;il controllo del passato&#8221;, come l&#8217;ha chiamata Orwell.</p>
<p><strong>(FRC7)</strong> Anche in Francia negli anni settanta le università, in particolare quelle di scienze sociali, i giornali e i mezzi di comunicazione di massa, si erano progressivamente &#8220;marxistizzati&#8221;, dopo l&#8217;epopea della gauche degli anni Sessanta e sotto l&#8217;alto patronato di Jean Paul Sartre. A fare le spese di questa egemonia culturale fu Raymond Aron, che per la sua visione del mondo lucidamente scettica, e per aver scritto un libro dal titolo provocatorio come &#8220;L&#8217;oppio degli intellettuali&#8221;, venne messo all&#8217;indice, restando isolato, perché si era rifiutato di prendere parte al &#8220;gioco delle parti&#8221; di allora: esistenzialista, strutturalista, eccetera.</p>
<p>La Francia negli anni Settanta ospitò anche l&#8217;emigrato russo che dava più fastidio al Cremlino, lo scrittore Alexander Solzhenitsyn, che nel libro &#8220;Arcipelago Gulag&#8221; aveva raccontato l&#8217;inferno della dittatura comunista. L&#8217;esempio di Solzhenitsyn e di Aron fu così forte che alla fine del decennio, e poi, con forza sempre maggiore, nella prima metà degli anni Ottanta, la cultura francese divenne sempre meno imbrigliabile dall&#8217;Unione Sovietica, fino a quando un gran numero di intellettuali non iniziarono a contestare o rinnegare Mosca, diventando anticomunisti e filo-americani, come il caso di Bernard Henry Levi, che indagò sui Gulag e sui genocidi nel Sud Est asiatico.</p>
<p>Anche in Francia, dunque, si stava sentendo l&#8217;effetto della Rivoluzione democratica scoppiata in Spagna e Portogallo. Gli intellettuali francesi, o almeno una parte di loro, si erano accorti che le rivoluzioni possono anche essere pacifiche, che la transizione alla democrazia poteva avvenire senza spargimenti di sangue, ed era una lezione che altri uomini e donne avrebbero appreso e messo in pratica prima in America Latina e dopo grandi difficoltà nei Paesi dell&#8217;Europa orientale.</p>
<p><strong>(FRC8) </strong>L&#8217;influenza della Rivoluzione democratica in Spagna e Portogallo e l&#8217;inizio della Presidenza Reagan avrebbero influenzato profondamente la storia dell&#8217;America Latina, mostrando al mondo che l&#8217;espansione del comunismo sovietico poteva essere contenuta e che gli Stati Uniti, con volontà e determinazione, avrebbero chiuso la partita a loro favore. Quando pensiamo ai Contras e al sandinismo abitualmente siamo portati a considerare i primi come una milizia surrogata degli Usa e i secondi come dei liberatori del Nicaragua, ma le cose, negli anni Settanta, stavano altrimenti. L&#8217;Unione Sovietica foraggiava insurrezioni e guerriglie in mezzo mondo, e perdere &#8220;il cortile di casa&#8221;, per Washington, sarebbe stato un gran brutto segnale dopo i fallimenti del carterismo.</p>
<p>Così, se è vero che siamo abituati ad associare lo scandalo Iran/Contras e l&#8217;ambigua figura del Colonnello North con la presidenza Reagan, bisogna dire a difesa dell&#8217;inquilino della Casa Bianca che fece di tutto per mostrare ai Paesi dell&#8217;America Latina che la strada verso la democrazia poteva passare attraverso un processo pacifico, senza le scalmane sandiniste. Grazie ai sovietici e ai cubani, sandinisti avevano ammassato il più potente esercito del sud america, operando una severa repressione contro i nemici di classe, cattolici innanzitutto.</p>
<p>L&#8217;esempio di Re Juan Carlos, un sovrano venuto fuori da una educazione prettamente militare, mostrò invece alle classi dirigenti e a quella popolare dei Paesi sudamericani che i generali dell&#8217;esercito non erano per forza un nemico della libertà, ma che in certi casi potevano fare da garanti nella costituzione di uno stato democratico, come sarebbe accaduto a Eltsin difeso dall&#8217;esercito russo durante il golpe fallito del 1991, con la Turchia, che del suo stato maggiore ha fatto il difensore della laicità dello stato, o con gli ufficiali salvadoregni che, garantendo la redistribuzione delle terre, fecero da argine sia ai comunisti che all&#8217;ascesa della estrema destra.</p>
<p>Ma quello che colpì di più Reagan, rafforzando la sua convinzione che l&#8217;orso russo poteva essere sconfitto, fu l&#8217;effetto dei Contras sulla popolazione civile nicaraguense. I contras, che il Congresso degli Usa e ampia parte della stampa e della cultura liberal aveva osteggiato nel momento in cui Reagan proponeva di finanziarlo, creebbe e si rafforzò guadagnando consenso fra la popolazione. Più di quello che Reagan avrebbe mai pensato. Era la dimostrazione che la Rivoluzione Conservatrice aveva vinto.</p>
<p><strong>(FRC9)</strong> L&#8217;Unione Sovietica crollò per diversi motivi. Per la pressione esercitata da Ronald Reagan e per la debolezza del progetto riformista di Gorbaciov, certamente. Ma anche perché la fine del XX secolo vide muoversi sulla scena della Storia un personaggio decisivo &#8211; Papa Giovanni Paolo II &#8211; che aveva capito come singoli individui in certe contingenze storiche possono rivelarsi determinanti per una rivoluzione pacifica. Esattamente quella che avrebbe vissuto la sua Polonia, il Paese che da quel sussulto rivoluzionario sarebbe diventato la democrazia liberale forte e stabile che conosciamo oggi, tanto più dopo aver visto la reazione del popolo e della classe dirigente di Varsavia all&#8217;11 Settembre di Katyn.</p>
<p>Fin dall&#8217;inizio del suo pontificato, il Papa fece capire ai sovietici che sarebbe stato un osso duro. Il leader comunista italiano Giancarlo Pajetta aveva previsto che l&#8217;ex cardinale Wojtyla non avrevve più turbato i sonni dei compagni polacchi sbarcando in Vaticano, ma accadde esattamente il contrario. Da Solidarnosc all&#8217;America Latina, Wojtyla fu un Papa deciso a contrastare l&#8217;avanzata del comunismo, parallelamente, ma non in maniera subordinata agli Usa.</p>
<p>Nel Marzo del 1981 il Papa scese all&#8217;areoporto di Managua, in Nicaragua, dove lo attendevano le gerarchie ecclesiastiche locali, affascinate dalla nuova &#8220;teologia delle liberazione&#8221; che rileggeva il marxismo in chiave cattolica. Quando il ministro della cultura Cardenal s&#8217;inchinò per baciare l&#8217;anello pontificio, Giovanni Paolo lo colpì di sfuggita al volto, un rimprovero neanche troppo simbolico alla chiesa che scendeva a patti coi sovietici, via sandinista.</p>
<p>Giovanni Paolo II fu anche un abile diplomatico, capace di incontare privatamente il Generale Jaruzelsky, il leader polacco caro al Cremlino, mentre infuriava la rivolta non violenta di Solidarnosc. Con il suo esempio, seppe interpretare il senso della rivoluzione conservatrice, mettendo la Chiesa Cattolica al centro della battaglia fra libertà ed eguaglianza, mercato e collettivismo, materialismo capitalista e comunista.</p>
<p>Da quel momento, sarebbe partito un revival cattolico che dura ancora oggi con il suo successore, Benedetto XVI, e che ha permesso al Vaticano, pur in un contesto di generale arretramento del cattolicesimo dinanzi ad altre denominazioni religiose, di rappresentare un bastione della democrazia in Occidente.</p>
<p><strong>(FRC 10)</strong> Una volta un giornalista ha chiesto ad Adam Michnik (nella foto): “Mi dica, è stato peggio Reagan o Breznev?”. “Se fossi americano non avrei mai votato per Reagan – ha risposto Michnik – ma da polacco ho apprezzato l’atteggiamento duro di Reagan nei confronti di Breznev. Forse Reagan non capiva esattamente quello che stava facendo, ma la realtà è che, improvvisamente, le cose cambiarono”.  Quella polacca fu una lotta non-violenta condotta in nome dei principi del liberalismo antitotalitario. I diritti umani e la libertà di espressione, la tolleranza religiosa e l’antirazzismo, l’uguaglianza e il rispetto della legge, l’istruzione, il progresso, la sicurezza sociale.</p>
<p>Per i polacchi che, come Michnik, militavano nei ranghi di Solidarnosc, l’Occidente e il capitalismo non sono soltanto sinonimi di oppressione e colonialismo. “La vita mi ha insegnato che se qualcuno viene frustrato e qualcun altro lo sta frustrando, devi stare sempre dalla parte di chi viene frustrato”, ha detto Michnik ripensando al suo passato. Di polacco, ebreo e dissidente. È stata questa la vera svolta di un pezzo dell&#8217;Europa Orientale: forzare il diritto internazionale in nome dei diritti dei popoli e dell’individuo.</p>
<p>“A mio avviso, le opinioni religiose del team di Bush sono anacronistiche. Non posso credere che John Ashcroft abbia delle conversazioni personali quotidiane con Dio, che gli dice cosa deve fare. Ma se Dio gli ha detto che doveva distruggere Saddam, beh, è stato il suggerimento giusto, perché un mondo senza Saddam Hussein è migliore di un mondo con Saddam Hussein”. Solo chi ha vissuto sotto una dittatura può apprezzare l’ironia amara Michnik. Si può criticare l’amministrazione Bush per aver mentito sulle armi di distruzione di massa, per il suo unilateralismo e per gli errori commessi durante la guerra in Iraq. Anche i bombardamenti Alleati sulle principali città tedesche alla fine della Seconda Guerra mondiale furono devastanti, ma questo non significa cancellare il D-Day. “Il diritto al D-Day”, come lo chiama Paul Berman. E come lo sperimentarono, pacificamente, i rivoluzionari polacchi degli anni Ottanta.</p>
<p><strong>(FRC11)</strong> Prima del 1968 in Polonia vivevano 40.000 ebrei. Dopo la repressione sovietica ne rimasero 5.000. Prima della Seconda Guerra mondiale erano oltre tre milioni. L’Unione Sovietica stava proseguendo la politica antisemita del nazismo? <strong><a href="../index.php/2008/07/31/ricostruire-la-sinistra-antitotalitaria-3/?phpMyAdmin=vIMStXtr0WhD94RjcJDvpNefOUf" target="_blank">Adam Michnik</a></strong> ricorda la storia del <strong><a href="http://www.jewishvirtuallibrary.org/jsource/Holocaust/Kielce.html" target="_blank">pogrom di Kielce</a></strong>, una piccola città della Polonia Orientale. I nazisti avevano deportato a Kielce migliaia di persone quando i sovietici liberarono il campo, trovando solo due ebrei rimasti vivi. Nei mesi successivi si riformò una minuscola comunità, qualche centinaio di sopravvissuti all’Olocausto. Il 4 luglio del 1946, i russi presero d’assalto il ghetto uccidendo 40 persone. La guerra era finita ma il rancore e l’odio antiebraico no.</p>
<p>Nel ’68 Michnik fu espulso dall’università e finì dietro le sbarre, accusato di atti di teppismo. Fu rilasciato l’anno successivo e da allora sarebbe entrato e uscito di galera accumulando 6 anni di detenzione. Scrisse per i samizdat e insegnò alla <strong><a href="http://www.nybooks.com/articles/7545" target="_blank">Flying University</a></strong>, una specie di seminario alternativo ai corsi di studio imposti dal partito comunista polacco. Era diventato un dissidente.</p>
<p>Dal 1968 al 1989 fu uno dei leader dell’opposizione democratica, tra i consiglieri più ascoltati di Lech Walesa, partecipando ai negoziati tra Solidarnosc e la giunta Jaruzelsky (i <em>Round Table Talks</em> dell’89). Caduto il Comunismo, Walesa gli affidò il compito di creare un grande quotidiano popolare, la <strong><a href="http://wyborcza.pl/0,0.html" target="_blank">“Gazeta Wyborcza”</a></strong>, che oggi è uno dei giornali più letti in Polonia. Subito dopo la tragedia di Katyn, mentre il suo Paese piangeva un nuovo &#8220;11 Settembre&#8221;, con i vertici del governo improvvisamente decapitati in un incidente aereo, Michnik ha trovato la forza di lodare la Polonia.</p>
<p>La gloria della Polonia, un Paese che dopo la fine del Comunismo ha saputo costruire una democrazia stabile, liberale, che ha superato almeno apparentemente indenne l&#8217;incidente di Katyin. Il Paese di Papa Giovanni Paolo II, un territorio strategico nel dilagare della Rivoluzione conservatrice in Europa Orientale, negli anni Ottanta e Novanta.</p>
<p><strong>(FRC12) </strong>C&#8217;era una barzelletta che circolava in Unione Sovietica negli anni Ottanta. Un uomo entra in un bar e ordina da bere. &#8220;Un rublo&#8221;, gli dice il barista. &#8220;Un rublo?, ma fino a l&#8217;altro giorno questa birra costava cinquanta copechi!&#8221;. E il barista: &#8220;Quella era la birra prima della glasnost, da oggi il prezzo è raddoppiato, 50 per cento per la birra e l&#8217;altro 50 per la perestroika&#8221;. L&#8217;uomo mette il rublo sul tavolo, il barista lo prende, si allontana, e poi torna indietro con cinquanta copechi e il bicchiere vuoto.</p>
<p>&#8220;Che diavolo fai?&#8221;, lo aggredisce il cliente.</p>
<p>&#8220;Non c&#8217;è più birra, amico, da adesso paghi solo la glasnost&#8221;.</p>
<p>I sovietici si rendevano conto di come sarebbe andata a finire nel giro di qualche anno. La vittoria della Rivoluzione conservatrice coincide con il momento in cui il Presidente Reagan e i suoi consiglieri percepiscono che l&#8217;Unione Sovietica è allo sbando e il sistema comunista sta per crollare. L&#8217;Impero sovietico aveva risorse insufficienti per i suoi fabbisogni mastodontici; non era riuscito ad esercitare un colonialismo &#8216;produttivo&#8217; verso le terre conquistate o controllate ma, al contrario, un effetto deprimente, visto che Mosca vendeva materie prime al Kazakistan (prendiamo il Kazakistan come esempio) per riavere manufatti e beni di vario genere &#8211; uno scambio illogico da un punto di vista capitalistico.</p>
<p>Il forziere sovietico erano il gas, il petrolio, l&#8217;oro, i diamanti e le materie prime più prezione, ma l&#8217;unica industria in grado di esportare qualcosa all&#8217;estero era quella militare. Il Cremlino riuscì a confondere gli osservatori grazie alle crisi del petrolio degli anni Settanta, che avevano rischiato di menomare i Paesi occidentali, ma nel decennio successivo, quando il prezzo del petrolio ricominciò a scorrere, gli effetti per l&#8217;economia sovietica furono devastanti. Regan aveva capito l&#8217;importanza dell&#8217;oro nero nella lotta al comunismo ed è in quel momento che americani e sauditi stringono una santa alleanza che porterà ad ulteriori incrementi della produzione del greggio. Nel frattempo, anche gli investitori del Giappone o della Repubblica Federale tedesca lasciano il Paese, diventato un creditore insolvente e sempre più in balia dei mercati mondiali.</p>
<p>In patria la vita faceva schifo, i servizi funzionavano a singhiozzo, mancava la benzina e le città piombavano nel degrado e in una delinquenza sempre più potente e incontrollabile; negli ospedali, i medici raccontavano ai reporter di Newsweek di aver smesso di usare prodotti farmaceutici &#8220;di regime&#8221; per tutelare la salute dei pazienti. Il sistema era destinato a cascare, Reagan aveva solo bisogno di qualche altra spinta.</p>
<p><strong>(FRC13)</strong> Se oggi Obama ha rinunciato al progetto dello Scudo spaziale, lasciando scontente le classi dirigenti polacche e della Repubblica Ceca, fu proprio con le <em>Star Wars</em> che il Presidente Reagan dimostrò chiaramente agli americani, agli europei e ai Paesi in cui erano presenti forze comuniste (America Latina, Angola, Afghanistan), che il sistema industriale sovietico era allo sfascio. Per molto tempo, negli anni Ottanta, gli opinion makers e la stessa CIA sopravvalutarono l&#8217;economia dell&#8217;Impero comunista. Ancora alla fine del periodo gorbacioviano l&#8217;intelligence Usa stimava che l&#8217;Urss crescesse al due per cento annuo. In realtà l&#8217;indice di produttività era molto più basso di quello occidentale, come capirono, a loro spese, gli investitori della FIAT a Togliattigrad.</p>
<p>L&#8217;efficienza era un sogno, la classe operaia versava nell&#8217;alcolismo e la forza-lavoro non vedeva neppure l&#8217;ombra di un incentivo; se mai quell&#8217;industria soffriva per la mancanza cronica di materiali e pezzi di ricambio, e fin dall&#8217;inizio dell&#8217;esperimento sovietico &#8211; nonostante la Russia avesse fior di cervelli tra gli ingegneri, i matematici e gli scienziati, dipese sempre dalle forniture esterne, usurandole con il trascorrere del tempo.</p>
<p>Era un sistema malato e lo scontento ormai si propagava anche nelle strutture della forza, come dimostra il caso &#8220;Farewell&#8221;, un complesso intrigo spionistico, che permise agli Stati Uniti, complice il governo Mitterand, di mettere le mani su preziosi documenti del KGB e di ottenere informazioni sullo stato di salute del Partito in Patria. Reagan scoprì il segreto fatale dei suoi avversari: non avrebbero mai potuto competere con il design e lo sviluppo della tecnologia e di conseguenza del sistema industriale dell&#8217;Occidente. La &#8220;Dottrina Reagan&#8221; rappresenta quindi l&#8217;apice della Rivoluzione Conservatrice, il momento in cui l&#8217;America dimostra al mondo di essere la più forte tra le due superpotenze della Guerra Fredda, e che è destinata a prevalere.</p>
<p>L&#8217;idealismo democratico e la diffusione del libero mercato segnano il rintocco funebre dell&#8217;Impero sovietico. Ovviamente la politica reaganiana sconta degli errori e delle leggerezze. Lo scontro con gli uomini dell&#8217;amministrazione, come il capo dello staff Baker, o il segretario di stato Shultz, fa emergere i limiti, e i rischi, delle politiche di controllo delle esportazioni inaugurate dal Presidente per colpire gli interessi sovietici. La stessa amministrazione, smentendo per un attimo uno degli stereotipi del reaganismo &#8211; la centralità e il decisionismo del leader -, era al contrario caratterizzata da una certa ritrosia di Reagan a prendere decisioni unilaterali, preferendo che fosse il suo Gabinetto a farlo. Una politica che in parecchi casi avrebbe paralizzato l&#8217;amministrazione.</p>
<p>Ma su un punto la Dottrina elaborata dal Presidente cowboy era vincente. L&#8217;equivalenza morale dominante negli anni Settanta, per cui si pensava all&#8217;URSS come a un legittimo competitore globale degli Usa, era finita. L&#8217;America era meglio dell&#8217;URSS. Economicamente, da un punto di vista sociale e da quello, decisivo, degli assetti strategici e militari. I valori dell&#8217;Occidente erano superiori a quelli russi. Negli anni Settanta, proprio come avviene oggi, si pensi all&#8217;ultimo incontro sul disarmo fra Obama e Medvedev, gli Usa avevano accettato di &#8220;limitare&#8221; il proprio arsenale, favorendo una potenza avversaria che era già in declino. Nel decennio successivo, Reagan avrebbe &#8220;alzato lo scudo&#8221; per puntellare il crollo, pacifico, dell&#8217;&#8221;Impero del Male&#8221;.</p>
<p><strong>(FRC 14) </strong>Che gli Usa e i loro alleati occidentali non avessero capito la crisi in cui versava l&#8217;Unione Sovietica già dalla fine degli anni Settanta ce ne accorgiamo dal trattamento riservato a due leader del comunismo che hanno fatto una fine assai diversa tra loro, il primo diventando un ascoltato uomo di stato internazionale e l&#8217;altro finito ammazzato dopo la sua deposizione. Stiamo parlando di Gorbaciov e Ceaucescu, di quell&#8217;URSS e quella Romania, che per un bel po&#8217;, furono considerate un modello di comunismo con cui si poteva fare affari. Prima di capire che il romeno Ceacescu era un autocrate paronoide con manie di grandezza, che si spacciava come indipentende da Mosca per carpire segreti e chiudere affari con i Paesi occidentali, c&#8217;è voluto parecchio tempo. Nixon se la bevve, e in seguito, grazie ai compagni romeni, il Kgb sarebbe entrato in possesso di prezioni informazioni sull&#8217;arsenale convenzionale della Nato in Europa, come quelle sui carri armati Leonard.</p>
<p>Anche Gorbaciov, il delfino di Yuri Andropov, due uomini uniti dal comune destino che li legava al KGB, riuscì a proporsi come un innovatore che avrebbe dato una svolta alla politica estera russa, riformando, contemporaneamente, il sistema politico, economico e sociale. Ma già da quindici anni le autorità del Cremlino sonnecchiavano, concedendo piccole aperture nella convincione che ormai il progetto comunista stava fallendo, e che i movimenti del dissenso interno (attivi già dalla fine degli anni Settanta), prima o poi avrebbero provocato una esplosione del sistema. Reagan non capì che l&#8217;Urss non poteva essere ridotta al suo leader, per quanto Gorbaciov fosse un personaggio carismatico, perché era il sistema ad essere fallito non solo i suoi leader.</p>
<p><strong>(FRC 15) </strong>Gorbaciov assistette alla fine del Comunismo sovietico come una specie di Alice nel Paese delle meraviglie, che non si è mai capito quanto ci era e quanto ci faceva. Si disse &#8220;sorpreso&#8221; delle forze centrifughe, etnico-nazionaliste, che facevano traballare il regime (l&#8217;insorgenza islamica nel Caucaso, la guerra in Afghanistan), e finanche quando tornò al Cremlino dopo il tentato colpo di stato del &#8216;91, quando il regime aveva mostrato ancora una volta la suo violenza in un ultimo, ma non definitivo, colpo di coda, Gorbaciov non trovò altre parole se non quelle di promettere ai russi che il Paese sarebbe ripartito con una grande riforma del sistema&#8230;</p>
<p>Gorbaciov sembrava così spaesato di fronte agli eventi che accadevano da dare l&#8217;impressione, scherzosa, che fosse la stessa Cia a manovrarlo. In realtà, se il Cremlino era a conoscenza della crisi che stava disgregando il sistema, non aveva approfondito l&#8217;argomento quanto avevano fatto i cittadini sovietici sulla loro pelle, ed è probabile che Gorbaciov abbia creduto candidamente e sinceramente fino all&#8217;ultimo che il sistema era ancora riformabile, pur nella sua pesantissima recessione. Ma non sapeva cosa fare, e non lo fece.</p>
<p>In compenso, Gorbaciov fu molto abile, e lo è tuttora, nel presentare la sua operazione con un moderno marketing politico, riuscendo a dare a se stesso e ai suoi collaboratori un&#8217;aura semihollywoodiana di uomini del cambiamento, giovani, brillanti, l&#8217;esatto contrario dei vecchi e grigi apparati del passato. Ma trucchi e belletti non potevano bastare a capovolgere un fenomeno storico che ormai scorreva velocemente. Gorbaciov avrebbe avuto soltanto un modo per evitare la disgregazione dell&#8217;Unione e la fine dell&#8217;impero. Comportarsi da imperatore, scatenando il terrore e usando la forza per reprimere il dissenso interno e nei Paesi del Patto di Varsavia. Non fece neanche questo.</p>
<p>Solidarnosc divenne presto una forza politica riconosciuta in Polonia e alle prime elezioni libere del Paese il partito comunista venne praticamente spazzato via dal Parlamento. In Lituania, quando la popolazione decise un referendum per staccarsi dall&#8217;Unione, Gorbaciov mandò i carri armati, fece circondare Radio Vilnius, ma poi la Radio continuò a trasmettere e la popolazione fraternizzò con i soldati. L&#8217;Unione Sovietica stava finendo, più o meno pacificamente, nelle mani di Boris Eltsin.</p>
<p><strong>(FRC 16) </strong>All&#8217;inizio degli anni Ottanta, fu difficile per gli occidentali comprendere ciò che stava accadendo in Unione Sovietica e nei Paesi del blocco comunista. Ma per gli studiosi, i politici e i giornalisti più attenti, era chiaro che il progetto riformista di Gorbaciov avrebbe avuto vita breve. Gli uffici del consolato americano a Berlino Est trasmettevano cablogrammi raccontando in modo un po&#8217; naif cosa accadeva nella Germania Orientale: la gente stava ricominciando a frequentare le chiese e il revival religioso s&#8217;innestava sopra un potente spirito pacifista. Un segno che il sistema era al suo punto di rottura.</p>
<p>Siamo abituati, parlando del dissenso, dei movimenti antitotalitari dell&#8217;Europa Orientale, a ricordare Solidarnosc o Carta 77, ma per un decennio furono migliaia i dissidenti che si diedero appuntamento per pregare, protestare, fare piani, suonare musica jazz (il movimento &#8220;Jazz Section&#8221;), fino alla piccola Woodstock di Wroclav, in Polonia, quando i ragazzi cecoslovacchi e della Polonia si riunirono in una grande giornata di musica e libertà. Non si poteva constrastare l&#8217;onda né tantomeno Gorbaciov avrebbe mai desiderato farlo, a differenza dei suoi predecessori. Lasciò che il Papa viaggiasse in Polonia e che ospitasse a San Pietro centinaia di pellegrini cecoslovacchi, di una Nazione che non aveva certo una tradizione religiosa come quella polacca.</p>
<p><strong>(FRC 17)</strong> Il primo sbandamento nella Rivoluzione Conservatrice avvenne con l&#8217;amministrazione di Bush Padre. L&#8217;America aveva fatto crollare il Comunismo sovietico e dato vita alle Rivoluzioni democratiche e pacifiche in Europa Orientale, in America Latina, Spagna e Portogallo, sotto l&#8217;alto patronato di Giovanni Paolo II. Uno alla volta, mentre Reagan si ritirava nel suo ranch in California, i grandi leader che avevano liberato i loro paesi, Lech Walesa, Nelson Mandela, Re Juan Carlos, venivano alla Casa Bianca per ringraziare gli Usa di aver esportato il modello del capitalismo democratico nelle loro terre. Doveva essere il momento in cui l&#8217;America avrebbe dovuto raccogliere tutti i frutti del suo impegno nel decennio precedente, e della Guerra Fredda. Gli Usa erano l&#8217;unica superpotenza rimasta sulla scena della Storia, e la Rivoluzione avrebbe potuto continuare ancora a lungo. Ma Bush padre e il segretario di stato Baker non si resero pienamente conto della enorme opportunità che l&#8217;America aveva per esportare il suo modello nel resto del mondo.</p>
<p>Invece di scaricare Gorbaciov, continuarono a dare credito al fantomatico &#8220;Trattato della Unione&#8221; che l&#8217;ultimo leader comunista ancora sognava di poter realizzare dopo la Caduta del Muro di Berlino, e che veniva appoggiato più o meno dal 3 o 4 per cento della popolazione. Bush Sn. e Baker erano dei realisti, come nella migliore tradizione della politica estera americana della Guerra Fredda. Non avevano una &#8220;grande visione&#8221;, o un ideale, se non quello di evocare un &#8220;Nuovo Ordine Mondiale&#8221; in cui ad avere il potere sarebbero state le Nazioni Unite e gli organi internazionali come l&#8217;FMI o la Banca Mondiale.</p>
<p>Così gli Stati Uniti persero per la prima volta l&#8217;occasione che gli era stata offerta dalla Storia. Bush padre oscillò fra gli aiuti economici alla Russia e il taglio dei finanziamenti, le rassicurazioni sul controllo degli armamenti nucleari sovietici e la paura che questi potessero finire nella mani delle persone sbagliate. Non fu una politica lungimirante ma neppure stupida visto che riuscì a contenere le spinte revansciste in Russia, almeno per una manciata di anni. Ma l&#8217;America è un Paese che ha sempre alternato fasi di grandi espansione, di enorme impegno sul campo internazionale (la Seconda Guerra mondiale e la lotta al nazifascismo, il wilsonismo della Prima), ad altre in cui si rinchiude in se stessa, dimentica del prorio ruolo e del suo esempio. L&#8217;epoca di Bush padre fu una di queste fasi.</p>
<p><strong>(FRC 18) </strong>Il secondo grave errore di Bush Senior fu la Guerra nel Golfo. Il dittatore Saddam Hussein aveva invaso il Kuwait incurante delle leggi internazionali e del rispetto della integrità dei confini da parte delle nazioni. Per lungo tempo, Bush e Baker avevano cercato di dissuadere Saddam con tutte le pressioni politiche e diplomatiche possibili, ma il Rais di Baghdad decise lo stesso di sfidare la pazienza della superpotenza americana. A quel punto, Bush Padre reagì mettendo insieme una colossale operazione militare, &#8220;Desert Storm&#8221;, rinsaldando l&#8217;alleanza con i Paesi amici dagli Usa, che in poco tempo, dopo i tremendi bombardamenti sull&#8217;Iraq, (li ricordiamo grazie agli algidi collegamenti della CNN dall&#8217;Hotel Palestine di Baghdad), si rivelarono una catastrofe per l&#8217;Iraq, una sconfitta per Saddam e un grave lutto per la sua popolazione.</p>
<p>A quel punto in molti si aspettavano che l&#8217;amministrazione Bush completasse la missione rovesciando il regime Baath. Se lo aspettavano gli analisti di politica internazionale, convinti che l&#8217;America, dopo aver seppellito l&#8217;URSS, abbattendo Saddam avrebbe lanciato un potente messaggio agli altri Paesi dittatoriali o non democratici del mondo. Se lo aspettavano, soprattutto, i curdi e gli sciiti che dopo decenni di persecuzioni, avevano salutato la liberazione del Kuwait come il momento giusto per ribellarsi al regime che li opprimeva, li &#8220;gasava&#8221;, li gettava nelle fosse comuni. I dissidenti del mondo arabo e islamico guardavano con speranza alla caduta del Rais.</p>
<p>Ma Bush e Baker non si spinsero oltre. La missione, dissero, era liberare il Kuwait. Questa decisione gettò in un grande sconforto tutti coloro che avevano creduto ai principi della Rivoluzione Conservatrice che si era estesa nel mondo nel ventennio precedente. L&#8217;America lasciò intendere che non sempre si sarebbe battuta fino in fondo per dare una chance a chi combatteva in nome della libertà. L&#8217;interesse nazionale, insomma, non coincideva più con l&#8217;ideale di un mondo libero e democratico. Gli Stati Uniti si rifiutarono di proteggere chi gli aveva chiesto aiuto e abbandonarono al loro destino i curdi e gli sciiti che si erano mobilitati in Iraq.</p>
<p><strong>(FRC 19)</strong> La vittoria dimezzata in Iraq fu il modello di quanto sarebbe avvenuto con l&#8217;ex Unione Sovietica. L&#8217;America aveva vinto la Guerra Fredda ma sembrava tergiversare. Quando Gorbaciov mandò le truppe sovietiche in Lituania per impedire il referendum, il segretario di stato Baker &#8211; che pure aveva promesso aiuto al leader lituano Landsbergis &#8211; se ne lavò le mani spiegando che gli Usa non avvrebbero approvato eventuali sanzioni contro il Cremlino. Il principale errore di Bush Padre fu quello di puntare sugli uomini invece di comprendere che quello in atto era un cambio di sistema, complesso, difficile, e che non poteva essere lasciato alle facoltà dei leader russi.</p>
<p>L&#8217;amministrazione Bush appoggiò prima Gorbaciov contro Eltsin, nonostante quest&#8217;ultimo fosse stato eletto democraticamente e godesse del consenso popolare. Poi, dopo il colpo di stato fallito del &#8216;91, quando &#8220;Boris&#8221; difese la Casa Bianca dall&#8217;ultimo colpo dei vecchi apparati, gli Usa diventarono tutto a un tratto il miglior alleato di Eltsin e del suo nucleo familistico, gente che, esattamente come Gorbaciov e l&#8217;establishment dei riformatori, non aveva la più pallida idea di come trasformare il Paese in base alla democrazia e alle leggi del libero mercato. I leader russi non sarebbero mai stati capaci, da soli, di regolare dei cambiamenti fondamentali come quelli legati alla introduzione della proprietà privata e ai nuovi obiettivi economici e politici.</p>
<p>Non era un fatto di leader, quindi, ma di sistema. Gli Usa, che per duecento anni avevano dato vita a una società multietnica, libera e ed economicamente ricca, avrebbero potuto spendere questa credibilità per convincere i leader e la popolazione russa che qualsiasi cambiamento di sistema e aiuto economico da parte degli Stati Uniti sarebbe arrivato solo <em>dopo</em> che l&#8217;amministrazione americana si fosse convinta che i soldi non fossero finiti nel buco nero della corruzione e della illegalità. Un intero sistema era collassato, ma gli Usa, non volendo forzare la mano, contribuirono indirettamente ad alimentare il caos successivo alla &#8216;caduta&#8217;. Avrebbero potuto usare ancora le radio e i mezzi di comunicazione di cui Reagan si era servito per &#8216;dialogare&#8217; con il popolo russo, ma anche questa strada fu abbandonata.</p>
<p>Bush e Baker, così come avrebbero fatto Clinton e Christopher, non capirono, o forse non vollero capire, che per sancire il passaggio dal regime comunista alla democrazia sarebbe stato necessario processare, direttamente o indirettamente, la vecchia nomenclatura, come era avvenuto in Germania, Italia, Giappone, dopo la Seconda Guerra mondiale. L&#8217;Occidente invece di dichiarare vittoria abbandonò la Rivoluzione Conservatrice, e i processi che avrebbero dovuto fare chiarezza sul passato, sulle colpe degli uomini di regime, sulle complicità della gente comune, diventarono sempre più remoti &#8211; nel momento in cui le stesse strutture della forza e i servizi segreti dell&#8217;ex Kgb manipolavano gli archivi distruggendo, alterando, e falsificando le prove di quanto era accaduto.</p>
<p><strong>(FRC 20)</strong> Gli archivi sovietici rappresentavano il sogno dei giovani rivoluzionari conservatori americani che avevano vinto la Guerra Fredda e adesso aspettavano il loro turno, nei loro uffici dei centri di ricerca e di nascenti ma già potenti &#8220;pensatoi&#8221; come l&#8217;American Enterprise Institute. I ricercatori americani ebbero accesso, per un  breve periodo, all&#8217;inizio degli anni Novanta, ai grandi hangar dell&#8217;intelligence sovietica, un miniera inestimabile per capire non solo come si era strutturato il potere dell&#8217;apparato comunista ma anche per analizzare le sue propalazioni nei Paesi dell&#8217;Europa Occidentale. A differenza del Nazifascismo, il Comunismo sovietico però non cadde in modo violento e traumatico, né ci furono processi ai gerarchi.<img title="Continua..." src="http://www.noaweb.it/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" /></p>
<p>Eltsin dichiarò per breve tempo il partito comunista illegittimo in Russia ma i veterani del regime e le primule rosse del postumo Gorbaciov erano ancora pronte ad occupare posti nella Duma. Questa &#8220;resa dei conti&#8221; dimezzata con il passato avrebbe potuto essere completata (com&#8217;è avvenuto nella Repubblica Ceca o in Polonia, con i vari gradi della <em>Lustracia</em>), e aprire gli archivi, comunicare le informazioni in essi contenute alla popolazione sovietica e agli altri Paesi del mondo avrebbe contribuito a una pacificazione più reale.</p>
<p>Invece, ben presto, spaventati dalla concorrenza che giornali, istituti di ricerca, think-tank facevano per accaparrarsi scampoli dei dossier, i russi si chiusero a riccio sui loro segreti. Eltsin si piegò firmando un decreto che rinviava di trent&#8217;anni la diffusione delle informazioni sensibili. Nei ranghi più o meno bassi della burocrazia e della nomenclatura, in quelli dell&#8217;esercito e delle nascenti &#8220;strutture della forza&#8221; decisive per l&#8217;ascesa di Vladimir Putin, i comunisti rimasero a governare come avevano sempre fatto per circa un secolo. I servizi putiniani, eredi di quelli dell&#8217;Urss, ripresero a tessere trame con i Paesi dell&#8217;Europa Orientale e delle aree di influenza sovietiche. La sopravvivenza del comunismo era garantita. A metà degli anni Novanta, Londra denunciava la presenza di una rete spionistica russa attiva sul territorio inglese. Nessun alto ufficiale o generalissimo del KGB e dell&#8217;esercito passò dalla parte dell&#8217;Occidente dopo la Caduta dell&#8217;URSS.</p>
<p><strong>(FRC 21)</strong> Mentre George Bush non aveva capito fino in fondo il momento storico che l&#8217;America stava vivendo durante la Rivoluzione Conservatrice, e si era dimostrato incapace di cogliere quella opportunità, il Presidente democratico Bill Clinton &#8211; dalle sue politiche verso la Russia a quella con la Repubblica Popolare cinese apparve a tutti come un vero e proprio controrivoluzionario. Clinton avrebbe chiesto agli Alleati occidentali di combattere in Bosnia per rovesciare il regime comunista serbo di Milosevic. Ma né lui, né il suo predecessore Bush si erano curati delle stragi perpetrate dal duo Gorby/Shevardnadze in Georgia o Afghanistan.</p>
<p>Due presidenti, uno repubblicano e uno democratico, sprecarono entrambi l&#8217;occasione di ampliare ancora di più la Rivoluzione Conservatrice che si era compiuta fra la metà degli anni Settanta e gli anni Ottanta. Bush non sapeva cosa fare: restare in Europa, rafforzare la Nato, e dove collocare la nuova linea di Yalta? Al Repubblicano, come al democratico, mancava una &#8220;visione del mondo&#8221;.</p>
<p>Non solo l&#8217;America favorì le elite russe, Gorbaciov piuttosto che Eltsin, ma si prodigò per far arrivare a Mosca armamenti avanzati, mettendo mano a una politica di &#8220;decontrolling&#8221; si giocattoli come quelli usati per la guerra subacquea e sottomarina, tecnologie per la guerra laser, semiconduttori e microprocessoeri, sistemi per la visione satellitare, tecnologia digitale e informatica avanzata che avrebbe trasformato Mosca in uno dei grandi player della cyberwar contemporanea. Clinton avrebbe ripetuto lo stesso errore con la Cina.</p>
<p><strong>(FRC 22)</strong> Durante la sua campagna elettorale, Bill Clinton si propose all&#8217;elettorato come l&#8217;erede della Rivoluzione Conservatrice: disse di voler ridurre il peso delle tasse, di voler tagliare i rami secchi della burocrazia e dare maggior potere alle forme di governo locali &#8211; in definitiva, al popolo stesso. Parlò di &#8220;small governement&#8221; e &#8220;new left&#8221; ma era un impostore. Una volta eletto, infatti, mostrò che l&#8217;origine dei suoi ideali era piuttosto rintracciabile nel socialismo degli accademici dei dipartimenti universitari americani dove ancora si idolatrava il marxismo.</p>
<p>Clinton disse di voler &#8220;reinventare il governo&#8221; e di voler stabilire &#8220;un nuovo accordo fra bussiness e governo&#8221;, ma durante i suoi due mandati il peso dello stato nella vita americana aumentò e la libertà dei suoi cittadini diminuì. L&#8217;esempio migliore, tanto più che attualissimo, del crepaccio apertosi fra le sue dichiarazioni ideali e la realtà delle decisioni politiche, è quello del progetto di riforma del sistema sanitario nazionale.</p>
<p>Clinton diede l&#8217;impressione d&#8217;ispirarsi a modelli del welfare come quello canadese o dei Paesi dell&#8217;Europa occidentale, proprio nel momento in cui questi modelli, entrati in una profonda crisi, stavano cercando una loro ristrutturazione. L&#8217;idea di sanità pubblica di Clinton, come quella del suo erede, Obama, sono l&#8217;aspetto più controrivoluzionario di quella visione democratica che ha rimesso in discussione alcuni dei valori fondanti della Storia americana. Lo slogan era &#8220;power to the people&#8221;, ma il potere lo presero i congressisti e i lobbisti di Capitol Hill favorevoli alla riforma, in una parola la &#8220;nomenclatura&#8221; clintoniana che, ancora oggi, gravita intorno alla Casa Bianca.</p>
<p><strong>(FRC 23)</strong> La stessa linea Clinton la seguì anche in politica estera. Aveva vinto le elezioni criticanto l&#8217;attendismo dell&#8217;amministrazione di Bush Padre in Bosnia, di aver venduto armi a Saddam Hussein e di aver tenuto una politica soft con i comunisti della Cina. Ma la sua era una politica degli annunci, essendo Clinton un &#8220;hamiltoniano&#8221; interessato innanzitutto a favorire l&#8217;interesse nazionale americano nel mondo (parliamo di interessi economici), annunci che venivano capovolti e drasticamente cambiati quando le mutate esigenze lo richiedevano.</p>
<p>E&#8217; facile essere degli idealisti a parole. Clinton bacchettò la Cina sulla repressione omicidiaria condotta su larga scala dalla Repubblica Popolare, ma nello stesso tempo fu il Presidente che avrebbe venduto il più alto numero di armi e tecnologie avanzate a Pechino. Se Bush si era fidato ciecamente di Gorbaciov, Eltsin divenne il preferito da Clinton, anche quando il nuovo presidente russo decise di posticipare di qualche decennio l&#8217;apertura degli archivi del Partito comunista sovietico.</p>
<p>Clinton accusò Bush Padre di aver perso il controllo sulle tecnologie avanzate, permettendo a Saddam di rafforzare il suo arsenale di armi illegali, ma il Presidente democratico sarebbe andato molto oltre, smantellando l&#8217;intera struttura di controllo dell&#8217;export americano. Clinton adottò le politiche tipiche del Big Bussiness americano, favorendo, in questo modo, il decollo tecnologico dell&#8217;industria cinese. L&#8217;esempio migliore è quello del &#8220;decontrolling&#8221; clintoniano sui supercomputer.</p>
<p><strong>(FRC24)</strong> Negli anni Novanta esistevano degli organismi internazionali, nel seno della Nato, che si occupavano di controllare l&#8217;export delle tecnologie  come quella informatica dagli Usa al resto del mondo. Era il caso dei &#8220;Supercomputer&#8221;, quelle macchine la cui potenza in CTPs (<em>composite theoretical operation per seconds</em>) veniva misurata in MTOPs (<em>millions of  theoretical operation per seconds</em>). Oltre una certa soglia di MTOPs non si potevano vendere computer a potenze straniere. Naturalmente le grandi multinazionali dell&#8217;informatica facevano pressione sul Congresso e sulla Casa Bianca affinché questa &#8220;soglia di sicurezza&#8221; venisse abbassata, per poter fare affari più facilmente.</p>
<p>Ma ogni volta che il governo americano provava a sollevare quella soglia, gli organismi atti al controllo dell&#8217;export, criticavano queste decisioni; Clinton si sbarazzò di quegli organismi, e in dieci anni, nel giro dei suoi due mandati, permise alle grandi corporation di vendere i supercomputer e altre tecnologie sensibili agli avversari dell&#8217;America, in particolare ad uno di essi, il più pericoloso e lontano dalla democrazia americana, la Repubblica Popolare Cinese. I cinesi si sarebbero impossessati di tecnologie utili a dotarsi di armi di distruzione di massa, tecnologie che con il passare del tempo sarebbero state rivendute agli &#8220;stati-canaglia&#8221; come l&#8217;Iran, il Pakistan o la Corea del Nord.</p>
<p>Se pure, grazie alla intelligence e alle fonti locali, gli americani avessero potuto continuare ad ottenere informazioni sul grado di sviluppo delle tecnologie militari di questi Paesi, non erano comunque più in grado di impedirgli di dotarsi di esse. Il ministero del commercio con l&#8217;estero disse chiaramente che la lista degli organismi che controllavano l&#8217;export andava modificata e che lo sarebbe stata in base alla discrezione dell&#8217;Amministrazione. Nel 1993, il segretario di Stato Perry annunciò che gli Usa avevano venduto a Pechino tecnologie informatiche utili a simulare esplosioni nucleari &#8211; un genere di supercomputer che Clinton aveva fatto rientrare nel suo &#8220;decontrolling&#8221; delle più potenti macchine informatiche. Probabilmente l&#8217;affare chiuso con i cinesi avrà contribuito ad evitare dei veri test nucleare in Cina, ma permise anche a Pechino di proseguire nel suo segreto programma di ricerca nucleare.</p>
<p><strong>(FRC25)</strong> Ma non solo di computer si trattava. Clinton pensò bene di favorire i cinesi anche creando una &#8220;relazione privilegiata&#8221; fra i turbocomunisti di Pechino e la McDonnel Douglas, una compagnia aerea americana in via di fallimento. Pur di salvarla e di fare nuovi affari, l&#8217;Amministrazione permise indirettamente ai tecnici e agli esperti cinesi di visitare gli hangar della compagnia, fra le proteste dei lavoratori dell&#8217;azienda, che si lamentavano di trovarsi da un giorno all&#8217;altro fra i piedi gli esperti di Pechino che facevano foto, giravano filmini, impadronendosi di altrettante informazioni sul sistema aereo, civile e militare, degli Stati Uniti.</p>
<p>Clinton sapeva che la Cina era uno dei grandi proliferatori nucleari del mondo ma permise a McDonnel Douglas di chiudere l&#8217;accordo e ottenere le licenze, a patto, si disse, che le tecnologie americane fossero usate per scopi civili e che le autorità Usa avessero potuto verificare che uso ne veniva fatto. Ma i cinesi spostarono subito le tecnologie e lo know-out ricevuto da Pechino a centri segreti e militari, venendo quindi meno all&#8217;accordo. Di conseguenza, i responsabili di McDonnel Douglas informarono il Dipartimento del Commercio di quello che stava avvenendo. Il Congresso iniziò a indagare. Ebbene, Clinton fece passare con un colpo di mano un nuovo accordo in cui si chiedeva alla Cina di &#8220;riunire&#8221; le tecnologie disperse in un&#8217;unica città, i cinesi accettarono, e McDonnel Douglas riprese a fari affari e a costruire aerei con la Cina (che intanto, con l&#8217;hardware della compagnia americana, costruiva nuovi cacciabombardieri d&#8217;accordo con la Russia).</p>
<p>Si scoprì che la Cina aveva venduto delle componenti per il programma nucleare pakistano, che grandi gruppi americani come Lockerbie usavano vettori cinesi per mettere in orbita i loro satelliti, fino a quando, nel 1996, un ammiraglio della marina nel Golfo persico denunciò che la Cina stava vendendo missili anti-nave all&#8217;Iran. Il Dipartimento di Stato si assicurò prontamente di annunciare agli americani che non si trattava di armi pericolose. Invece di pensare a delle sanzioni, o almeno a smetterla di svendere la tecnologia americana al gigante cinese, Clinton incontrò il presidente Jan Zemin  e disse che era nell&#8217;interesse nazionale americano far sì che i popoli dei due paesi avessero la stessa ricchezza e le stesse opportunità. Qualche settimana prima, Pechino aveva seriamente minacciato il suo nemico storico, Taiwan.</p>
<p>Clinton, dunque, aveva aiutato la dittatura comunista a rafforzarsi e, indirettamente, favorito la corsa agli armamenti degli &#8220;stati-canaglia&#8221;. Il presidente aveva creduto che legare il debito pubblico americano all&#8217;economia cinese, coivolgere la Cina in un sistema di crediti e di scambi, avrebbe favorito la democratizzazione di quel paese, o perlomeno, visto cosa accadeva in Cina sul tema dei diritti civili, sarebbe stato utile agli interessi nazionali (economici) americani. L&#8217;idea era che fare affari con Pechino avrebbe stemperato le politiche più ostili del governo comunista verso gli Usa. Era una nuova versione della politica della &#8220;detente&#8221; già sperimentata senza successo dal duo Nixon/Kissinger durante la Guerra Fredda.</p>
<p><strong>(FRC26)</strong> Ricorderemo la politica estera di Clinton per gli accordi di Dayton in Bosnia: i bombardamenti sulla Serbia avevano costretto in poco tempo il regime di Milosevic a chiedere un armistizio. La guerra era finita, ma Clinton decise comunque di inviare sul campo, quando ormai la pulizia etnica era stata portata a compimento, un massiccio numero di truppe, a quel punto inutili. Nello stesso tempo, lo ricorderemo per i tagli alla spesa militare.</p>
<p>Fu un Presidente a cui non interessava promuovere la democrazia, al massimo l&#8217;economia degli Usa. L&#8217;Amministrazione Clinton non vedeva un ruolo particolare o una missione per l&#8217;America nel mondo; come per il suo predecessore, Bush Padre, gli Stati Uniti dovevano cedere parte della loro egemonia a strutture sovrastatuali, come le Nazioni Unite, la Nato, o comunque cercare l&#8217;approvazione internazionale. Con la Russia, Clinton portò avanti una serrata diplomazia amichevole con Zar Boris. Con Milosevic, si decise a intervenire solo quando nelle televisioni americane arrivarono le immagini dei cecchini di Sarajevo. Con le nuove democrazie dell&#8217;Europa Orientale, come la Polonia e la Repubblica Ceca, non andò oltre la chimerica &#8220;Partnership for Peace&#8221;, che convinse i governi delle nazioni liberate dal comunismo a non aspettarsi aiuto dall&#8217;amministrazione democrat.<img title="Continua..." src="http://www.noaweb.it/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" /></p>
<p>Tutto ruotava intorno all&#8217;economia, &#8220;It&#8217;s the economy, stupid&#8221;. Con la Cina, svendette tecnologie di ultima generazione che potevano essere usate a scopi militari e rivendute agli &#8220;stati-canaglia&#8221;. Libia, Iran, Siria, Corea del Nord. Nella visione mercantilista della politica estera di Clinton, l&#8217;arma preferita per fare pressione sui Paesi avversari era l&#8217;embargo, una trovata a metà fra il miliare e il diplomatico, che ha sempre caratterizzato le fasi &#8220;jeffersoniane&#8221; dell&#8217;America, come quella che sta vivendo attualmente con Obama. Clinton avrebbe dovuto fare solo un embargo: quello per fermare le forniture di armi ai serbi di Bosnia. Non lo fece, come non lo fece in Cecenia, o nel Ruand<strong>a.</strong></p>
<p><strong>(FRC27) </strong>Il messaggio che si era diffuso tra le grandi capitali del mondo negli anni Novanta era chiaro. Il popolo credeva in se stesso. Si era ribellato, in Unione Sovietica come in Messico, in America Latina come in Europa. La pesante sconfitta dei Democratici alle elezioni per il Senato del 1994 mostrò che gli americani non approvavano un Presidente che aveva tradito lo spirito della Rivoluzione del decennio precedente.</p>
<p>La gente aveva ben chiaro che tipo di sistema politico voleva: un sistema che si intromettesse il meno possibile nella sfera della vita privata. Istituzioni su cui si potesse esercitare il massimo controllo, un&#8217;amministrazione dello Stato leggera, più responsabile ed efficiente, meno costosa. Non fu semplicemente una &#8220;rivolta fiscale&#8221; ma una battaglia per l&#8217;autogoverno democratico, un ideale che sia Reagan che la Thatcher esportarono anche al di fuori del mondo anglossassone, convinti che il mondo libero non sarebbe stato tale fino a quando altri regimi e tirannie non fossero cadute.</p>
<p>L&#8217;establishment liberal, con l&#8217;appoggio del mondo accademico e dei media, cercò di ridurre la rivoluzione in corso a uno o più segmenti sociali, come una reazione a questo o a quell&#8217;altro leader politico, oppure come una reazione ad un sistema corrotto. <img title="Continua..." src="http://www.noaweb.it/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" />Si parlava di &#8220;riforme&#8221;, di Nazioni Unite, Unione Europea, Confederazione degli Stati Indipendenti, ma il realtà si stava solo descrivendo la nuova grande burocrazia globale. Clinton però non sarebbe riuscito a far passare la sua riforma sanitaria.</p>
<p>Chi si batte per la rivoluzione conservatrice desidera che il potere torni nella mani di chi lo deteniene davvero, il popolo. E il popolo, gli elettori, avevano mandato a quel Paese Clinton, il partito conservatore canadese, il pentapartito italiano, i socialisti di Mitterand in Francia. In America Latina, una nuova generazione di leader parlava di decentralizzare il potere, privatizzazioni economiche, cultura d&#8217;impresa, meno controllo da parte del governo e dei suoi apparati. C&#8217;era anche chi, come Nelson Mandela, aveva iniziato pensando al comunismo ed era finito a recitare Milton Friedman, parlando di tagli alle tasse e privatizzazioni. Un attore aveva governato l&#8217;America, un autore di testi per il teatro la Repubblica ceca, un uomo d&#8217;affari aveva preso il posto della gerontocrazia nel Belpaese. Come dire, l&#8217;anomalia non è mai stata <em>solo</em> Berlusconi.</p>
<p><strong>(FRC28) </strong>Negli anni Novanta la Rivoluzione Conservatrice venne messa per la prima volta in seria discussione. Come ha scritto una volta lo storico francese Francois Furet, l&#8217;odio della borghesia verso la società borghese è vecchio quanto la borghesia stessa ed è una delle caratteristiche della democrazia. Ecco perché, nonostante i valori di libertà economica e individuale dell&#8217;Occidente avessero trionfato in diverse parti del mondo, le leadership dei Paesi occidentali non furono in grado di raccogliere i frutti di quella semina. Da Mosca a Minsk, da Teheran a Baghdad, i nemici della democrazia rialzavano la testa, sfruttando la debolezza occidentale per rafforzarsi o prendere il potere ed eventualmente usarlo contro l&#8217;America e i suoi alleati.</p>
<p>Il problema è che la Rivoluzione conservatrice, essendo una rivoluzione capitalista, aveva creato nello stesso tempo opportunità e diseguaglianze, vincitori e vinti. Questo spingeva molti occidentali a mettera tra parentesi il valore fondante della democrazia, la libertà, per sostituirlo con quello della eguaglianza sociale. Come ha mostrato Furet, il concetto di eguaglianza è stata la fessura da cui il comunismo ha potuto penetrare nel mondo occidentale, presentandosi come un sogno e una utopia democratica anche quando i regimi che aveva creato erano ormai andati distrutti.</p>
<p>Gli intellettuali di sinistra occidentali non riescono ancora a capacitarsi che un sistema instabile, imperfetto, come il capitalismo, tanto più quello caotico e inelegante dell&#8217;America, abbia potuto prevalere sull&#8217;ideale egalitario che era al cuore del comunismo. Non è una novità. Quando il corrispondente francese da Mosca per la rivista di sinistra france l&#8217;Humanité descrisse il Terrore bolscevico nel nuovo stato comunista, la Lega per i diritti umani francesi chiese che le sue articolesse fossero censurate. Il Terrore, da allora, sarebbe stato spiegato in tanti modi &#8211; l&#8217;accerchiamento dell&#8217;URSS da parte delle potenze capitaliste piuttosto che il sabotaggio borghese &#8211; ma in realtà erano tutte spiegazioni che servivano a coprire quanto accadeva a Mosca, grazie al cerotto sugli occhi di chi, in Occidente, si beveva la disinformazione messa in atto dal KGB e dagli strumenti di propaganda sovietici.</p>
<p>Meglio ancora, si trattava di una forma di autocensura da parte delle stesse elite culturali occidentali, troppo impegnate a decostruire la democrazia capitalista per curarsi di quello che accadeva dall&#8217;altra parte della Cortina di Ferro. La stessa rimozione sarebbe accaduta alla Cina, di cui abbiamo ignorato le purghe fino a quando Deng non si è deciso a parlare, lo stesso Deng di  Tien An Men.Negli anni novanta, uno studente di Stanford, celebre e autorevole università americana, perse la sua borsa da ricercatore dopo aver presentato un progetto in cui si descriveva il femminicidio scientifico messo in atto dal governo cinese attraverso l&#8217;arma dell&#8217;aborto preventivo.</p>
<p>Per molti intellettuali, di sinistra ma anche di destra, darla vinta all&#8217;America avrebbe significato la fine dei loro ideali e di tutto ciò per cui avevano combattuto. E c&#8217;era un&#8217;ultimo, grave timore, da parte loro verso il capitalismo. Il merito, la concorrenza, la lotta che fa emergere i migliori: il mercato culturale era un sistema impensabile per chi era abituato a sedere alla destra del Principe. Ancora oggi, l&#8217;intellettualità diffusa dei Paesi occidentali è attratta dalla regolazione centralistica del libero mercato, a dispetto dei successi del mercato e dei fallimenti del comunismo. Il bailout e la riforma sanitaria di Obama dimostrano che attualmente anche la classe politica americana è affascinata da uno statalismo soft, un revival socialista che l&#8217;astuto Obama sa dissimulare tra le pieghe della sua politica di centro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>(FRC29)</strong> Le pulsioni stataliste delle elite culturali occidentali possono essere efficacemente riassumente nella &#8220;Japan vogue&#8221; degli anni Novanta. In America, strateghi come Edward Luttwak, economisti liberal come Felix Rohatyn, ed editori conservatori come Forbes, temevano l&#8217;aggressiva economica giapponese, giudicandola il segno dell&#8217;incipiente declino americano. Un sistema bancario fortemente centralizzato, un dirompente mercato immobiliare, l&#8217;ansia di chiudere affari lucrosi e di vivere al di sopra delle proprie possibilità, era stata questa l&#8217;ascesa del Giappone dalla metà degli anni Ottanta in avanti.</p>
<p style="text-align: justify;">E tutti, nei Paesi occidentali, a lodare l&#8217;ecomonia pianificata di lungo periodo nipponica, e il suo progressivo insediamento come una &#8220;sottoeconomia&#8221; sempre più propulsiva all&#8217;interno di quella americana. Ma la bolla immobiliare giapponese avrebbe mostrato che le tanto decantate virtù programmatrici degli investitori di Tokyo si poggiavano su un assetto finanziario rischioso (si pensi ai maestosi piani per la conquista del mercato immobiliare delle Hawaii, miseramente falliti). Quando il mercato nipponico crollò, trascinandosi dietro imprese e investitori, nessuno di quelli che in Occidente avevano predetto l&#8217;imminente conquista dell&#8217;economia globale da parte di Tokyo ammise che il sistema americano, ancora una volta, si era dimostrato il più forte e il più capace di riconvertirsi e continuare a produrre ricchezza.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;inestricabile alleanza fra establishment culturale, giornalisti, media e classe politica, favoriva la diffusione di questo strisciante antiamerianismo. L&#8217;antiamericanismo, storicamente, è stata una caratteristica dei regimi fascisti e del comunismo, e di quegli intellettuali, per esempio fascisti, che dopo la caduta del regime passarono a sinistra. Per la destra, l&#8217;America è ignorante, incurante della sua missione nel mondo, senza una &#8220;grandeur&#8221; spirituale. Per la sinistra, l&#8217;America è il suo capitalismo rampante e di rapina, un Paese razzista dove l&#8217;anticomunismo è divenuto qualcosa di simile al fascismo. Quanto questa visione sia penetrata nella società lo dimostra l&#8217;industria del cinema hollywoodiano, che ha dedicato decine di film al maccartismo ma non se ne ricordano tanti sullo stalinismo. La Rivoluzione francese e quella russa, care alla sinistra, piacciono anche ai grandi produtttori americani.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>(FRC30) </strong>Nel corso degli anni Novanta, l&#8217;intellighenzia di sinistra americana ha acquisito sempre più rilevanza politica, grazie a un&#8217;allenza con i giornalisti &#8211; a loro volta sempre più insider alla Casa Bianca e nelle amministrazioni governative (la classe politica ha sempre più paura di finire sotto le grinfie della stampa). I giornalisti condividono la visione di fondo delle elite, e sono diventati la &#8220;longa manus&#8221; delle elites culturali a Washington. I giornalisti ne escono legittimati, le elites acquistano visibilità sui media con le loro teorie. In questo quadro dai tratti orwelliani, l&#8217;ex direttore di Time e grande amico di Bill Clinton, Mr. Strobe Talbott, dedicà la copertina della sua rivista a Gorbaciov. Era il 1990, e l&#8217;articolo di Time lamentava la sfortuna che aveva provocato il crollo dell&#8217;Urss. Non era stata una vittoria degli Usa, ma un fallimento di Mosca.</p>
<p>Per capire in che modo la stampa occidentale fosse ostile allo spirito della rivoluzione democratica, ancora una volta può venirci in soccorso il Giappone. Nell&#8217;estate del 1994, il New York Times pubblica una storia destinata a suscitare grande clamore sui finanziamenti americani al partito liberaldemocratico giapponese negli anni Cinquanta, attraverso la Cia. Un classico del genere spionistico, con gli agenti costretti a chiedere scusa e i politici implicati nella imbarazzante posizione di dover dare delle spiegazioni. Questa storia incuriosisce Vladimir Bukovsky, un dissidente sovietico esiliato in Gran Bretagna.</p>
<p>Bukovsky ha lasciato da poco tempo Mosca con una serie di importanti informazioni e documenti sulle attività del Politburo e del Kgb, tra cui le prove che il partito socialista giapponese aveva ricevuto un sostegno segreto da Mosca dagli anni cinquanta fino agli anni Novanta. Bukovsky contatta il New York Times per informarlo della vicenda ma il quotidiano non è interessato alla pubblicazione. La storia della Cia e dei liberaldemocratici giapponesi di trent&#8217;anni prima sì, quella dei sovietici e dei socialisti nippocini, proseguita fino agli anni Settanta, quindi molto più recente, no.</p>
<p><strong>(FRC31)</strong> Ciò che per molto tempo i governi e i popoli dei Paesi occidentali hanno sottovalutato è stata la forza e la penetrazione della disinformazione sovietica al di là della Cortina di Ferro. Prendiamo la Grecia, per esempio. Il comunismo greco che oggi torna a prendere voce sull&#8217;Acropoli, invitando i popoli dell&#8217;Europa a ribellarsi contro i grandi speculatori internazionali, è figlio di una stagione, gli anni Ottanta ad Atene, in cui Mosca sapeva come influenzare il governo socialista di Papandreu attraverso la sua egemonia culturale.</p>
<p style="text-align: justify;">Un reporter del New York Times ha svelato quali interessi si nascondevano dietro la pubblicazione di &#8220;Ethnos&#8221;, il più letto dei quotidiani greci alla metà degli anni Ottanta, lanciato sul mercato greco poche settimane dopo la vittoria elettorale di Papandreu. Il giornale, che vantava titoli come &#8220;Le donne sovietiche non hanno bisogno di essere femministe perché i loro problemi sono risolti&#8221;, oppure &#8220;Il piano della Cia per una guerra batteriologica con le mosche&#8221;, aveva raccontato ai suoi lettori che l&#8217;Urss aveva fatto costruire il Muro di Berlino per difenderdi da una imminente invasione degli Alleati in Germania Est. Ovviamente neppure una parola sul decisivo viaggio di Giovanni Paolo II in Polonia nell&#8217;83.</p>
<p style="text-align: justify;">Ethnos, e il suo editore, Academos (specializzata nei discorsi di Breznev e nella traduzione della Grande Enciclopedia Sovietica), erano guidati da una strana coppia di greci, uno comunista di lungo corso, l&#8217;altro imprenditore senza peli sullo stomaco, entrambi coptati dal KGB, tenuti d&#8217;occhio dal Comitato Centrale del partito (compreso il delfino Gorbaciov), e lautamente ricompensati con il 3o per cento del venduto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>(FRC32)</strong> A un certo punto, il KGB decise di liberarsi del &#8220;compagno&#8221; greco puntando tutto sull&#8217;uomo d&#8217;affari, che durante la lunga collaborazione con i suoi &#8220;committenti&#8221;, volava a Mosca tutto pagato su linee di prima classe. Ethnos ebbe enorme successo in Grecia, una diffusione superiore a quasi tutti gli altri giornali, acquistando anche un rilevante peso politico nella scena interna del Paese. Dietro la coppia di editori, c&#8217;era l&#8217;ufficio copyright del KGB (all&#8217;epoca guidato da un altro futuro &#8216;gorbacioviano&#8217;), il dipartimento disinformazione dei servizi russi, e l&#8217;attaché della ambasciata sovietica ad Atene, cacciato via qualche anno dopo quando fu scoperto a rubare segreti militari sulla marina ateniese.</p>
<p style="text-align: justify;">In seguito il &#8220;compagno greco&#8221; che aveva contribuito a fondare il giornale finì sotto processo chiamato a rendere testimonianza di quello che era accaduto; spifferò tutto al reporter del NYT, la storia si diffuse anche in America. L&#8217;imprenditore, allora, spalleggiato dai russi, offrì oltre mezzo milione di dollari al &#8220;compagno&#8221; per il suo silenzio; quest&#8217;ultimo accettò, il processo perse di indizi concreti e il reporter del Times si trovò di colpo sulla graticola.</p>
<p>Dell&#8217;idea di creare Ethnos il KGB era già convinto due anni prima del lancio editoriale, come un momento di quella &#8220;campagna attiva&#8221; (circonlocuzione per dire della disinformazione) da promuovere in Grecia. La storia del giornale, di com&#8217;era stato fondato e di quale fosse il suo vero scopo, avrebbe potuto rappresentare un grande scoop ragionando in termini giornalistici: libertà di parola &#8216;comprata&#8217;, spionaggio, la persecuzione del reporter che aveva scoperto la vicenda&#8230; ma i giornali americani tacquero e nessuno si indignò per quello che era successo.</p>
<p><strong>(FRC33) </strong>La crisi dell&#8217;euro di questi giorni affonda le sue radici nel fatto che il Vecchio Continente, e in particolare l&#8217;Europa occidentale e continentale, fu la zona del mondo più restia ad accettare la diffusione della Rivoluzione Conservatrice. La convinzione che dei governi &#8220;smart&#8221; potessero migliorare le cose non poteva piacere a Paesi che avevano fatto del dirigismo economico e sociale una loro prerogativa storica. Così per trovare esempi delle più riuscite rivoluzioni capitalistiche nel secondo Novecento conviene guardare lontano dall&#8217;Europa, verso le tigri asiatiche e il decollo del Sudamerica, o ancora una volta agli Stati Uniti.</p>
<p style="text-align: justify;">Le classi dirigenti di questi Paesi avevano deciso di fidarsi dei loro popoli, privatizzando quante più funzioni del governo possibile. Nessuna nazione dell&#8217;Europa occidentale l&#8217;avrebbe fatto e la nascita dell&#8217;Unione Europea, pur tutelando il continente dalle maree dell&#8217;economia mondiale, avrebbe complicato le cose ai singoli stati membri. La seconda differenza fra Europa e America, dopo quella economica, era la religione. Gli europei hanno sempre sottovalutato il ruolo rivoluzionario svolto da Giovanni Paolo II e, in un crescendo di secolarizzazione, hanno lasciato a singole individualità il  compito di unire fede e politica, com&#8217;è sempre stato (una di queste fu Lech Walesa, il leader del sindacato polacco Solidarnosc). Solzhenitsyn è stato dimenticato altrettanto presto.</p>
<p style="text-align: justify;">In America dagli anni Ottanta le cose sono andate diversamente. Dio è entrato di prepotenza nella vita politica e sulla scena pubblica. Si è parlato di un &#8220;Quarto Risveglio&#8221;, uno di quei revival religiosi che hanno attraversato periodicamente la Storia americana. Negli ultimi 25 anni, il peso politico dell&#8217;elettorato cattolico e soprattutto evangelico negli Stati Uniti ha garantito al partito repubblicano, che grazie alla lezione di Irving Kristol se ne era fatto portatore nei termini di una nuova battaglia culturale (quel che in Italia diremmo atei devoti), di ottenere un costante margine di vantaggio durante le elezioni. I leader di questo movimento, i giornali, i movimenti e le associazioni di base, hanno predicato in favore della responsabilità individuale, del duro lavoro, di una vita semplice, della difesa della famiglia tradizionale. Come ebbe a dire il presidene ceco Vaclav Havel in un discorso alla Liberty Hall di Philadelphia nel luglio del 1994: &#8220;Il Creatore ha dato all&#8217;uomo il diritto alla libertà&#8221;.</p>
<p>Il &#8220;surge&#8221; religioso tra gli anni Ottanta e Novanta ha distrutto la visione del mondo delle elite, la loro fede nella programmazione economica e nel dirigismo statale, ma il revival evangelico, anche negli Stati Uniti, si è rivelato una parentesi, lunga quanto vuoi, ma interrotta dal nuovo grande organizzatore, Obama. Due secoli fa, lo storico Alexis De Tocqueville disse che l&#8217;America era stata fatta grazie a una classe politica tutto sommato mediocre, un&#8217;impressione che è stata abbondantemente confermata nel tempo e fino ad oggi. Gli americani, a differenza degli europei, non vogliono essere guidati da grandi uomini e donne, eccetto che in gravi e pochi momenti, quando l&#8217;unità nazionale si ricompatta nella figura del &#8220;Comandante in Capo&#8221; (figura dai poteri illimitati rispetto a &#8220;Mister Pesc&#8221;). Se no si frammentano e ribollono in mille movimenti di base, assumendo nelle loro mani la responsabilità delle loro vite, come sta avvenendo in questa fase con i Tea Parties.</p>
<p><strong>(FRC34)</strong> Un effetto della Rivoluzione conservatrice fu quello di mostrare al mondo che le vecchie elite democratiche erano entrate definitivamente in crisi. Il conseguente &#8220;surge&#8221; del potere giudiziario avrebbe prima travolto le classi dirigenti del passato e successivamente colpito anche le nuove forze che cercavano di imporsi nella vita politica, favorendo, in certi casi, la restaurazione dei poteri di un tempo. In India toccò al Partito della giustiza, i Clinton dovettero difendersi prima dallo scandalo Whitewater e poi da quello Lewinsky, il premier spagnolo Gonzales fu indagato per i suoi errori nelle scelte finanziarie e nella lotta al terrorismo, i politici francesi pagarono a caro prezzo le loro entrature nel mondo degli affari, in Belgio caddero le teste di ex primi ministri per i favori fatti al complesso militare (a dimettersi fu lo stesso segretario generale della Nato). E ancora, il premier polacco Olesky fu costretto a lasciare il posto per le sue connessioni con il KGB, in Sudafrica i giudici se la presero prima con gli alti ufficiali boeri e poi il rivoluzionario ANC di Nelson Mandela, ci furono processi in Colombia, Corea del Sud, Messico Perù e Venezuela, a Taiwan gli indagati si suicidarono in non pochi casi. L&#8217;ultimo atto della Rivoluzione Conservatrice fu quindi una &#8220;Grande Purga&#8221;. L&#8217;esempio canonico è la Tangentopoli italiana.</p>
<p style="text-align: justify;">La Guerra Fredda aveva offerto opportunità ed occasioni di corruzione politico-economica per tutti. La corruzione nei Paesi occidentali non si era limitata alle forze politiche conservatrici e anticomuniste. I partiti comunisti socialisti e socialdemocratici di Germania, Francia, Italia e Portogallo avevano condiviso la gestione tangentosa del potere una volta arrivati, in modi diversi, al potere nei rispettivi Paesi. La grande purga italiana sarebbe partita proprio dalle indagini sulle magagne del PSI a Milano, centro di irradiazione del socialismo craxiano. Dalla fine della Seconda Guerra mondiale alla conclusione della Guerra Fredda, l&#8217;Italia aveva conosciuto il più potente partito comunista della storia europea occidentale, il PCI.  In due occasioni, nel 1948 e nella seconda metà degli anni Settanta, i comunisti erano quasi riusciti ad arrivare al governo ma in entrambe in casi il voto era diventato una specie di referendum sulla loro legittimità a governare, ed in entrambe i casi il PCI aveva perso.</p>
<p>Questa situazione aveva lasciato il Paese nelle mani della Democrazia Cristiana che, più di un partito, era un insime di correnti e gruppi di interesse. La corruzione del sistema democristiano però non era solo ed esclusivamente politica, ma anche economica: l&#8217;Italia si reggeva su un capitalismo drogato, in cui molti degli asset decisivi dell&#8217;economia di mercato, dai trasporti all&#8217;energia, erano &#8220;affari di Stato&#8221;, proprietà dello stato. Era impossibile dire dove finisse il governo e iniziassero gli affari. Tutti i maggiori partiti italiani, compreso quello comunista, avevano partecipato al banchetto. Il PCI grazie all&#8217;Unione Sovietica e agli affari stretti dalle aziende pubbliche nel Terzo Mondo e nei Paesi del blocco comunista, ma anche con gli appalti per la metropolitana di Milano, spartiti a metà con i socialisti e un quarto ai democristiani. Nel 1996, per la metro del capoluogo lombardo, Bettino Craxi sarebbe stato condannato a 8 anni e il responsabile finanziario del PCI, Gianni Cervetti, a due anni e mezzo. A pagare la Tangentopoli italiana furono per lungo tempo i contribuenti, ma il sistema resse per lunghi anni proprio perché &#8211; per la sua efficienza reticolare &#8211; aveva trasformato un Paese uscito povero e sconfitto dalla Seconda Guerra mondiale nella quinta potenza industriale al mondo. Ma anche perché l&#8217;alternativa al potere esistente, il PCI, si era dimostrato politicamente peggiore e non meno corrotta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>(FRC35) </strong>La magistratura inquirente fu lo strumento della &#8220;grande purga&#8221; giudiziaria che fece piazza pulita della classe politica italiana negli anni Novanta. Magistratura inquirente in grado di investigare sulle prove che determinano un processo, arrestare i presunti colpevoli ed utilizzare la custodia preventiva per estorcergli informazioni, ordinare perquisizioni, intercettazioni telefoniche e ambientali, e la requisizione di documenti considerati utili alle indagini. Magistratura che rappresentava, e rappresenta, lo Stato, anzi &#8220;è&#8221; lo Stato con tutti i suoi poteri a disposizione. Praticamente, i giudici italiani si resero conto che bastava sbattere in cella i corrotti e i corruttori per costringerli a vuotare il sacco in cambio del rilascio. Con una prassi del genere non sorprende che il &#8220;pool&#8221; di Mani Pulite riuscì a ottenere centinaia di confessioni, anche se poi molte di queste prove non avrebbero retto al dibattito e alle sentenze dei processi. Nonostante il numero ridotto di condanne, gli effetti politici di Mani Pulite furono devastanti.</p>
<p style="text-align: justify;">La Democrazia Cristiana venne decapitata e il suo esponente di punta,  Giulio Andretti, processato per mafia. Il Partito Socialista praticamente scomparve a nord di Roma alle elezioni amministrative del 1993 ed anche i comunisti, spaccati dopo la costituzione del nuovo &#8220;Partito democratico della Sinistra&#8221;, scontarono la tempesta giudiziaria nelle urne. Così, le elezioni parlamentari del 1994 videro l&#8217;ascesa di un uomo nuovo della politica destinato a diventare il protagonista assoluto della Storia italiana dei 25 anni successivi, Silvio Berlusconi, un tycoon venuto dal mondo immobilare, magnate dei media, impresario sportivo, ed ex intimo amico dello spodestato leader socialista Bettino Craxi.</p>
<p>Meno di tre mesi prima delle elezioni, Berlusconi annunciò la nascita di un nuovo partito, Forza Italia, stringendo un&#8217;allenza di ferro con la Lega Nord &#8211; un partito nato sull&#8217;onda dell&#8217;antipolitica che attraversava la società italiana dell&#8217;epoca, radicato nel Nord Italia e con tendenze secessioniste &#8211; e Alleanza Nazionale, erede della destra neoascista del Movimento Sociale Italiano. Gli slogan usciti dal cilindro di Berlusconi riecheggiavano le parole d&#8217;ordine del reaganismo, meno tasse e un governo &#8220;small&#8221;, ma non consentirono alla strana troika della politica italiana di imporsi con una netta maggioranza in Parlamento.</p>
<p>Berlusconi riuscì a guadagnarsi una striminzita maggioranza alla Camera e rimase sotto di un seggio al Senato. Il nuovo governo era pieno di volti nuovi (solo due dei ministri appartenevano alla precedente stagione politica), come pure il nuovo partito di maggioranza (1/3 dei parlamentari non avevano mai seduto prima nel Palazzo). Sebbene non avesse certo la stoffa del rivoluzionario, Berlusconi era nella posizione di poter trasformare radicalmente il rapporto fra gli italiani e lo Stato, come aveva promesso durante la sua campagna elettorale. Ma la sua, ad essere buoni, sarebbe stata una mezza Rivoluzione Conservatrice.</p>
<p>A metà degli anni Novanta la retorica di Silvio Berlusconi avrebbe anticipato quella del &#8220;Contract with America&#8221; dei Repubblicani americani, decisi a riprendersi il Congresso dopo gli anni dell&#8217;egemonia clintoniana (ci riuscirono). Se fosse riuscito a tagliare le tasse e a privatizzare l&#8217;economia fortemente statalizzata dell&#8217;Italia, Berlusconi avrebbe fondamentalmente cambiato la natura delle società italiana, non solo da un punto di vista mediatico-culturale, ma in quello delle strutture economiche e politiche.</p>
<p>Il potere delle vecchie elite sarebbe stato definitivamente sconfitto e lo Stato avrebbe perso il controllo di asset fondamentali, dalle assicurazioni al settore dell&#8217;energia, rendendo impossibile ai partiti di continuare a finanziarsi come avevano sempre fatto dalla fine della Seconda Guerra mondiale. Il bussiness avrebbe finalmente iniziato a rispondere ai mercati, a chi rischiava, investendo idee e capitali, e accettando le regole &#8211; a dire il vero poche e molto chiare &#8211; della competizione economica. Il mercato, insomma, non avrebbe più preso ordini dai politici e dai superburocrati, la &#8220;casta&#8221; che aveva accumulato un inverosimile debito pubblico, su cui poggiava, anzi galleggiava, la crescita del Paese. Ma non è andata così, la rivoluzione conservatrice in Italia è fallita, come ha detto di recente il Senatore Marcello Pera al quotidiano la Stampa.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo pochi mesi dopo la sua elezione, avvenuta nell&#8217;estate del 1994, Silvio Berlusconi visse il suo momento decisivo. Il suo ministro della giustizia presentò un ordine esecutivo per limitare l&#8217;uso della detenzione preventiva. Avrebbe potuto essere interpretato come un modo per adeguare la legislazione italiana allo standard delle altre grandi democrazie europee, e questo in effetti chiedeva l&#8217;Unione Europea, ma la mossa del governo Berlusconi scatenò un terremoto in Italia.</p>
<p>I giudici andarono in televisione per denunciare lo sconfinamento del potere politico in quello giudiziario e l&#8217;opposizione, sostenuta da una accesa campagna stampa, portata avanti dai principali giornali italiani, accusò il premier di voler votare la legge per proteggere se stesso e la sua famiglia da eventuali accuse o indagini sulle origini del suo patrimonio privato. Berlusconi cadde quasi subito, costretto a rassegnare le dimissioni appena otto mesi dopo la sua elezione. Due anni dopo, una coalizione formata dagli eredi del PCI e della DC vinse la nuova tornata elettorale conquistando la maggioranza in parlamento. Per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda, un partito di sinistra,  in una coalizione di centrosinistra, prendeva il potere in Italia usando il lessico del capitalismo democratico.</p>
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		<title>Vota Lega Nord. L&#8217;ultimo strappo di Giovanni Lindo Ferretti</title>
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		<pubDate>Tue, 11 May 2010 15:45:47 +0000</pubDate>
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<p>“Meno male che c’è la Lega se no non avrei saputo chi votare”. Giovanni Lindo Ferretti torna a far parlare di sé. Dopo aver attraversato gli anni Ottanta con il suo punk filo-sovietico si era redento sulla via del Foglio di Giuliano Ferrara, dicendo di tenere solo a tre cose nella sua vita: la nonna, la Madonna e la bandiera di Israele.</p>
<p>I suoi vecchi fan l&#8217;avevano presa a male, increduli davanti a tanto insolente ardire, ma ormai Ferretti era nel pieno del suo trip occidentalistico: lasciava la puzzosa civiltà urbana per tornarsene a vivere nel suo Paese sull’Appennino; dismesso il punk e il rock melodico affonda nella tradizione della musica popolare. Contestualmente, si avvicina all’UDC di Casini e a un cattolicesimo sempre più ortodosso.</p>
<p>Fino alle dichiarazioni dell’altro ieri: “Lasciare la scheda bianca? Mi disturba. Non è la prima volta che voto per la Lega Nord”, ha detto al Resto del Carlino, “Fino a pochi giorni fa ero quasi convinto di dare il mio voto al Pdl. L&#8217;ultimo discorso del presidente Berlusconi sulla faccenda araba non mi è piaciuto, anzi lo ringrazio perché così mi ha chiarito le idee facendomi risolvere quello che era un mio problema e cioè a chi dare il voto”.</p>
<p>Ferretti sembra scettico sull’ultima tornata elettorale: “Il nostro è un Paese molto complicato con tanti problemi da risolvere. Ormai sta prendendo campo il sistema che più che votare a favore di qualcuno si vota contro il presidente. Meno male che c’è la Lega Nord. Preferisco scegliere, consapevole che eleggiamo signori che stanno lì solo cinque anni”. E sul Presidente del Consiglio: “Berlusconi ha molti pregi, però ultimamente sta attraversando un periodo pesante e particolarmente sfortunato”.</p>
<p>Netto anche il giudizio sugli scandali che hanno investito la Chiesa nelle ultime settimane: “Si tratta di una campagna pubblicitaria che non disturba il credente. Il male c’è, è sempre esistito. Chi non lo riconosce? Se la Chiesa ha retto al nazismo e al fascismo non avrà difficoltà a sopportare e a sconfiggere questo movimento pubblicitario, perché di quello si tratta”. Segnaliamo solo un brano, neppure tanto vecchio, dei CSI, che anticipava, ormai qualche anno fa, la svolta leghista del musicista. Si intitola Linea Gotica. Ascoltiamolo.</p>
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		<title>Globocop: le origini</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Jan 2010 19:06:29 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Maria Teresa Lenoci*. Il 17 febbraio del 2003, lo scrittore americano Max Boot lancia un monito dalle colonne del Financial Times: America’s Destiny is to Police the World. Lo studioso di storia militare che non ama definirsi un “neoconservatore”, ma che lo è a tutti gli effetti, attacca: “A seguito dell’intransigenza dimostrata la scorsa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1145" title="MissionAccomplished" src="http://www.noaweb.it/public/MissionAccomplished-300x168.jpg" alt="MissionAccomplished" width="178" height="132" />di <strong>Maria Teresa Lenoci</strong>*. Il 17 febbraio del 2003, lo scrittore americano Max Boot lancia un monito dalle colonne del Financial Times: <em>America’s Destiny is to Police the World</em>. Lo studioso di storia militare che non ama definirsi un “neoconservatore”, ma che lo è a tutti gli effetti, attacca: “A seguito dell’intransigenza dimostrata la scorsa settimana da Francia, Cina e Russia, è improbabile che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite passi una nuova risoluzione per autorizzare una guerra in Iraq. Ma anche se lo facesse, tutti si rendono conto che sarebbe solo una copertura di comodo per un’azione condotta dagli Stati Uniti. Se gli Usa non si fanno avanti, non accadrà nulla; neppure le ispezioni sulle armi. In altre parole, l’America è costretta ancora una volta a svolgere il ruolo del poliziotto globale”. Un’idea ripetuta più volte dall’autore in occasioni successive, “non c’è nessun altro (che può farlo) là fuori”.<span id="more-1144"></span></p>
<p>Sulla paternità dell’uso del termine “globocop” da parte di Boot si possono nutrire dei dubbi. Nel 2003, per esempio, Franco Cardini pubblica una raccolta di saggi sull’11/9, <em>La paura e l’arroganza</em>, con contributi di Noam Chomsky, Eric Hobsbawm, l’Ayatollah Khamenei, tra gli altri. Tra questi spunta &#8220;11 settembre 2001&#8243;, il saggio del francese Alain de Benoist, che si attarda sul concetto di “guerra giusta” usato dagli americani per giustificare l’invasione americana dell’Afghanistan. Il teorico della “Nuova Destra”, scettico sulla globalizzazione e la politica imperialista americana, fa un esplicito riferimento agli Usa come “gendarme planetario”. Gli Stati Uniti rivendicano il diritto naturale di fare la guerra in qualunque parte del mondo, pur di difendere i propri interessi legittimi e i propri (ma anche gli altrui) diritti di libertà. A supporto di questa argomentazione De Benoist cita le “guerre umanitarie” in Nicaragua, El Salvador, Panama, Libia, Sudan, Afghanistan e Jugoslavia.</p>
<p>Ma torniamo a Boot. L’autore americano si chiede “il mondo ha davvero bisogno di un poliziotto?” Ovviamente sì, perché il mondo è come una enorme New York, solo molto più grande, e con una delinquenza molto più vasta e selvaggia. Se nessuno la contiene questa diventerà una delinquenza di massa. Ci sono le leggi internazionali, è vero, ma chi le fa rispettare? “Per oltre un secolo, i liberali idealisti hanno nutrito la speranza che qualche organizzazione internazionale avrebbe punito i malvagi. Ma la Lega delle Nazioni è stato un avvilente insuccesso, e le Nazioni Unite non sono da meno. È difficile prendere sul serio un organismo la cui commissione per i diritti umani è presieduta dalla Libia e la cui commissione per il disarmo sarà presto presieduta dall’Iraq. L’Onu è un utile forum di discussione, ma affermare che sia un’efficace forza di polizia è una burla, come ha dimostrato la sua incapacità di fermare gli spargimenti di sangue in Bosnia, in Ruanda e altrove&#8221;.</p>
<p>&#8220;La Nato è probabilmente la migliore alternativa multilaterale,&#8221; aggiunge, ma anche l&#8217;Alleanza rischia di fare il suo tempo, perché anche se è costituita da democrazie con un patrimonio storico e interessi comuni, è troppo ampia e impacciata, come ha dimostrato l’intervento in Kosovo. Chi resta allora? “La risposta è abbastanza ovvia. È il Paese con l’economia più dinamica, la più fervente devozione alla libertà e le forze armate più poderose”. L&#8217;America. A questo punto Boot fa un parallelismo tra la Gran Bretagna del XIX secolo e gli Usa nostrani. Come gli inglesi hanno combattuto per mantenere i mari aperti al commercio, perché erano l’unica potenza che allora potesse farlo, ora l’unica potenza in grado di avere un ruolo equivalente sono gli Usa.</p>
<p>“Gli scettici risponderanno che l’America ha un passato isolazionista e nessuna voglia di giocare a Globocop. Il parlamentare Jimmy Duncan, repubblicano del Tennessee, ha protestato: &#8216;È una posizione tradizionale dei conservatori non volere che gli Stati Uniti siano i poliziotti del mondo&#8217;, ma le dicerie sull’isolazionismo statunitense sono notevolmente esagerate. Fin dagli albori della repubblica, i commercianti, i missionari e i soldati americani sono penetrati negli angoli più remoti della Terra. L’America ha anche una lunga storia di azione militare all’estero. Nel 1904, il presidente Theodore Roosevelt ha dichiarato: “Gli illeciti cronici, o l’impotenza che comporta un allentamento dei legami della società civilizzata, potrebbero infine richiedere l’intervento di una nazione civilizzata; e nell’emisfero occidentale l’adesione degli Stati Uniti alla Dottrina di Monroe potrebbe costringerli, sebbene controvoglia, a esercitare una forza di polizia internazionale in casi flagranti di tali illeciti o impotenza”.</p>
<p>Insomma un’idea antica, quella del poliziotto internazionale. Stando a Roosevelt gli Usa hanno il dovere di fermare gli illeciti per la semplice ragione che <em>non lo farà nessun altro</em> e che <em>non può farlo nessun altro</em>, così come è già successo in Bosnia, Kosovo e Afghanistan. Questa è stata la giustificazione per aprire un nuovo conflitto in Iraq, dopo gli errori e le bugie sulle armi di distruzione di massa e i presunti link fra il rais di Baghdad e Al Qaeda. “Sfortunatamente, il lavoro di un poliziotto non finisce mai. Anche quando ci saremo liberati del signor Hussein, altre tirannie, come la Corea del Nord e l’Iran, continueranno a minacciare la pace mondiale. Affrontarle tutte è un grosso impegno, ma come Kipling ha consigliato all’America, ‘per niente di meno osereste abbassarvi’ ”. Citare Kipling, lo scrittore imperialista per eccellenza, la dice lunga su questa strategia. Ma è soprattutto una anticipazione dei tempi che stiamo vivendo.</p>
<p><strong>Maria Teresa Lenoci</strong> <em>è uno dei ricercatori di QF. Ha partecipato ai Seminari di Bari 2010</em>.</p>
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		<title>Risparmiatevi Avatar: i Tarzan di Cameron sparano frecce lunghe quanto pali della luce senza sporcarsi le loro terzomondiste dita blu</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Jan 2010 11:22:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Stephen Hunter. Avatar, l&#8217;ultima epopea cinematografica della Fantascienza, sta per diventare un caso da mezzo miliardo di dollari di scoperta dell&#8217;acqua calda. Il prodotto finito è un&#8217;attrazione iper-pacchiana, senza senso, che gira e rigira ti lascia esattamente dove ti aveva pescato, solo che sei più povero e più stupido e non riavrai mai più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1110" title="avatar" src="http://www.noaweb.it/public/avatar-300x169.jpg" alt="avatar" width="169" height="106" />di <strong>Stephen Hunter</strong>. Avatar, l&#8217;ultima epopea cinematografica della Fantascienza, sta per diventare un caso da mezzo miliardo di dollari di scoperta dell&#8217;acqua calda. Il prodotto finito è un&#8217;attrazione iper-pacchiana, senza senso, che gira e rigira ti lascia esattamente dove ti aveva pescato, solo che sei più povero e più stupido e non riavrai mai più indietro le tue 2 ore e 40 minuti. Il sogno di lunga data progettato dallo scrittore-regista James Cameron, l&#8217;autore di <em>Titanic</em>, in Avatar è grandioso, imponente e stupido. Tanto stupido che potrebbe essere definito stupefacente. La vera mistificazione è che un uomo dalla raffinatezza tecnica di Cameron possa essersi dimostrato così cieco e banale nella sua visione.<span id="more-1109"></span></p>
<p>Stilisticamente, Cameron ha preso ispirazione da due fonti, i westerns degli anni Cinquanta e la Guerra del Vietnam degli anni Sessanta, sui quali è un esperto, avendole viste in televisione. La trama è un eterno congegno liberale, una specie di opportunismo nobilitato. La prima (e migliore) interpretazione di questo genere cinematografico si può far risalire al coraggioso western del 1950 di Delmer Daves, <em>Broken Arrow</em>, con James Stewart, Debra Paget, e Jeff Chandler nel ruolo di Cochise, in cui il capo indiano salva la reputazione di Stewart e la politica in favore della pace. Alla fine degli anni Sessanta, il messaggio è diventato più turpe e violento, messo in ombra dal Vietnam: <em>Soldato blu</em> ricrea in <em>slow-motion</em> il celebre massacro di Custer, mentre <em>Un uomo chiamato cavallo</em> ci mostra un bianco imperialista che diventa un indigeno. Naturalmente il non plus ultra dell&#8217;ipocrisia è arrivato nel 1992, il terribilmente stucchevole <em>Balla coi lupi</em>, un&#8217;atrocità nata dall&#8217;ingenuità di Kevin Costner, in cui un soldato americano diventa sul serio un Sioux e combatte contro i suoi compatrioti.</p>
<p>Cameron aggiunge una produzione altamente tecnologica e tropi fantascientifici a questa favoletta del XIX secolo. La sua storia è ambientata su un pianeta chiamato <em>Pandora </em>tra 150 anni. I tempi sono cambiati, ma l&#8217;uomo cattivo dell&#8217;Ovest è ancora legato ai suoi sporchi trucchi: ha invaso gli splendori di questa giungla paradisiaca solo per esigenze di sfruttamento, grazie ad una gigantesca Compagnia e ad una vasta organizzazione militare spoglia il<br />
pianeta di un minerale chiamato <em>unobtanium</em> (per caso è uno scherzo?). Lo estraggono seminando distruzione. Bulldozer giganti polverizzano i fiori e gli alberi e gli uccelli e le api per spappolare e imbrattare, riducendo a pezzetti migliaia di sequoie millenarie, pur di individuare una vena del tagliente minerale dello spazio che viene poi rispedito sul pianeta Terra per Dio solo sa quali scopi. Sicuramente a Cameron è sfuggita almeno un&#8217;occasione: specificare che l&#8217;unobtanium è un ingrediente chiave per produrre prolungate esperienze sessuali a uomini bianchi di una certa età. O anche solo pensare a quanto più provocatorio avrebbe potuto essere il film se l&#8217;unobtanium fosse stato una sorta di energia a basso costo, abbondante e pulita, per curare il cancro o qualche altra piaga dell&#8217;universo. Forse un agente debilitante universale del dolore, senza effetti collaterali narcotici. Poi, certamente, sarebbe entrata in gioco anche l&#8217;analisi costi-benefici che sta alla base della maggior parte dello &#8220;sfruttamento&#8221; del Terzo Mondo, e il problema sarebbe diventato veramente interessante. Ma Cameron ha voluto lasciare la questione a un livello di agitprop ambientalista.</p>
<p>In ogni caso, il problema è che Pandora è abitato da piccole tribù di eco-Sioux chiamati <em>Na?vi</em> e alti dieci piedi. Queste creature sono imbevuti di un&#8217;inusuale grazia e mobilità, graziose orecchie da <em>cimpuk</em>, un vitino da 22 pollici, e una serie infinita di ostentazioni da Terzo Mondo come dreds, disegni di guerra, e perline. Volano silenziosamente tra gli alberi ingarbugliati, saltano su pesanti macigni, infilano con tarzanica libertà le sempre convenienti autostrade delle liane, pattugliano perfino i cieli in groppa a giganti lucertole volanti e, se vengono costretti, sparano frecce delle dimensioni di pali del telefono. Tutto questo senza mai sporcarsi le loro dita blu.</p>
<p>Suppongo che Cameron volesse rendere i Na&#8217;vi una sorta di ideale di eco-purezza, una razza Ariana oltreumana e in ultra-armonia con l&#8217;ambiente, ma così come in molte delle sue creazioni pecca un po&#8217; di presunzione. Nonostante la tecnologia più avanzata mai utilizzata per la realizzazione di un film, il regista non riesce a far uscire un granché dai volti delle sue creature, che rimangono una perfetta stilizzazione olmica, con un ispessimento della cavità nasale superiore che fa venire in mente un Woody Harrelson nella parte del Genghis Khan di Pandora. I loro movimenti sono così danzati da farli sembrare ancora più irreali, e insieme ai busti a V e gli occhi alla giapponese, creano una razza di creature per le quali dovremmo provare empatia (quell&#8217;empatia che è il fulcro del film) ma non ci riusciamo. Gli esseri di Cameron rimangono distanti, anche se comici, ectoplasmi di un Picasso dopo una bevuta di assenzio durante il suo periodo blu. Il problema con queste creature, come mette in evidenza un ufficiale dei Marines<br />
trasformato in un mercenario, è che sono &#8220;dannatamente difficili da uccidere&#8221;. Nel linguaggio militare significa che sono soffocati dalle loro abilità di guerriglia. (Suona familiare?) Così abbiamo una multinazionale che ha investito in una iniziativa bioscientifica per realizzare i propri intenti di estrazione e di espansione militare, una iniziativa gestita da un piccolo gruppo di intellettuali del cazzo (comandati da Sigouney Weaver, nella miglior interpretazione del film), la cui intelligenza superiore, la libertà dal desiderio di unobtanium e di uccidere il prossimo, gli permette di avere un quadro più ampio della situazione, e grazie alla classica superiorità degli intellettuali gli consente di provare a sovvertire gli obiettivi della multinazionale stessa.</p>
<p>Gli umani creano degli avatar, replicanti Na?vi creati artificialmente boimeccanicamente in cui gli esseri umani possono &#8220;entrare&#8221; occupandone il cervello. Gli avatar sono poi lasciati nella giungla, anche se c&#8217;è un homo sapiens nella loro cavità cranica. Lo scopo per i finti-alieni è quello di penetrare nella cultura tribale Na&#8217;vi e allo stesso tempo tentare di spingere la tribù verso una soluzione diplomatica o, fallita questa possibilità, guidarla verso una zona di morte. È una specie di &#8220;operazione Phoenix&#8221; della Cia dell&#8217;epoca del Vietnam. Ma naturalmente entra in gioco la sindrome di Stoccolma. Gli avatar si rendono conto rapidamente del punto di vista Na&#8217;vi, entrano nella cultura<br />
Na&#8217;vi, intuiscono la superiorità morale dei Na&#8217;vi, si innamorano di ragazze Na&#8217;vi, si struggono e in alcuni casi combattono per la vittoria Na&#8217;vi.</p>
<p>Il nostro eroe è l&#8217;ingrugnito Jake Sully, ben interpretato dal giovane australiano Sam Worthington. Jake è un marine paraplegico che ha perso il contatto con il suo defunto fratello gemello (il fatto che combaciassero geneticamente in maniera perfetta lo fa entrare nel programma senza preselezione). Egli si mostra immediatamente la fedeltà al<br />
comandante della divisione militare (il grande Stephen Lang nell&#8217;ultima performance della sua carriera di noto spaccone buffone), che fa sembrare il colonnello Kilgore di Robert Duvall in <em>Apocalipse Now</em> positivamente dostoevkiano nella sua complessità. Ma liberato dalla cultura blasfema dei militari, addolcito dalle ambiguità degli<br />
intellettuali, e impressionato dalla grazia e dalla delicatezza di una principessa Na?vi, il Jake di Worthington guida i Na&#8217;vi contro gli oppressori. Si trasforma nell&#8217;indigeno in una maniera che Lawrence d&#8217;Arabia non si sarebbe mai sognato. Così l&#8217;ultima metà del film diventa essenzialmente un inno alla battaglia della Repubblica Na&#8217;vi in cui siamo<br />
invitati a  patteggiare per i Blu contro l&#8217;oppressione opprimente dell&#8217;oppressore che vorrebbe in realtà distruggere il luogo più sacro per i Na&#8217;vi per ottenere l&#8217;unobtanium. Una volta che l&#8217;hanno ottenuto, lo chiameranno <em>Obtainedium</em>?.</p>
<p>Forse sto pensando troppo alla trama. Dopo tutto, non c&#8217;è molto da pensare. Le diverse storie si sviluppano come in un rebus, e sembra che il copione sia stato scritto dal vecchio e scorbutico Brecht nel paradiso della Germania dell&#8217;Est del 1953. L&#8217;uomo cattivo, il Na&#8217;vi buono, 24 ore su 24, senza sagacia, sfumature, varietà di toni,<br />
sofisticatezza politica, complessità, o qualcosa di più in termini di caratterizzazione.</p>
<p>Si potrebbe pensare al film come a una risposta alla domanda &#8220;cosa sarebbe accaduto se&#8221;, tipica dei dodicenni: cosa sarebbe accaduto se i Sioux Lakota del 1877 avessero combattuto contro la Prima Divisione Cavalleria del 1969? Cameron ha una reputazione per le scene d&#8217;azione e ha elettrizzato il pubblico per tutta la sua carriera; in particolar<br />
modo nel film che lo rese celebre, Terminator, ha portato una nuova energia alla generica staticità delle sparatorie e ha dato al film un dinamismo che ha sostenuto la sua carriera. Ma qui i combattimenti sono caduti nel generico; sono per lo più al livello di uomini che corrono da un punto all?altro in mezzo a enormi esplosioni di terra e pezzi di<br />
legno. Il confronto finale è una battaglia aerea tra i Na&#8217;vi a bordo degli pterodattili e le milizie della corporazione a bordo di futuristici Hueys. Forse i più giovani, istruiti dalla cibernetica a divertirsi dal miscuglio di generi, possono farsi prendere; ma non io, gli indiani blu su lucertole volanti contro gli elicotteri bombardieri sembrano come<br />
pirite chiamata <em>Unwatchablanium</em> (inguardabile ndr).</p>
<p>Se il film ha un punto di forza è il suo assemblaggio. La personalità fuori controllo di Cameron sembra abbia speso almeno 200 milioni di dollari del suo budget di 500 milioni su raffinati se non insignificanti dettagli. Ogni cabina elicottero, ad esempio, non aveva uno ma ben tre schermi olografici: davanti, sul portellone, e a dritta, e ognuno animato da un flusso continuo di grafica specialistica militare. A quale scopo? Valeva la pena mettere due schermi in più a bordo? Poi c&#8217;è il pianeta stesso, la sua flora, la fauna, le sue cascate di nebbia, e infinite foreste intricate e lontane montagne. Peccato che la trama faccia in modo di essere, per usare in modo improprio le tesi di Pauline Kael, un calendario artistico natural-nazista. Ogni insetto, ogni vertebrato, ogni foglia, ogni stelo, sembra realizzato alla perfezione, alcuni dei quali anche molto amabili. Il mio preferito è un insetto volante, con una specie di guscio ostrica aggiunto a aghi rotanti che gli davano una morbida, più disinvolta traiettoria.</p>
<p>Ma tutto il percorso attraverso l&#8217;intrusione di queste piccole idiozie indica una mancanza di rigore da parte di chi ha concettualizzato. Perché, per esempio, un uccello dovrebbe essere rosso brillante? Perché i Na&#8217;vi sono blu? La natura ha rinunciato al principio della colorazione di protezione? Perché il luogo sacro dei Na&#8217;vi assomiglia all&#8217;albero magico dell&#8217;opera commerciale degli anni Cinquanta <em>Raintree County</em>? Perché un soldato tra un secolo e mezzo usa ancora cartucce da polvere da sparo e subisce il rinculo di un piccolo calibro, perché comunica tramite vecchie radio e trasporta personale con elicotteri alimentati a carbonio? Perché l&#8217;unico vero progresso tecnologico che vediamo nel film è un esoscheletro combattente che Cameron ha chiaramente copiato dal suo stesso <em>Aliens</em> (1986), dove un giovane Sigourney Weaver ne usava uno per massacrare una regina aliena?</p>
<p>Alla fine, il film si riduce essenzialmente a un viaggio nel sogno di potere pseudo-intellettuale degli anni Sessanta. Nella sua accezione più elementare, Avatar è un <em>Berretti Verdi</em> buono per il Dipartimento di Inglese di Harvard. Immaginate: i sogni delle elite intellettuali aggiunti a forza e muscoli e coraggio e resistenza al dolore non per<br />
marciare in dimostrazioni pacifiste ma per muovere una guerra reale a nome della Facoltà. Il film mostra che un uomo, in quanto tale, prende posizione e combatte contro l&#8217;oppressore della sua epoca, che potrebbe essere lo stesso della nostra: lo Stato-Nazione, la società, la maggioranza, i tanti e inutili ignoranti. Avatar è il sogno di ogni ricercatore universitario che si avvera.</p>
<p><strong>Tratto da Commentary</strong></p>
<p><strong>Traduzione di Maria Teresa Lenoci</strong></p>
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		<title>Storia degli ebrei che partivano dal Salento per raggiungere la &#8220;Terra di Sion&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Oct 2009 12:45:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Giacinto Seccia. Basta dare uno sguardo a un murales vicino Nardò per capire lo stato d’animo di quei profughi ebrei che, scampati all’Olocausto, trovarono rifugio nelle terre pugliesi prima di emigrare da clandestini verso la Palestina e fondare il tanto agognato Stato ebraico nel 1948. Chi lo dipinse su quel muro, anticipò la storia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="float: left;" src="http://farm4.static.flickr.com/3444/3295570652_791bdd0a8e.jpg" alt="" width="202" height="134" />di <strong>Giacinto Seccia</strong>. Basta dare uno sguardo a <em>un murales vicino Nardò</em> per capire lo stato d’animo di quei profughi ebrei che, scampati all’Olocausto, trovarono rifugio nelle terre pugliesi prima di emigrare da clandestini verso la Palestina e fondare il tanto agognato Stato ebraico nel 1948. Chi lo dipinse su quel muro, anticipò la storia a modo suo. Il murales raffigura una cartina con l’Italia, tante persone in attesa, e una freccia che si protende verso una grande stella di David. Esiste tutt’ora conservato in un museo.<span id="more-586"></span><br />
Il Salento fu solo la prima terra di incontro per quei profughi perché, a sostare nei campi per rifugiati (I.R.O.) di Bari Palese, Barletta e Trani, furono in migliaia fino al 1949. E da queste località si organizzava l’espatrio verso la “terra promessa” grazie alla posizione strategica che rese la Puglia in breve tempo la base principale dell’emigrazione clandestina ebraica (Aliya Bet).</p>
<p>Le partenze dei clandestini avvenivano da Bari e Taranto, ma anche da altri porti d’Italia da cui era possibile eludere i controlli. Il porto di La Spezia, per esempio, venne ribattezzato “la porta di Sion”. Ma questi viaggi non sempre andavano a buon fine. In quei “respingimenti” di allora, gli inglesi, dopo aver intercettato le navi dei profughi, ne impedivano lo sbarco rispedendole ai porti di partenza.</p>
<p>La Puglia non fu solo il crocevia dell’Aliya Bet perché, sempre da Bari, partivano numerosi carichi di armi destinate ai paesi arabi. Tutto sotto l’occhio di quello che poi sarebbe diventato il Mossad che, oltre ad organizzare le partenze dei profughi, riusciva ad ostacolare i traffici di armi. L’episodio simbolo è di certo l’affondamento del mercantile italiano Lino tra Molfetta e Bari nel ’48. Le armi che trasportava non giunsero mai ai siriani.</p>
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		<title>Il ritorno del &#8220;Pastore tedesco&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Feb 2009 13:19:24 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La revoca della scomunica al vescovo negazionista Williamson ha scatenato la guerriglia informatica che punta alla “nazificazione” di Benedetto XVI. Il paradosso di queste accuse è che arrivano proprio da chi odia Israele e accusa lo stato ebraico di essere l’ombra di Hitler. La mistificazione è basata su questo video di YouTube, dove si vede un giovane Ratzinger [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="float: left;" src="http://farm4.static.flickr.com/3425/3215271708_97bf4d62cf.jpg?v=0" alt="" width="163" height="232" />La revoca della scomunica al vescovo negazionista Williamson ha scatenato la guerriglia informatica che punta alla “nazificazione” di Benedetto XVI. Il paradosso di queste accuse è che arrivano proprio da chi odia Israele e accusa lo stato ebraico di essere l’ombra di Hitler. La mistificazione è basata <strong><a href="http://it.youtube.com/watch?v=AAgHyFqwZe4" target="_blank">su questo video di YouTube</a></strong>, dove si vede un giovane Ratzinger in veste talare che farebbe il saluto nazista (sempre che sia lui). La foto in questione è un falso. Guardatela bene: è stata tagliata e manipolata in modo grossolano. L’uomo nella foto non sta salutando il fuhrer ma benedice il suo gregge, con tutte e due le braccia alzate. Nel ritocco, però, manca curiosamente l’altro braccio.<span id="more-537"></span></p>
<p>Nel video si racconta di una giovane Ratzinger che militava entusiasticamente nelle Hitlerjugend, omettendo che il Papa ha ricordato così quegli anni: “Il nazismo ha rovinato la mia giovinezza. Era un regime infausto che pensava di possedere tutte le risposte; il suo influsso crebbe penetrando nelle scuole e negli organismi civili come anche nella politica e addirittura nella religione, prima di essere pienamente riconosciuto per quel mostro che era”. Parole chiare che dovrebbero far riflettere chi descrive il pontefice come uno che “ringhia ai gay e scodinzola a Bush”. Lo studente che al liceo “eccelleva in biologia” – una materia scolastica perfetta ai bisogni di questa vigliacca nazificazione del papato.</p>
<p>Il punto è che, qualsiasi cosa dica o faccia, Benedetto viene preso di mira da un gruppo di cialtroni che si sta impossessando di Internet. Oggi lo accusano di essere un antisemita e un negazionista così come ieri, dopo il discorso di Ratisbona, lo definirono un nemico dell’Islam e l’apostolo della lobby giudaico-cristiana che coordinerebbe la politica globale.</p>
<p>Il tradizionalismo cattolico lefevriano non c’entra una mazza con il paganesimo nazista così come le buffonate di Williamson non hanno nulla a che fare con la decisione del papa di recitare la messa in latino, eppure tutto viene mescolato in un calderone diffamatorio. Il paradosso è che gli accusatori virtuali di Ratzinger sono gli stessi che rifiutano il diritto all’esistenza dello stato di Israele. Quelli che il sionismo è una “filosofia genocidiaria”. Detto questo, speriamo vivamente che a Williamson continui a essere negata la Comunione.</p>
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		<title>Gli scrittori americani non hanno capito nulla dell&#8217;11 Settembre</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Jan 2009 16:51:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Cheryl Miller. Nel romanzo di Don DeLillo L’uomo che cade, un uomo in giacca e cravatta si butta di testa da un grattacielo di Manhattan poche settimane dopo gli attacchi dell’11 Settembre del 2001. Si tratta di David Janiak, un performer che, in realtà, indossa una imbracatura di sicurezza sotto il vestito. Nessuno sa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="float: left;" src="http://cedarlounge.files.wordpress.com/2007/09/911_comic_book_fbny.jpg" alt="" width="302" height="342" />di <strong>Cheryl Miller</strong>. Nel romanzo di Don DeLillo <strong><a href="http://www.ibs.it/code/9788806188719/delillo-don/uomo-che-cade" target="_blank"><em>L’uomo che cade</em></a></strong>, un uomo in giacca e cravatta si butta di testa da un grattacielo di Manhattan poche settimane dopo gli attacchi dell’11 Settembre del 2001. Si tratta di David Janiak, un performer che, in realtà, indossa una imbracatura di sicurezza sotto il vestito. Nessuno sa che cosa voglia significare questa sua esibizione – messa in scena davanti ai volti inorriditi degli spettatori di tutta la città di New York; fatto sta che è stata una forma orrenda di ricordare i veri uomini e donne che si lanciarono verso la morte dal World Trade Center. Alla fine, la <em>New School for Social Research</em> ha persino creato un panel di esperti su Janiak chiedendosi: “E&#8217; un esibizionista senza cuore o un nuovo cronista coraggioso nell’era del terrore?”. Il lavoro satirico di DeLillo solleva una domanda più profonda che qualsiasi romanziere destinato a fare i conti con l’11 Settembre deve per forza affrontare. E’ possibile estrarre l’arte dall’orrore senza essere uno sfruttatore di cattivo gusto? La domanda non è proprio accademica. Durante gli ultimi decenni, la gran parte dei romanzieri che hanno scritto sulla società americana si sono messi al riparo dall’impegno che richiede parlare di eventi del mondo reale, favorendo ritratti più interiori dei loro personaggi e delle vite che conducono. Più tardi, però, un numero sorprendente di autori hanno utilizzato come oggetto dei loro libri gli attacchi terroristici e il loro effetto sui newyorchesi che li hanno vissuti in prima persona.<span id="more-532"></span></p>
<p>I romanzi sull’11 Settembre includono <em>L’uomo che cade</em> di DeLillo, <a href="http://www.amazon.com/Good-Life-Jay-Mcinerney/dp/0375411402" target="_blank"><strong><em>The good life</em></strong></a> di Jay McInerney, <a href="http://www.ibs.it/code/9788804563075/messud-claire/figli-dell-imperatore.html" target="_blank"><em><strong>I figli dell’imperatore</strong></em></a> di Claire Messud, <em><strong><a href="http://www.ibs.it/code/9788860440167/kalfus-ken/stato-particolare-disordine" target="_blank">Uno stato particolare di disordine</a></strong></em> di Ken Kalfus e, il più recente <a href="http://www.amazon.com/Netherland-Novel-Joseph-ONeill/dp/0307377040" target="_blank"><em><strong>Netherland</strong></em></a> di Joseph O’Neill, recensito in modo entusiastisco.</p>
<p>Fino a che punto questi lavori hanno avuto successo nel fornire un ritratto riconoscibile e illuminante della nostra epoca? La risposta a questa domanda è una prova della natura di queste storie, non solo per gli autori ma anche per i loro lettori. Siccome c’è un filo comune che lega la trama di questi libri, il suggerimento – citando un personaggio di Netherland – è che l’11 Settembre non è stato niente di che.</p>
<p>“Questo evento catastrofico cambia la maniera in cui pensiamo e agiamo, momento per momento, settimana dopo settimana, durante chissà quante settimane e mesi a venire, e anni duri come l’acciaio”, scrisse DeLillo sulla rivista “Harper’s” poche settimane dopo gli attacchi. In <em>L’uomo che cade</em>, però, non si trova questo cambiamento nel pensiero e nelle azioni. DeLillo è uno scrittore della alienazione globale, i lavori che ha scritto nell’arco di 30 anni hanno dato voce alla incapacità dell’individuo di sfuggire allo schiacciante peso dei mass media americani e dell’imperialismo Usa. Il suo ultimo romanzo – dal suo alienato e poco comunicativo antieroe, all’ellittico e lezioso uso dei dialoghi – non è un nuovo punto di partenza né nella sostanza né nello stile.</p>
<p>Ciascuno dei personaggi che si muovono in <em>L’uomo che cade</em> è isolato da tutti gli altri, e ciascuno rimugina imbronciato nel suo silenzio, cercando disperatamente un significato laddove non se ne può trovare alcuno. Quando il silenzio si rompe, le conversazioni consistono in portentosi ragionamenti tipo “Dopo non c’è niente. Non c’è un dopo. Questo è il dopo”, che non potrebbero mai emergere dalle labbra di persone reali e viventi.</p>
<p>Keith Neudecker, il protagonista del romanzo di De Lillo, è un avvocato di mezza età che aveva il suo ufficio al World Trade Center. Tormentato dal fatto di essere sopravvissuto agli attacchi dell’11/9, abbandona la sua famiglia (appena riunita), mettendosi a giocare ossessivamente a poker. Vuole mettere alla prova la Sorte che lo ha risparmiato prendendo la vita del suo migliore amico. Keith vede se stesso come “un robot umanoide” più che come un vero essere umano.</p>
<p>Mentre Keith passa la giornata scommettendo, sua moglie Lianne si concentra sul Corano, turbata dalle prime righe: “Questo libro non può essere messo in dubbio”. Invidiando la certezza dei dirottatori si imbarca in uno strano tipo di ricerca spirituale. Ma nulla – né andare in Chiesa né partecipare alle proteste pacifiste – riesce ad alleviare il suo profondo senso di solitudine.</p>
<p>Se almeno avesse saputo che anche i dirottatori si sentivano soli quanto lei! Secondo quello che ci racconta DeLillo, infatti, anche questi assassini di massa – rappresentati da un personaggio di nome Hammad –, si imbarcarono nella loro propria ricerca esistenziale di significato. Come scrive l’autore, i terroristi e le loro società sono state “per troppo tempo in isolamento, lasciati fuori dalle altre culture, da altri futuri, dalla volontà avvolgente del mercato capitalistico e delle politiche estere”.</p>
<p>Nei suoi precedenti romanzi, come <em>Rumore bianco</em> e <em>Mao II</em>, DeLillo aveva persino celebrato il potere liberatorio della violenza terrorista. Come ebbe a dichiarare in un’intervista del 1991, “in una società piena di eccessi, ripetizione e consumo sfibrante, quello terroristico può essere l’unico atto davvero significativo”. <em>L’uomo che cade</em>, quindi, potrebbe essere caratterizzato come uno sforzo per rivedere quell’opinione, offerta con disinvoltura da qualcuno che non aveva mai veramente contemplato le conseguenze nel mondo reale di una visione in cui la distruzione gratuita e l’uccisione di innocenti non erano solo pensabili ma anche considerati lodevoli e persino sante.</p>
<p>In effetti, sembra che DeLillo non sia ancora pronto a cambiare idea o a ripudiare “l’atto terroristico”. Dopotutto, questi assassini dovevano fare qualcosa per combattere la loro profonda alienazione. E quindi l’autore lascia che il romanzo, invece di risolvere, dissolva. La storia finisce nella maniera in cui era iniziata, con un aereo che colpisce una delle Torri Gemelle: il raccapricciante “eterno ritorno” di Nietzsche presentato nella sua forma più agghiacciante.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>&#8212;&#8212;&#8212;-</strong></p>
<p>Lo snervante nichilismo di DeLillo assume una forma subdola in <em>Netherland</em> di Joseph O’Neill. Questo romanzo descrive una “discesa nel disordine” che inizia con il trasferimento di una famiglia da un appartamento di Manhattan distante pochi isolati da “Ground Zero”. Quando la zona viene recintata dai cordoni della polizia in seguito agli attacchi, Hans, un banchiere di origine olandese, e la moglie inglese Rachel si spostano temporaneamente nel tetro Hotel Chelsea. Entrambi sono sprofondati in quella che lui chiama una “stanchezza maligna”, prendono sempre di più le distanze uno dall’altra, e Rachel, frustrata da questo marito “invertebrato”, alla fine parte per Londra con il loro figlio.</p>
<p>Un giorno, dopo essere stato mollato, Hans vede una mazza da cricket nel bagagliaio di un taxi e improvvisamente si ricorda della sua gioventù in Olanda. A questo punto, <em>Netherland</em> si allontana dal ritratto di guerra domestica per diventare una improbabile ma più speranzosa metafora sul futuro dell’America: il gioco del cricket. La mazza appartiene all’autista del taxi e ben presto Hans si ritrova a passare tutti i suoi fine settimana con l’autista e i suoi amici, “unico uomo bianco” in mezzo a un trasandato gruppo di immigrati indiani dell’Ovest e di asiatici che hanno messo su una squadra di cricket a Staten Island.</p>
<p>In questo campetto incolto, Hans incontra Chuck Ramkissoon, un uomo d’affari di Trinidad di origine indiana. Chuck è affascinato da quelle che considera le fondamenta morali del cricket: “Chiedi alla gente di essere d’accordo con le regole e con norme complicate – dice – ed è come un corso lampo sulla democrazia&#8230; una lezione di civiltà”. Hans sembra d’accordo: “Non sono certo il primo a domandarsi se, quando vediamo persone vestite di bianco in un campo di cricket, in realtà quello che stiamo guardando sono uomini che immaginano una società giusta”.</p>
<p>Il gioco non è solo un simbolo di <em>fair play</em> ma anche di fratellanza. Quando Hans gioca la sua prima partita con la squadra dello Staten Island, il gruppo eterogeneo formato da “tre indù, tre cristiani, un sikh e quattro musulmani” si riunisce per pregare insieme. Anche Chuck intravede le possibilità unificatrici del cricket e confida ad Hans che la sua ambizione segreta è di costruire uno vero stadio a Brooklyn per rendere il suo amato sport più popolare in America. Non si tratta semplicemente di una grossa opportunità di affari, visto che l’introduzione del cricket darebbe agli americani “qualcosa in comune con gli indù e i musulmani&#8230; con il Club del Cricket di New York potremmo dare vita a un nuovo capitolo nella storia degli Stati Uniti”.</p>
<p>Nella sconfinata vitalità di Chuck, Hans crede di aver trovato una risposta al “terribile e prostrante fatalismo” che ha tormentato lui e l’America dopo l’11 Settembre. “Chuck stava riuscendo a farcela – spiega – mentre il paese si affliggeva sulla guerra in Iraq, Chuck stava correndo. Tutto questo era sufficientemente politico per me”. Peccato che Hans dimentichi il lato oscuro di Chuck: un truffatore che gestiva lotterie illegali e che forse è invischiato in qualche altro losco affare.</p>
<p>O’Neill rappresenta la cecità di Hans come un modo per suggerire qualcosa ben più ampio. Quando Rachel viene a sapere del legame di suo marito con Chuck, gli dice: “Eri felice di giocare con lui. Lo stesso con l’America. Sei come un bambino. Non vai mai oltre la superficie”. Tanto la donna quanto O’Neill lasciano intendere che la vera America è spaventata da quello che sta accadendo al di là dell’apparenza: quella storia ininterrotta fatta di violenze, colonizzazione e genocidio. Da uomo bianco privilegiato, Hans ha soltanto lanciato degli sguardi momentanei su questa America. Ma la sua consapevolezza emerge quando, dopo essere stato bocciato agli esami per la patente, inizia a camminare per le strade del centro di Manhattan e improvvisamente viene sopraffatto da</p>
<p><em>…un nauseante senso di America, il mio splendido paese di adozione, finito sotto l’agire segreto di poteri ingiusti e indifferenti. I taxi risciacquati che sibilano sul fango fresco, lucidati come pompelmi; ma se guardavi sotto, nello spazio tra la strada e il telaio, dove il ghiaccio si attaccava ai tubi e l’acqua scorreva nei risvolti fangosi, riuscivi a vedere un’oscena oscurità meccanica</em>.</p>
<p>Alla luce di questa tremenda visione, come dovremmo interpretare l’11 Settembre e quale dovrebbe essere il suo significato? O’Neill sembra essere completamente confuso. Quando Matt, un vecchio amico di Rachel, afferma che l’11/9 “non fu un grande affare se pensi a tutto quello che è accaduto da allora”, e cioè l’invasione americana dell’Iraq, Hans prova ad opporsi ma non è capace di sostenere la sua obiezione in modo ragionevole. In una rara dimostrazione di solidarietà coniugale, Rachel difende suo marito di fronte a Matt ricordando che lui era “uno di quelli che si trovavano lì” il giorno dell’attacco. Ma è lo stesso Hans a chiedersi se questo fatto gli dia una qualche autorità di parlarne:</p>
<p><em>Ho sentito dire che la natura indiscriminata dell’attacco ha trasformato tutti noi in vittime di un tentato omicidio, ma non sono del tutto sicuro che questa prossimità geografica alla catastrofe conferisca questo status a me o a chiunque altro</em>.</p>
<p>Matt non è l’unico a mettere in dubbio che la minaccia affrontata dall’America non sia stata “niente di che”. L’affermazione sembra colpire anche O’Neill in maniera melodrammatica. Di conseguenza, alla fine l’autore cerca di porre la questione in entrambi i modi, evocando l’11 Settembre per dare sostanza al malessere personale di Hans, ma trattenendosi dal dare un qualsiasi peso agli stessi attacchi. A eccezione di un’unica osservazione a metà del libro, non si discute mai né dei dirottatori né delle loro motivazioni. Al contrario, Netherland si ritira in un terreno più sicuro, concentrandosi presumibilmente nell’incapacità infantile o nel rifiuto degli americani di guardare al di là della “splendente” superficie delle cose, alle loro gesta piene di violenza. In Netherland, l’11 Settembre non ha cambiato niente. L’America continua a essere rimbecillita nel mondo, inconsapevole persino del fatto che il suo momento è già passato.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>&#8212;&#8212;&#8212;-</strong></p>
<p style="text-align: left;">Se <em>L’uomo che cade</em> e <em>Netherland</em> costituiscono degli sforzi “seri” e autoconsapevoli di afferrare il senso dell’11 Settembre, l’opera di Claire Messud <em>I figli dell’imperatore</em> e <em>The good life</em> di Jay McInerney sono commedie di costume che cercano di soffermarsi sull’effetto degli attacchi terroristici su una specifica classe di newyorchesi: la tipologia più conosciuta al mondo grazie alle pagine della sezione domenicale di “Styles” del New York Times. I personaggi – mediocri intellettuali per Messud, festaioli straricchi in McInerney – sono ossessionati dalla celebrità, dai ristoranti a cinque stelle e dall’essere invitati nelle migliori feste. E’ difficile decidere quale fra i due autori sia più biasimevole: Messud – una scrittrice premurosa che normalmente si rende conto in pieno di quanto siano insignificanti i suoi personaggi e le loro afflizioni ma in ogni modo ti chiede di dargli importanza – o McInerney, profondo un quarto di quanto lo sono le sue creazioni, che le ama genuinamente ed è sicuro che i suoi lettori lo faranno.</p>
<p style="text-align: left;"><em>The Good Life</em> di McInerney è sostanzialmente un’altra di quelle storie “in avanti con gli anni” in cui adulti immaturi imparano che nella maturità c’è qualcos’altro oltre Dolce &amp; Gabbana, ma non prima che si impegnino in un infantile ‘saltare sul letto’ un po’ ostentato. Questa è la formula che lo rese famoso 25 anni fa con <em>Le mille luci di New York</em> ed evidentemente McInerney non vede alcuna ragione di cambiarla. In effetti, <em>The Good Life</em> riprende <em>Si spengono le luci</em>, un libro che descriveva il crollo del mercato azionario del 1987. Come lasciano intendere chiaramente i primi capitoli, ognuno è riuscito a recuperarsi dall’ultimo colpo e ha dimenticato le lezioni imparate in precedenza – un fatto che risulta abbastanza conveniente, visto che ora devono di nuovo impararle da capo.</p>
<p style="text-align: left;">McInerney è così convinto della sua sdolcinatezza che sarebbe quasi perdonabile, almeno nelle scene dove l’eroe e l’eroina si innamorano a prima vista davanti a Ground Zero e flirtano in modo così spudorato come se si trovassero in un bar per single. Luke, che in teoria ha visto “corpi piovere giù nella piazza&#8230; esplodendo come frutta marcia contro il calcestruzzo”, non sembra così traumatizzato dalla scena del massacro da non poter dire a Corrine che assomiglia a Katherine Helpburn. E lei risponde canzonandolo: “In che modo, zitella e frigida?”.</p>
<p style="text-align: left;">Nel romanzo di Messud non mancano le gli scherzi, specialmente quando vengono messi in bocca a quattro giovani ambiziosi: Marina, una povera-piccola-ricca ragazza che vuole diventare scrittrice; Julius, un critico freelance omosessuale; Danielle, una ambiziosa produttrice televisiva; e Frederick “Babbuccia” Tubb, un ex-universitario pieno di risentimento. Vogliono tutti farsi strada al top dell’elite mediatica di New York ma nessuno di loro ha la disciplina o la capacità di centrare l’obiettivo con i propri mezzi. Al contrario, si avvicendano nel corteggiare Murray Thwaite, un famoso giornalista liberale che vive solamente dei suoi successi del passato.</p>
<p style="text-align: left;">Come <em>The good life</em>, anche <em>I figli dell’imperatore</em> è come una <em>soap opera</em>. Danielle inizia una storia con Murray, il padre di Marina; Marina, invece, stringe rapporto con il nemico di suo padre. Gli attacchi dell’11 Settembre mettono fine a tutti questi casini quando “Babbuccia” viene ucciso a Ground Zero, anche se la festa viene solo rimandata, non cancellata. Dopo un breve intervallo per il lutto, il trio riaffonda velocemente ciascuno nella propria vita e lavoro: un nuovo libro sull’abbigliamento per bambini per Marina, un documentario sugli errori dei medici nella liposuzione per Danielle, un pezzo sui nightclub per Julius. Danielle, quella che ha psicologicamente risentito di più degli attacchi, a un certo punto guarda verso il profilo spezzato di New York e si interroga sul cambiamento che è avvenuto: “Qual era la sua forma prima? Aveva qualche forma?”.</p>
<p style="text-align: left;">Così come in Netherland, l’idea che l’America è davvero in guerra sembra troppo fantasiosa, troppo simile a un film per essere vera. E alla fine si scopre che dopotutto “Babbuccia” non era morto ma aveva utilizzato gli attacchi come una scusa per scappare da Manhattan e iniziare una nuova vita in Florida.</p>
<p style="text-align: left;">Massud vuol dimostrare che, come scrisse una volta Edith Wharton, una società frivola “può acquisire un significato drammatico solo attraverso ciò che distrugge la sua frivolezza”. Ma i suoi agnelli sacrificali, Danielle e Babbuccia, non soffrono molto e, in ogni caso, quello che accadde l’11 Settembre può essere difficilmente ridotto a un atto di frivolezza. L’uso che Messud fa degli attacchi alla fine si ritorce contro di lei. In realtà – narrativamente parlando – l’autrice non ha niente da dire sugli attacchi, anche se sono presenti nelle sue pagine, sollevando una domanda a cui lei non offre risposte: qual è la disillusione di Danielle e di Babbuccia davanti all’omicidio di migliaia di persone innocenti?</p>
<p style="text-align: left;">Nella commedia nera di Ken Kalfus, <em>Uno stato particolare di disordine</em>, non c’è gente innocente, o almeno non ci sono americani innocenti. Mentre gli altri romanzi di cui abbiamo discusso sfoderano una implicita visione politica, Kalfus è totalmente esplicito. Vede se stesso come un audace testimone della verità e, come disse a un giornalista che lo intervistava, il suo romanzo è stato un atto di protesta contro “la glorificazione delle vittime degli attacchi”. “Siccome conosciamo i dati sulla frequenza dei divorzi e l’amarezza estrema che spesso li accompagnano, suppongo che, se quella mattina furono uccise circa 3.000 persone nelle Torri Gemelle, alla fine di quella giornata ci devono essere state non poche mogli che si sono sentite sollevate e gratificate.</p>
<p style="text-align: left;">Ispirato da questi sentimenti, Kalfus ha creato un ritratto dell’America come un luogo di inesorabile bruttezza quasi per giustificare il punto di vista dei dirottatori. La New York che descrive è “un mondo di incurante materialismo, spietatezza e bassezza”. E, in questa storia, i veri terroristi sono gli americani stessi: Joyce e Marshall, una coppia sposata il cui odio reciproco è talmente distruttivo che ciascuno si sente innanzitutto deluso e poi indignato nello scoprire che l’altro non è morto sotto il World Trade Center. Uniti nella loro mutua intransigenza – nessuno dei due lascerebbe il loro condominio di Brooklyn – non solo si terrorizzano a vicenda, ma spaventano anche i loro due figli.</p>
<p style="text-align: left;">Nella scena più scandalosa ed emblematica del romanzo, Marshall decide di ammazzare tutta la sua famiglia con una bomba, idea che gli viene in mente dopo aver visto le notizie di un attentato suicida in Israele. Ecco il commento politico di Kalfus: il conflitto israelo-palestinese, o forse persino la stessa lotta dell’America contro al Qaeda, può essere paragonato alla storia di una coppia che sta passando un brutto divorzio.</p>
<p style="text-align: left;">Nella sua viltà, il romanzo di Kalfus è tristemente coerente con i suoi colleghi – più concentrati nello stabilire una tesi sull’America che nell’affrontare la questione di che cosa abbia significato realmente quella soleggiata mattina di settembre o qual è il suo vero impatto a qualche anno di distanza. Nonostante ognuno di questi autori sia partito da piccole storie private – un matrimonio ingarbugliato, un’amicizia, una relazione amorosa – nessuno di questi romanzi ha avuto successo nello spiegare quella realtà. Inevitabilmente l’ombra degli attacchi fa sembrare queste afflizioni banali e persino la parola “triviale” difficilmente comincia a catturare l’attenzione  sull’idiozia morale di ogni sforzo compiuto per rendere minuscole difficoltà domestiche simili alla portata di quel massacro e di quella distruzione. Gli autori, che si inchinano fiduciosamente nel disprezzare gli americani per la loro mancanza d’immaginazione o di sentimento, devono aver preferito guardarsi allo specchio per trovare la reale evidenza di quelle stesse devastanti deficienze.</p>
<p style="text-align: left;"><em><strong>(Commentary, gennaio 2009)</strong></em></p>
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		<title>&#8220;W&#8221;, niente di nuovo sull&#8217;eredità di Bush</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Nov 2008 13:41:54 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Oliver Stone ha raccontato in &#8220;W&#8221; la storia e la vita di George W. Bush, un presidente che nessuno rimpiange ma che ha affrontato uno dei periodi più bui della storia americana contemporanea. Il film riassume tutti i cliché che hanno circondato i due mandati repubblicani dopo l&#8217;11 Settembre. Bush figlio di papà, che soffre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="float: left;" src="http://www.art2bank.com/london_art_news/london_art/Jonathan%20Yeo_Bush_Lazarides_gallery_london_george_bush_1.jpeg" alt="" width="203" height="129" />Oliver Stone ha raccontato in <a href="http://it.youtube.com/watch?v=sg7vwicPx98"><strong>&#8220;W&#8221; la storia e la vita di George W. Bush</strong></a>, un presidente che nessuno rimpiange ma che ha affrontato uno dei periodi più bui della storia americana contemporanea. Il film riassume tutti i cliché che hanno circondato i due mandati repubblicani dopo l&#8217;11 Settembre. Bush figlio di papà, che soffre di complesso d&#8217;inferiorità verso il padre (e il fratello Jeb), un ignorante,  un idiota (come la maggior parte degli americani), il burattino di un &#8220;governo segreto&#8221; che avrebbe spinto l&#8217;America verso il disastro iracheno. In questa visione senza memoria, e senza Storia, la guerra per liberare l&#8217;Iraq sarebbe stata una specie di rivincita, un modo per mostrare a George Padre che lui,  George Figlio, era capace di rovesciare il regime lasciato in piedi dopo la Guerra per liberare il Kuwait. Sul governo segreto, invece, di segreto c&#8217;è solo che è noto. I suoi ideologi hanno pubblicato, discusso e ammesso, pubblicamente, <a href="http://www.ibs.it/code/9788871805252/podhoretz-norman/quarta-guerra-mondiale"><strong>le loro idee, i loro errori, le loro vittorie</strong></a>. Altro che cospirazione.</p>
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		<title>Eluana, i Down e altre storie</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Nov 2008 16:58:25 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Ronnie. Si può difendere la vita senza essere del Movimento per la Vita? E come? Molto semplice. Basta cogliere il vero significato delle parole. Non quello figurato ma il senso letterale. Beppino Englaro non è Hitler. E&#8217; il padre di Eluana, la ragazza che impiegherà due settimane a morire. Un uomo debole come tutti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="float: left;" src="http://www.46plus.de/aktuell/pic/051116/00b.jpg" alt="" width="308" height="308" />di <em><strong>Ronnie</strong></em>. Si può difendere la vita senza essere del <strong><a href="http://www.mpv.org/mpv/s2magazine/index1.jsp?idPagina=2" target="_blank">Movimento per la Vita</a></strong>? E come? Molto semplice. Basta cogliere il vero significato delle parole. Non quello figurato ma il senso letterale. Beppino Englaro non è Hitler. E&#8217; il padre di Eluana, la ragazza che impiegherà due settimane a morire. Un uomo debole come tutti noi che mettiamo la coscienza individuale davanti alla morale. Ve la ricordate la morale? Era qualcosa di distinto e superiore alle misere vite individuali. La dimensione trascendente che oggi è assente. Così lo Stato se ne fa supplente. Ognuno di noi preferirebbe una &#8220;dolce morte&#8221; all&#8217;&#8221;accanimento terapeutico&#8221; ma la morte non ha nulla di dolce e L&#8217;UNICA TERAPIA dovrebbe essere prendersi cura degli altri. Eppure Hitler riuscì a convincere i tedeschi del contrario. Prima dell&#8217;Olocausto mise in piedi un vasto programma di eutanasia per i &#8220;malati di mente&#8221;. A più di mezzo secolo di distanza, considerare i Down una &#8220;anomalia genetica&#8221; ed evitare questa anomalie &#8220;grazie&#8221; all&#8217;aborto appartiene alla percezione comune. Ma i grandi luminari che raccontano questa storia di liberazione ed emancipazione femminile sono come i medici di Norimberga che pensavano davvero di migliorare il Reich con la selezione razziale. Anche loro avevano compassione di chi veniva eliminato e lo facevano per il bene della comunità a venire. Vogliamo un mondo che uccide le persone in coma e impedisce di far nascere i Down? Allora prendiamo il coraggio del nostro nichilismo: usiamo le parole giuste. Vittime e assassini, non liberatori e liberati. Gli individui sono deboli e su questa debolezza i governi e la Legge (ma anche i poteri disciplinari come quello medico) costruiscono il proprio consenso. Un intero apparato statale, propagandistico, legislativo, medico e scientifico, si mette in moto per convincerci. Crediamo a qualsiasi cosa. Anche di avere licenza d&#8217;uccidere. E pensiamo addirittura che sia un &#8220;diritto&#8221;.</p>
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