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	<title>Questioni di Frontiera</title>
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	<description>Questioni di Frontiera - Formazione e Ricerca</description>
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		<title>Figli del Cielo. Come i neoconservatori hanno cambiato l&#8217;America</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Apr 2011 23:13:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Maria Teresa Lenoci. Il termine “neocon” è un’abbreviazione della parola “neoconservatorismo”  e sta a indicare il movimento politico nato negli Stati Uniti  d’America dall’ideologia di un manipolo di pensatori delusi dal modo di  fare politica della sinistra, e soprattutto della New Left, il movimento di  contestazione studentesca per i diritti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-2615" title="iraq-iran-odometer2" src="http://www.noaweb.it/public/iraq-iran-odometer21-300x97.jpg" alt="iraq-iran-odometer2" width="460" height="148" />di <em>Maria Teresa Lenoci</em>. </strong><a href="../public/iraq-iran-odometer2-300x97.jpg?phpMyAdmin=vIMStXtr0WhD94RjcJDvpNefOUf"></a>Il termine “neocon” è un’abbreviazione della parola “neoconservatorismo”  e sta a indicare il movimento politico nato negli Stati Uniti  d’America dall’ideologia di un manipolo di pensatori delusi dal modo di  fare politica della sinistra, e soprattutto della <em>New Left</em>, il movimento di  contestazione studentesca per i diritti civili degli anni  ‘60. Leggenda vuole che il movimento sia nato nella caffetteria del  <em>City College</em> di New York, verso la fine degli anni Trenta, dove un  gruppo di giovani intellettuali ebrei, compagni di studi, si  incontravano per dibattere sulle varie versioni del trotzkysmo. Questa è la loro storia.<span id="more-2613"></span></p>
<p><strong>Premessa.</strong> Sono stati definiti in tanti modi: “parassiti”, “un’infezione che ritorna”, gli “architetti del mondo”, la “nuova frontiera della destra americana”. Spesso si muovono nell’ombra e nonostante le tante cadute e i vari inciampi il fatto che restino vivi ancora stupisce. Non si sa quanti siano: c’è chi dice 64, chi 17, chi solo 6. Si passano la loro carica di padre in figlio quasi fosse ereditaria e la loro fede politica come una strana formula da tramandare solo oralmente. Hanno influito come nessun movimento politico moderno sulla cosa pubblica degli ultimi trent’anni e continuano ad espandersi. Per alcuni sono “cattivi e vendicativi”, per altri solo “un modello da ammirare”, in quanto restano fedeli al proprio credo e sempre pronti ad esercitare diritto di critica. Sono i neoconservatori, gli influenti membri di un movimento politico (il neoconservatorismo, appunto) che ha prodotto ferrati policy maker della cosa pubblica a stelle e strisce, una corrente a più riprese definita l’astro nascente della politica americana. Passati spesso e volentieri dalle stelle alle stalle e ritorno hanno subito una serie infinita di discese e risalite lungo la serie di parabole che è la loro intensa vita politica. Nonostante questo i neocon non hanno una teoria politica ben definita, ma piuttosto hanno subito delle mutazioni genetiche nel tempo come conseguenza dell’assestamento all’ambiente ed alla selezione naturale applicata dall’adattarsi della politica americana ai corsi e ricorsi storici. Spesso aspramente criticati, a volte fortemente lodati. La loro morte è stata già annunciata più volte e ancor più spesso smentita dai fatti. Ma cosa e chi sono veramente i neocon? In questo studio cercheremo di tracciarne un profilo il più possibile affidabile e dettagliato, con tutte le comprensibili difficoltà che incontra lo studioso che deve confrontarsi con qualcosa di posticcio e ancora non ampiamente definito.</p>
<p><strong>1. Le origini della nuova destra americana.</strong> Il termine “neocon” è un’abbreviazione della parola “neoconservatorismo” e sta ad indicare il movimento politico nato negli Stati Uniti d’America dall’ideologia di un manipolo di pensatori delusi dal modo di fare politica della sinistra (e soprattutto della New Left, movimento di contestazione studentesca per i diritti civili sviluppatosi negli anni ‘60). La leggenda vuole che il movimento sia nato nella caffetteria del City College di New York, verso la fine degli anni Trenta, dove un gruppo di giovani intellettuali ebrei, compagni di studi, si incontravano per dibattere sulle varie versioni del trotzkysmo; il loro unirsi, come risposta alla minaccia mondiale del fascismo confluì poi nel movimento dei New Deal Democrats.  Negli anni della Guerra Fredda i neocon, pur disprezzando la caccia alle streghe intrapresa dal senatore Joseph McCarthy, criticarono la deriva a sinistra del partito democratico, sponsorizzando un nuovo corso che non facesse ricorso al sentimento amichevole nei confronti dell’Unione Sovietica.</p>
<p>Ma è negli anni ’60 che si radica questa nuova ideologia. Tre sono i fattori che fanno in modo che un gruppo di intellettuali ebrei americani decidano di allontanarsi dall’area liberal del Partito Democratico, e di creare un nuovo movimento politico, che da allora avrebbe continuato a cavalcare l’onda dell’attualità statunitense. Il primo fattore scatenante è stato la Guerra Arabo-Israeliana del 1967 che provocò l’isolamento di Israele all’Assemblea delle Nazioni Unite. Il secondo è la guerra del Vietnam che provocò il diffuso timore che gli Stati Uniti potessero ritirarsi dai loro impegni internazionali (anche nei confronti di Israele) schiacciati in un conflitto da cui risultò particolarmente difficile venir fuori. L’ultimo fattore è la rottura dell’alleanza tra gli ebrei americani e gli afroamericani nella lotta per i diritti civili, in cui fino ad allora avevano marciato insieme. La somma di questi tre fattori ha provocato il disincanto di un gruppo di ebrei americani verso le politiche della madrepatria nei confronti di questioni delicate come l’influenza delle Nazioni Unite e il Terzo Mondo. Per questo Irving Kristol, uno dei padri fondatori del movimento ha descritto un neoconservatore come “un liberal che è stato rapinato dalla realtà.”  Questo gruppetto di ideologi decide di mettersi assieme e, come vedremo, di cambiare le sorti degli Usa utilizzando una sottile azione di lobbying (tanto che Kristol ha sempre negato l’esistenza del neoconservatorismo, come movimento ben definito).</p>
<p>Nei primi anni Settanta i neoconservatori si distinguono sulla scena politica americana perché condividevano con la sinistra lo strenuo sostegno del welfare state, ma erano al tempo stesso fortemente anticomunisti e perciò in questo allineati con la politica estera del presidente repubblicano Nixon. L’interessamento particolare nei confronti della politica estera gli è valsa la definizione di “architetti del mondo”. Il neoconservatorismo può essere definito una “propaggine eretica del liberalismo”  che fa appello agli stessi valori e ha molti obbiettivi comuni con esso, come ad esempio la pace e l’uguaglianza razziale. Ma le politiche liberali del disarmo e delle azioni positive secondo i neoconservatori hanno minato il raggiungimento di questi obiettivi. Per questo in breve tempo gli eretici sono diventati i più acerrimi nemici del liberalismo. Il neoconservatorismo si è da subito distinto in due correnti: una centrata su questioni di politica interna e sull’interesse pubblico (in particolare sul riesaminare gli intenti della “Great Society” del 1960 e sullo stato sociale nel complesso), l’altra su questioni di politica estera e sulla guerra fredda. La prima si riuniva attorno al trimestrale fondato da Irving Kristol, The Public Interest, la seconda pendeva dalle labbra della rivista Commentary di Norman Podhoretz.</p>
<p>La prima voce autorevole del neoconservatorismo, però, fu Henry M. “Scoop” Jackson, senatore dello stato di Washington, democratico fortemente anticomunista e presidente del Senate Armed Service Committee, la commissione del Senato che controlla la politica militare statunitense, compreso il Dipartimento della Difesa, della Ricerca e dello Sviluppo militare e tutto il giro di potere che ad esso è correlato. Nei primi anni ’70 i neoconservatori formano una coalizione: la Coalition for a Democratic Majority stringendosi attorno al senatore Jackson. Verso la metà degli anni ’70 la Cdm si allea per la prima volta con la destra repubblicana di Donald Rusmfeld (all’epoca segretario dalla difesa di Gerald Ford). Il patto deriva dall’intenzione di “sabotare i tentativi del segretario di stato Henry Kissinger di negoziare accordi di vasta portata per la limitazione strategica degli armamenti”  insieme a un’ulteriore distensione nei confronti dell’Unione Sovietica. Inoltre assieme a Rumsfeld crearono il “Team B”, un gruppo di esperti di strategia (tra cui Paul Wolfowitz, che ritroveremo più avanti) che avrebbe dovuto rovesciare il giudizio troppo benevolo che la Cia nutriva nei confronti delle intenzioni russe. Il Cdm appoggiò la candidatura presidenziale di Jackson, poi fallita, sia nel 1972 che nel 1976. A fare affari con l’Unione Sovietica, come predicava Kissinger, che vedeva la Russia come un’altra potenza con cui instaurare un rapporto bilaterale più che come un nemico, i neocon non ci pensavano proprio. Eppure una parte dei conservatori appoggiavano Kissinger. Questi erano detti “realisti”, perché concentrati sugli interessi statali e non sulla battaglia di ideologie preferita dalla corrente emergente neocon (per questo detti “idealisti”).</p>
<p>Con l’elezione di Jimmy Carter, nel 1977, i neoconservatori si preoccuparono della forte importanza data dal futuro presidente nella campagna elettorale alla promozione dei diritti umani e alla distensione nei confronti dell’Urss. Il Cdm diventato nel frattempo Cpd (Committee on the Present Danger) portò avanti una “filosofia unilaterale di mantenimento del potere attraverso la forma militare”, al contempo puntando tutto sulla strenua difesa di Israele (e quindi sulla necessità di inviargli aiuti militari). I neoconservatori e i repubblicani che componevano il Cdp erano legati e appoggiati all’industria della difesa, il principale e maggior beneficiario di una nuova corsa agli armamenti. Al contempo i neoconservatori strinsero amicizia con la destra cristiana preoccupata per la perdita dei valori tradizionali dettata dall’elite liberale e la deriva  verso un eccessivo relativismo culturale. La maglia dei neoconservatori si infittisce quando stringono alleanze anche con il governo israeliano del Likud. Un doppio filo quello con i cristiani americani da un lato e con il Likud dall’altro per cui i neocon iniziarono ad attirarsi le prime critiche.</p>
<p>Nel 1979 il Cpd raccoglie un altro membro, Ronald Reagan che di lì a due anni diventerà Presidente. “Appena eletto Reagan nomina 33 membri del Cpd nella sua amministrazione, più di 20 dei quali in posizioni legate alla sicurezza nazionale. Coloro che non entrarono nell’amministrazione crearono il Committe for the Free World, presieduto dalla neoconservatrice Midge Decter (moglie di Norman Podhoretz) e da Donald Rumsfeld , lanciarono una campagna per promuovere l’aggressiva politica militare dell’amministrazione Reagan, la Strategic Defense Initiative (conosciuta anche come il programma “Guerre Stellari”) e la cosiddetta “Dottrina Reagan”, che sponsorizzava i gruppi ribelli che cercavano di rovesciare governi del Terzo Mondo, incluso l’Afghanistan, l’Angola e il Nicaragua.”</p>
<p>Verso la metà degli anni ’80 una nuova generazione di neocon (Elliot Abrams e Carl Gershman) decise di non appoggiare nessun tipo di dittatura e l’amministrazione finanziò indirettamente la caduta dei regimi cileno e filippino. I risultati di questo coinvolgimento non tardarono ad arrivare. Reagan abbandonò la politica dell’equilibrio delle forze con l’Urss e passò ad un militarismo aggressivo, spalleggiato dai think tank neoconservatori. Ma a fine mandato i neoconservatori rimasero delusi dai rapporti che Reagan intrattenne con il presidente sovietico Mikhail Gorbaciov e lasciarono il governo. Nel 1989 con l’avvicendamento tra Reagan e George Bush Sr solo il segretario alla Difesa Dick Cheney  (il famoso vicepresidente di Bush figlio) confermò l’incarico a due necon: Paul Wolfowitz, sottosegretario per le Politiche, e I. Lewis “Scooter” Libby, suo vice.</p>
<p>Con il crollo dell’Unione Sovietica i neocon non si scoraggiarono, nonostante prematuramente Podhoretz nel 1990 li reputi uccisi da questa vittoria sul comunismo, per mancanza di questioni in politica estera su cui prendere posizione. Ma i falchi neocon erano già pronti ad andare avanti e proposero di sfruttare l’opportunità e rimodellare il mondo a immagine e somiglianza degli Usa. In questo intento si scontrarono con i cosiddetti “paleoconservatori” guidati da Pat Buchanan che aberravano una guerra contro l’Iraq. I neocon non vedevano di buon occhio la deferenza con cui Bush padre trattava gli organismi multilaterali. Alla guida del Dipartimento della Difesa, però, c’erano due esponenti dei neocon che spinsero affinchè si prevenisse il riemergere di un nuovo rivale, con una politica estera forte e giustificando così azioni preventive contro paesi che stavano sviluppando armi di distruzione di massa. I due, William Kristol, figlio di Irving (editore di uno dei principali giornali neocon, “The National Interest”, da lui fondato nel 1985, ex trozkista, forte sostenitore di un ruolo imperiale degli Usa durante la guerra in Vietnam) e Robert Kagan, si attirarono molteplici critiche e furono messi a tacere.</p>
<p>Verso la metà degli anni ’90 neocon, conservatori sociali ed esponenti della destra tradizionale cristiana crearono il Project for the New American Century (Pnac) “con l’intento dichiarato di promuovere e mobilitare sostegno alla leadership globale dell’America.” Il Pnac mise sotto pressione il presidente Bill Clinton, che però non condivideva il loro modo di vedere le cose e aveva altro a cui pensare sul fronte della politica interna e dei problemi causati dalla globalizzazione (cambiamento climatico, diffusione dell’Aids, ecc). Ma i fondatori del Pnac, William Kristol e Robert Kagan non si arresero e la loro occasione arrivò con le elezioni presidenziali del 2000 e l’avvento di Bush figlio. Ma fu soprattutto l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre del 2001 che diede ai neocon il pretesto per realizzare quello che avevano tanto auspicato nel decennio precedente. La messa in atto di un’ambizione mirata a fare dell’America l’unica superpotenza mondiale era, infatti, alle porte.</p>
<p><strong>1.1 Identità atlantica: il pensiero neocon.</strong> I neocon hanno quattro principi fondamentali. Innanzitutto sono moralisti convinti: hanno sempre criticato atti di aggressione compiuti da qualsiasi tipo di dittatore (Hussein, Milosevic, Stalin). In secondo luogo come i liberali sono internazionalisti e non solo per motivi morali. In terzo luogo credono nell’efficacia dell’uso della forza militare. E infine credono nell’esportazione della democrazia, una democratizzazione legata a doppio filo con la violazione dei diritti umani sin dall’epoca Reagan.</p>
<p>Thomas Donnelly in “Rebuilding America’s Defence” (uno dei testi che sarà poi alla base della cosiddetta Dottrina Bush ) scrive: “secondo qualunque metro politico, economico, militare, culturale, ideologico, di potere nazionale, gli Stati Uniti non hanno rivali, non solo oggi nel mondo ma, si potrebbe sostenere nella storia umana.”  Per questo l’America ha la responsabilità morale di mantenere la pace nel mondo ed espandere il dominio dei principali valori americani anche, se necessario, attraverso interventi militari mirati a promuovere i “cambiamenti di regime”, prima che gli “stati canaglia” minaccino l’America e i suoi alleati. Una convinzione questa che affonda le radici nel pensiero puritano che giustificò anche la colonizzazione del Nuovo Mondo.</p>
<p>Dal punto di vista della politica estera, perciò, “i neoconservatori s’inseriscono nella tradizione dell’internazionalismo conservatore tipico del pensiero di Theodore Roosevelt , di cui i neoconservatori riconoscono esplicitamente l’influenza ideologica.”  L’internazionalismo conservatore a sua volta s’inserisce in una tendenza internazionalista che proprio per portare a termine la missione redentrice, animata dal senso di superiorità degli Usa, predilige l’intervento nelle questioni internazionali per esportare la democrazia e la libertà. “Roosevelt immaginava un mondo in cui “le nazioni civilizzate” si sarebbero assunte l’onere di impedire “illeciti cronici” che allentassero “i legami della società civilizzata”.”  I neocon, però, vanno ancora oltre Roosevelt e sostengono la necessità degli interventi preventivi derivanti dalle minacce terroristiche internazionali che si concretizzano in quei regimi tirannici in cui trovano rifugio i terroristi. Questi regimi, fondati sull’oppressione e sulla violenza, potrebbero sentirsi minacciati dai valori positivi di cui gli Usa si fanno portatori e perciò tentare di nuocere a questi ultimi per dimostrare quanto siano vulnerabili. Per impedirlo gli Usa devo intervenire preventivamente promuovendo il “cambiamento di regime”.</p>
<p>Molti ritengono che questa teoria neocon derivi dal pensiero di Leo Strauss. Filosofo tedesco di origini ebraiche emigrato negli Usa alla vigilia dell’ascesa al potere di Hitler, Strauss sosteneva che: “la democrazia […] espansionista per natura, potrebbe dover affrontare la tirannia facendo ricorso all’uso della forza.”  La democrazia deve essere esportata, secondo Strauss, perché il mondo per le democrazie occidentali sia finalmente sicuro.</p>
<p>Il filo comune che ha influenzato la visione della politica estera resta comunque l’Olocausto e l’incapacità che le democrazie hanno dimostrato nei riguardi della crescente minaccia tedesca, ratificata da una dannosa politica di appeasement nei confronti di Hitler.  Ovviamente la stessa politica portata avanti nei confronti di Saddam Hussein infervorava molto i neocon. Essere percepiti all’estero come deboli per i neocon significava tornare alle scelte sbagliate compiute dai vertici europei contro il nazismo negli anni ’30. Per evitare il ripetersi della storia la necessità era quella di dotarsi di un apparato militare senza rivali.</p>
<p>Queste premesse secondo i neocon avrebbero aiutato gli Usa a sfruttare la situazione in Iraq per trasformare la supremazia nel mondo unipolare emersa dalla fine della Guerra Fredda in “un’era unipolare.”  Da questo punto di vista gli Stati Uniti non possono accettare i vincoli imposti dalle istituzioni internazionali (nei confronti dell’Onu i neocon nutrono una diffidenza storica che si potrebbe far risalire al 1967). L’uso della diplomazia e gli accordi bilaterali di cui spesso si avvalgono le nazioni europee fanno parte di una visione utopistica, postnazionale e di una pace perpetua kantiana che i neocon rigettano. Questo non impedirebbe, però, il ricorso in caso di necessità ad una “coalizione di volenterosi” con obiettivi  e azioni comuni decise dagli alleati che si forniscano assistenza a vicenda in casi estremi, come quello dell’Iraq.</p>
<p>Da questo momento in poi parte lo “scontro fra civiltà” che scatenato contro Bin Laden finisce per prendere di mira il cosiddetto “Asse del Male”, capeggiato da Hussein. Una guerra giustificata anche come mezzo per la difesa di Israele, considerato “l’avamposto della civiltà occidentale in Medio Oriente”  la cui difesa della sicurezza è considerato dai neocon un dovere morale degli Stati Uniti. Ecco allora che la rimozione del regime di Saddam Hussein si trasforma solo nel primo dei passi necessari. “L’Iraq di Saddam Hussein non è mai stato il più minaccioso di questi paesi che appoggiano il terrorismo. Quel dubbio onore spetta all’Iran –dice Micheal Ledeen all’indomani della caduta del regime iracheno- […] Sarà impossibile vincere la guerra al terrorismo fino a quando i regimi di Siria e Iran rimarranno al potere”.</p>
<p><strong>1.2 Dall’Afghanistan all’Iraq.</strong> La causa scatenante del successo delle idee neoconservatrici è l’11 settembre. Dopo questo drammatico avvenimento Bush, che fino ad allora aveva mantenuto un basso profilo su decisioni di politica estera, in un governo formato da pochissimi esponenti neocon (e nemmeno in posizioni rilevanti), cambia idea. Difficile nelle sua dichiarazione di guerra contro il terrore, non identificare delle matrici neocon, che identifica la nuova minaccia nel terrorismo islamico. Dopo l’11 settembre Bush elaborò la cosiddetta “Dottrina Bush” secondo la quale le nazioni che ospitano dei terroristi vanno considerate nemiche degli Usa. In un articolo del 15 ottobre del 2001, “The Case for American Empire”, sulla rivista conservatrice Weekly Standard, Max Boot sosteneva che “la risposta più realistica al terrorismo è per l&#8217;America abbracciare il suo ruolo imperiale.” Di questa visione si fanno portatori in primo luogo il Segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, e poi Condoleeza Rice, il Segretario di Stato subentrato a Colin Powel, e Dick Cheney, il Vicepresidente. La reazione subitanea fu l’invasione dell’Afghanistan, roccaforte dei talebani e simbolo della lotta al terrorismo. Ma mentre la questione Afghanistan fu un plebiscito, una decisione presa cavalcando l’onda dell’indignazione collettiva, i neocon che vedevano rinascere le loro aspirazioni iniziarono a spingere su altri fronti.</p>
<p>In una svolta significativa dentro il movimento neoconservatore, alcuni ex-sostenitori della realpolitik come il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, che aveva sostenuto Saddam Hussein durante l&#8217;amministrazione di Ronald Reagan in quanto contrappeso all&#8217;Iran post-rivoluzionario, iniziarono a bombardare l’opinione pubblica utilizzando una retorica ideologica che paragonava Hussein a Stalin ed Hitler. Il Presidente George W. Bush impersonificava nei suoi discorsi il “grande male” con Saddam Hussein che “per la sua ricerca di armi spaventose, per i suoi collegamenti con gruppi terroristici, minaccia la sicurezza delle nazioni libere, comprese quelle europee.”</p>
<p>A questo punto è più che legittimo aprire una piccola parentesi sulla predilezione neocon nei confronti del tema “armi”. Mario Del Pero analizza il periodo in cui il neoconservatorismo si trova a cozzare contro il realismo continentale di Kissinger. A proposito delle spese militari Kissinger premeva per una riduzione; “nondimeno Jackson [Henry, detto “Scoop” ndr] e i suoi alleati si dimostrarono refrattari ad accettare questa realtà e continuarono a spingere affinchè si seguisse la linea del keynesismo militare. In questo caso, alle convinzioni politiche, e al timore di una prossima superiorità sovietica, si aggiungevano le esigenze elettorali. Jackson rappresentava lo stato di Washington, dove aveva sede la Boeing, una delle principali beneficiarie delle commesse federali nel settore della Difesa, anche grazie all’incessante azione di lobbying dello stesso Jackson.”  Questa lobbying dei produttori di armi rimarrà una costante per tutta la storia dei neocon.</p>
<p>Negli scritti di Paul Wolfowitz, Norman Podhoretz, Elliott Abrams, Richard Perle , Jeane Kirkpatrick, Max Boot, William Kristol, Robert Kagan, William Bennett, Peter Rodman ed altri neoconservatori influenti nel forgiare le dottrine di politica estera dell&#8217;amministrazione Bush, ci sono frequenti riferimenti alla politica di appeasement condotta nei confronti di Hitler a Monaco nel 1938, alla quale sono paragonate le politiche di deterrenza e contenimento applicate durante la Guerra fredda nei confronti dell’Unione Sovietica e della Cina. Mentre gli esperti di politica estera incentivavano le ispezioni da parte delle Nazioni Unite i neocon facevano pressione per l’utilizzo della forza.</p>
<p>“Se gli Usa non si fanno avanti, non accadrà nulla; neppure le ispezioni sulle armi. In altre parole, l’America è costretta ancora una volta a svolgere il ruolo del poliziotto globale.” La teoria del globocop, il gendarme planetario, è formulata da Max Boot e pubblicata sul Financial Times (agli sgoccioli della guerra i neocon lanciano moniti quotidianamente dalle colonne dei giornali più influenti) in un articolo, che porta la data del 17 marzo 2003, dal titolo emblematico: “America’s destiny is to police the world?”. Boot continua: “Il mondo ha davvero bisogno di un poliziotto? Ovviamente sì, perché il mondo è come l’enorme New York, solo molto più grande, e con una delinquenza molto più vasta e selvaggia. […] Gli scettici risponderanno che l’America ha un passato isolazionista e nessuna voglia di giocare a Globocop. Il parlamentare Jimmy Duncan, repubblicano del Tennessee, ha protestato: ‘È una posizione tradizionale dei conservatori non volere che gli Stati Uniti siano i poliziotti del mondo’, ma le dicerie sull’isolazionismo statunitense sono notevolmente esagerate. Fin dagli albori della repubblica, i commercianti, i missionari e i soldati americani sono penetrati negli angoli più remoti della Terra. L’America ha anche una lunga storia di azione militare all’estero. Nel 1904, il presidente Theodore Roosevelt ha dichiarato: ‘Gli illeciti cronici, o l’impotenza che comporta un allentamento dei legami della società civilizzata, potrebbero infine richiedere l’intervento di una nazione civilizzata.’ […]</p>
<p>Sfortunatamente, il lavoro di un poliziotto non finisce mai. Anche quando ci saremo liberati del signor Hussein, altre tirannie, come la Corea del Nord e l’Iran, continueranno a minacciare la pace mondiale.” In realtà quella del poliziotto globale è una teoria che appare già nel 1991 in un documento confidenziale redatto da Wolfowitz (che spingeva per portare la Guerra del Golfo fino a Baghdad) e Libby, il Defense Planning Guidance, che gettava le basi di una grandiosa strategia militare. Nel documento si legge: “Sebbene gli Stati Uniti non possano diventare i ‘poliziotti’ del mondo, assumendosi la responsabilità di riparare a tutti i torti, ci assumeremo la responsabilità di occuparci in modo selettivo di quei torti che minacciano non solo i nostri interessi, ma quelli dei nostri alleati o amici.” Quando il Dpg venne fatto trapelare sui media si attirò una serie infinita di critiche e i due redattori (gli unici due neocon dell’amministrazione Bush senior) rischiarono di perdere il posto. Il militarismo esagerato di questo gruppo di pensatori ha sempre destato polemiche tra i pezzi grossi della difesa statunitense, che a più riprese hanno fatto notare che la maggior parte dei componenti del movimento non ha mai prestato servizio militare riuscendo a evitare la chiamata alle armi durante la guerra in Vietnam.</p>
<p>Spingendo sulla presunta presenza sul suolo iracheno di armi di distruzione di massa, sulle violazioni delle no-fly zones e dei diritti umani, sulla necessità dell’instaurazione della democrazia, Bush e i neocon riescono a fondare la famosa “Coalizione dei volenterosi”, una collezione di paesi alleati favorevole all’invasione dell’Iraq, che il 20 marzo 2003 irrompe nel paese. In tre settimane gli americani riescono a conquistare Baghdad, ma in realtà il processo di pacificazione si è dimostrato molto più difficile del previsto da raggiungere e nonostante in Iraq si siano svolte le elezioni la situazione ancora oggi non si è normalizzata. Come sappiamo, per la guerra in Afghanistan è andata peggio, dato che il conflitto si può dire non sia mai terminato. Entrambe le guerre hanno causato gravissime perdite economiche e umane agli Usa e non pochi guai ai necon. Profetica questa dichiarazione di Pat Buchanan del 2003: “Sono stati i neoconservatori che hanno venduto a questo paese l’idea che l’Iraq avesse un enorme arsenale di armi di distruzione di massa, che l’Iraq fosse coinvolto nell’11 settembre, che Saddam Hussein avesse legami con al-Qaeda, che la guerra sarebbe stata una ‘passeggiata’, che saremmo stati accolti come liberatori, che la guerra avrebbe provocato una rivoluzione democratica in Medio Oriente. Se la panna dovesse inacidirsi, i neoconservatori verranno accusati di averci ‘portato’ in guerra con le menzogne.”  Il visionario modo di vedere le cose neoconservatore è stato criticato duramente da più fronti. I neocon si sono eclissati per qualche anno, tanto che molti studiosi credevano il movimento defunto. L’eredità lasciata agli americani dalla guerra in Iraq si fa sentire ancora oggi, finchè il termine “neoconservatore” non ha assunto una connotazione negativa e spregiativa ed è stato usato per identificare la politica estera aggressiva di Bush.</p>
<p>La spaccatura all’interno del conservatorismo si è fatta profonda: da un lato i neoconservatori, tacciati di aver spinto George Bush al conflitto, dall’altro i paleoconservatori isolazionisti che da sempre si oppongono alle guerre intraprese dagli Usa. Finchè nel 2009 non si è affacciato alla soglia della politica americana un nuovo movimento, questa volta ultraconservatore, che si chiama Tea Party Movement  e propone una forte riduzione della spesa pubblica e delle tasse, impersonificato nella ex candidata alla vice presidenza nel 2008, Sarah Palin (aiutata a diventare un fenomeno politico proprio dal figlio di Irving Kristol, Bill). E allora le idee neocon che per la rivista Foreign Policy ormai “giacciono sepolte nelle sabbie irachene” hanno rifatto capolino. Il pensiero neocon potrebbe essersi trasferito in quello del Tea Party, ma in realtà per alcuni non è mai finito e continua a premere dalle pagine delle sue riviste e attraverso i suoi pensatoi sulle questioni della politica americana, soprattutto estera, cercando sempre nuove minacce alla superemazia americana, come ad esempio l’Iran di Ahmadinejad. Ma per alcuni studiosi i neocon hanno intenzione di spingersi ancora più in là e puntare alla conquista dell’Europa, lavorando sottobanco ad una strategia per spaccarla dall’interno. Lo stesso Robert Kagan nel 2003 nel libro “Paradiso e potere. America ed Europa nel nuovo ordine mondiale” paragona gli Usa a Roma, proiettati a dominare il mondo per i secoli a venire, e l’Europa alla Grecia sopraffatta dalle sue stesse divisioni interne. Nei confronti di quest’ultima i neocon mostrano un certo disprezzo, data l’incapacità, essendo un’entità politica a più teste, di riuscire negli intenti comuni di difesa dei diritti umani, lasciando che alla fine della fiera siano sempre gli Usa a sporcarsi le mani. Per gli apocalittici i neocon mirano a costruire un impero statunitense sul mondo, prendendosi la rivincita sulla Russia con la costruzione del fantomatico gasdotto “Nabucco” , che scavalchi il monopolista sul fronte energetico, e costruendo una “Grande Asia Centrale” dalle rovine delle guerre afgana e irachena, aggirando la pericolosa minaccia cinese.</p>
<p><strong>2. Principi e caratteristiche del pensiero neocon. </strong>“Il catalogo delle idee dei neocon è questo: unilateralismo interventista degli Stati Uniti (definito anche internazionalismo conservatore); ridimensionamento del ruolo delle Nazioni Unite; idea della missione redentrice degli Usa; assolutismo morale e idea della preminenza dei valori &#8216;americani&#8217; in un&#8217;ottica di scontro delle civiltà; stretto legame tra le sorti di Israele &#8211; considerato l&#8217;avamposto della civiltà occidentale in Medio Oriente &#8211; e la politica estera statunitense; in relazione all&#8217;istituzione della Corte Penale Internazionale, nozione della indiscutibilità della sovranità statunitense in tutte le sue espressioni; disprezzo nei confronti dell&#8217;Europa (in sostanza, il loro discorso è: gli europei parlano di difesa dei diritti, ma quando si tratta di intervenire e di sporcarsi le mani, si muovono solo gli Usa); politica &#8216;ostile&#8217; nei confronti di Paesi antagonisti (la Cina in primis).”</p>
<p>Ma oltre alle questioni di politica estera, alla visione manichea del mondo e allo sciovinismo, i neocon premono anche molto sulle questioni “domestiche”. Innanzitutto non simpatizzano per il “big government” e sono ostili verso l’influenza della religione nella politica e nel governo. Sono consapevoli del potere che un governo forte ha sulle masse, ma una cosa pubblica troppo invadente è da loro sempre deprecata (fece propria questa teoria soprattutto Ronald Reagan durante il suo mandato; nel discorso di insediamento del 1985 disse di aver iniziato nel primo mandato a “ridurre le dimensioni del governo e la sua ingerenza nella vita delle persone” e di voler continuare sulla stessa linea). Mentre tutto il mondo li ha ribattezzati neocon loro amano definirsi liberal . I primi neocon, infatti, erano fondamentalmente liberal, strenui ammiratori di Franklin Delano Roosevelt.</p>
<p>In contrasto con i conservatori tradizionali i neoconservatori sono a favore del globalismo, alla minimizzazione delle istanze religiose e delle differenze, ed è improbabile che si oppongano attivamente all’aborto e all’omosessualità. Sono in disaccordo con i conservatori su questioni come le richieste degli insegnanti, la separazione dei poteri, l’unità culturale e l’immigrazione perché sostengono la necessità di una minore invadenza dello stato nella cosa pubblica, una migliore qualità dell’istruzione e difendono il diritto alla vita.</p>
<p>Irving Kristol dice: “In precedenza, democrazia significava una forma di regime politico intrinsecamente turbolento, con “ricchi” e “poveri” impegnati in una lotta di classe senza fine e profondamente distruttiva. […] Presupposto base del neoconservatorismo è che, come conseguenza della diffusione della ricchezza tra tutte le classi sociali, una popolazione di proprietari e contribuenti diverrà, col tempo, sempre meno vulnerabile di fronte alle illusioni egualitaristiche e ai richiami demagogici, e sempre più interessata alle questioni economiche fondamentali.”  Sempre Kristol spiega come i neoconservatori trovino “una guida intellettuale nella saggezza democratica di Tocqueville.” “Ma” –continua il padrino del movimento neocon – “nell’Amerca di oggi i neoconservatori si sentono a proprio agio solo fino a un certo punto. Il continuo declino della nostra cultura democratica, che affonda a livelli di volgarità sempre peggiori, unisce i neoconservatori con i conservatori tradizionali, ma non con quei conservatori livertari che sono conservatori in campo economico ma in nessun modo interessati alla cultura. Il risultato è un’alleanza alquanto inaspettata tra i neoconservatori, tra i quali figurano un buon numero di intellettuali laici, e i tradizionalisti religiosi. Sono schierati insieme su questioni che riuardano la qualità dell’istruzione, i rapporti tra Chiesa e Stato, la regolamentazione della pornografia e così via, tutte cose considerate pienamente degne dell’attenzione del governo. Poiché ora il partito repubblicano ha una base elettorale sostanziale tra le persone religiose, tutto ciò dà ai neoconservatori una certa influenza e persino un certo potere. E siccome in Europa il conservatorismo religioso si trova in una posizione di estrema debolezza, anche i neoconservatori sono troppo deboli.” I neocon, inoltre, favoriscono uno stato forte e attivo negli affari mondiali.</p>
<p>I neoconservatori tendono a minimizzare o a sopravvalutare il significato delle credenze religiose nei conflitti e nella politica, così come nel sostenere l’installazione della democrazia nei paesi musulmani, con poco riguardo per le credenze e le pratiche islamiche. Sulla questione religiosa furono in partenza influenzati dalla dichiarazione di Strauss che diceva: “Una società secolarizzata è la peggiore cosa possibile perché porta a individualismo, relativismo e liberalismo, proprio quei tratti che possono favorire il dissenso che a sua volta potrebbe indebolire pericolosamente la capacità della società di far fronte alle minacce esterne.”  I neoconservatori appoggiano una fede idealistica nel progresso sociale e nell’universalità dei diritti umani, unita all’anti-comunismo. Sostengono che vi è un desiderio universale di vivere in una società tecnologicamente avanzata e prospera e che la democrazia liberale è uno dei sottoprodotti dell’ammodernamento. Le posizioni dei neoconservatori sulle questioni sociali sono mescolate con alcune partecipazioni finanziarie con le posizioni dei libertarian  su problemi sociali, ed è improbabile che si accordino con i conservatori religiosi su questioni come l’aborto, la preghiera a scuola e il matrimonio omosessuale. Altri neoconservatori più straussiani tendono ad andare più d’accordo con i conservatori religiosi e culturali sulle questioni sociali. I neoconservatori si differenziano dai Libertarian in quanto i neoconservatori tendono a supportare la politica del “big government” per raggiungere i propri obiettivi.</p>
<p>Rispetto ai conservatori i neoconservatori tendono a prestare maggiore attenzione in materia di cultura e tutto ciò che concerne i mass media, la musica, l’arte, la letteratura, il teatro, il cinema e più recentemente la tv e Internet, perché credono che una società si definisce ed esprime i suoi valori attraverso questi mezzi. Per i neocon la società contemporanea è afflitta da una deriva amorale, testimoniata dalla diffusione di film, videogiochi e programmi tv sessualmente espliciti, musica pop che è piena di oscenità (anche per questo hanno sempre premuto per una maggiore regolamentazione in termini di pornografia). La consuetudine che uomini e donne non sposati vivano insieme e abbiano dei figli per i neocon è una espressione di questa pericolosa deriva. Questi comportamenti sono indicatori della profonda crisi culturale che affligge la civiltà occidentale. L’Illuminismo così come la controcultura diffusasi negli anni ‘60 hanno messo in discussione la religione e i valori dipingendoli come antiquati, irrilevanti e reazionari. L’uomo moderno non ha un senso per cui vivere e perciò si rifugia nell’uso smodato di farmaci, alcool e violenza. La religione è l’unico collante sociale, anche se non mancano casi di fanatismo ed estremismo. Per questo i neoconservatori credono nel principio della separazione tra Chiesa e Stato, come sancito nel primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti. Un principio che però il liberalismo moderno ha perseguito all’estremo, bandendo la religione dalla vita pubblica. Ovviamente tramite l’appoggio alle istanze dei tradizionalisti religiosi il neoconservatorismo acquisisce moltissimo potere e una certa influenza.</p>
<p>I neoconservatori ritengono inoltre che l’ideale liberale moderno di diversità culturale, o multiculturalismo &#8211; il principio non solo di tollerare ma anche di rispettare le diverse religioni e culture e incoraggiarle a coesistere armoniosamente – tende a minare la cultura di qualsiasi paese cerchi di metterla in pratica. Dal punto di vista culturale, infatti, sono abbastanza conservatori e oltre a deprecare l’eccessivo relativismo morale della società contemporanea sostengono che la guerra culturale abbia dimensioni globali e minacci l’intera civiltà giudaico-cristiana. Le basi per questa convinzione furono gettate quando i neoconservatori iniziarono a stringere legami con la destra cristiana e i “conservatori sociali” molti dei quali erano identificati con la cosiddetta “New Right” preoccupata per la caduta dei valori culturali per mano dell’elite liberale. Il conservatorismo sociale tra l’altro porta avanti lotte strenue contro l’aborto, l’eutanasia e il matrimonio gay, proponendo invece politiche generose nei confronti della famiglia, considerata la cellula fondamentale della società. Questa corrente politica sostiene una riaffermazione dei valori cristiani come fondamento dell’Occidente in uno scenario che vede l’espansione dell’Islam. L’eventuale declino dei valori cristiani viene vissuto come una potenziale minaccia in quanto porterebbe alla scomparsa del modello culturale occidentale basato sulla democrazia e sulla libertà.  In questa prospettiva si possono trovare delle analogie con il pensiero di Leo Strauss in tema di scrittura reticente, una teoria di filosofia politica che si oppone al positivismo e rilancia la tesi della superiorità degli antichi sui moderni. Infatti per Strauss cultura e moralità sono un prodotto dei filosofi e che solo il filosofo legislatore è colui il quale si può occupare di giustizia.</p>
<p>I neocon in politica economica propongono un taglio netto delle aliquote fiscali per stimolare sviluppo e crescita, di cui Irving Kristol ha gettato le basi: “Una ‘nuova’ economia sta sorgendo. Basata sulla critica delle teorie keynesiane avanzate dalla scuola monetarista, successivamente rielaborata (in modo piuttosto eterodosso) nelle opere di economisti come Robert Mundell ed Arthur Laffer, e vigorosamente pubblicizzata da Jude Wanniski del The Wall Street Journal e dal Rappresentante al Congresso Jack Kemp, si trova ancora in stato embrionale e il mondo non ne ha ancora propriamente realizzato l’esistenza. […] Si utilizzano gli apici per il termine ‘nuova’ poiché in verità gran parte della ‘nuova’ economia è piuttosto vecchia – vecchia quanto Adam Smith, si può dire. Si concentra sulla crescita economica, piuttosto che sul concetto di equilibrio e disequilibrio, e vede la crescita seguire una libera risposta del libero mercato agli incentivi economici (ad esempio gli investimenti, il lavoro duro, eccetera) […] al momento e nelle presenti circostanze, gran parte dell’enfasi è posta dalla ‘nuova’ economia sulla necessità di un taglio sostanziale ed orizzontale alle tasse, poiché è l’alto livello di tassazione che impedisce l’aumento degli incentivi.”</p>
<p>I neocon aborriscono la concentrazione dei servizi erogati dallo stato tipica del welfare state. Come diceva Irving Kristol nel 1976: “I nostri esperti di urbanistica, i pianificatori e gli scienziati sociali in generale […] sono persone convinte del fatto che, se impiegati a tempo pieno ed adeguatamente finanziati, potranno con successo mettere a frutto quell’arte che renderà tutti più sani, più ricchi e più felici. Il Congresso ha prestato loro ascolto, ed ha formulato la legislazione seguendo i loro progetti; ora ci è stato presentato il conto. Sono queste attività – nell’ambito dell’istruzione, del risanamento urbano, dell’igiene mentale, del welfare – a costituire le escrescenze dello Stato sociale propriamente concepito. Sono questi i programmi che, oltre ad essere inefficaci e richiedere una burocrazia sterminata ed incomprensibile, disonorano lo Stato sociale.”</p>
<p>I neocon ritengono che i mercati sono un efficiente luogo in cui allocare beni e servizi. Non sono sostenitori strenui del capitalismo del libero mercato. Come ha osservato Kristol il capitalismo merita due urrà, non tre, perché il suo carattere innovativo produce sconvolgimenti sociali quasi costanti. Il capitalismo, infatti, presuppone contraddizioni culturali perché incita a risparmiare e a investire al tempo stesso e attraverso tecniche pubblicitarie e di marketing incoraggia a spendere e a non prestare attenzione al futuro. Il capitalismo non regolamentato, crea grande ricchezza accanto a condizioni di estrema povertà, premia alcuni e lascia indietro altri. Per questo può creare le condizioni che causano il conflitto di classe, disordini e instabilità politiche. Per ridurre queste disparità i neocon sostengono l’imposta sul reddito, l’imposta di successione, il moderno stato sociale e altri strumenti mediante i quali si potrebbe coprire con una rete di sicurezza sociale i membri meno fortunati della società. Al tempo stesso i neocon sostengono che i programmi di assistenza sociale possono e spesso creano dipendenza e compromettono l’iniziativa individuale. Tali programmi dunque dovrebbero mirare a fornire solo assistenza temporanea o di breve durata. L’obiettivo dei programmi sociali e della politica fiscale non dovrebbe essere livellare le differenze tra gli individui e le classi. I neocon sostengono di favorire l’equità di opportunità, non la parità di risultati. Per questo ritengono che il welfare state debba essere ridimensionato, perché con il tempo è divenuto troppo grande e troppo generoso. Per questo a metà degli anni ’90, proposero il programma “workfare” che prevedeva di spostare le persone che beneficiavano delle misure del welfare in una lista di forza lavoro da cui attingere. La regolamentazione del welfare attraverso forme di associazionismo più o meno esistenti non è che una delle proposte di politica economica che i neoconservatori hanno portato avanti. Con la politica economica reaganiana, infatti, condividono alcuni principi fondamentali: innanzitutto la teoria della supply side economy, che enfatizza il ruolo dell’offerta nello stimolare la crescita economica; quindi ovviamente spingono per l’incremento delle spese militari e, inoltre, di concerto hanno sempre preso posizione a favore della costruzione dello scudo spaziale, dati gli interessi economici e geostrategici che esso mette in campo.</p>
<p><strong>3. I think tank e la pressione sull’opinione pubblica.</strong> “Negli anni Ottanta, i neocon entrarono nel mondo delle fondazioni di destra e, grazie ai finanziamenti che portavano con loro, si impossessarono dell’establishment intellettuale del Great Old Party, costruendo contemporaneamente, a loro esclusivo vantaggio, un’elaborata infrastruttura istituzionale meglio finanziata – e più militante e monocromatica – di qualunque istituzione analoga sia schierata a sinistra. Questa struttura ha come epicentro l’American Enterprise Institute, ma si irraggia lontano fino a raggiungere istituzioni quali l’Hudson Institute (rifugio di due neocon rimasti ammaccati sotto l’amministrazione Bush, Douglas Feith e I. Lewis “Scooter” Libby) e la Fondazione per la difesa delle democrazie, diretta dal neocon Clifford May. Persino il Council on Foreign Relations, istituzione vecchio stile dell’establishment che incarna proprio quei valori – diplomazia, moderazione, rispettabilità – tanto aborriti dai neocon, offre rifugio a due di loro: lo storico militare Max Boot ed Elliott Abrams, il funzionario di Stato ai tempi delle amministrazioni Reagan e Bush che venne giudicato colpevole di aver mentito al Congresso in merito allo scandalo Iran-contras (Bill Kristol, all’epoca capo dello staff del vicepresidente Dan Quayle, aiutò Abrams ad avere il perdono presidenziale).”</p>
<p>Il discorso sui think tank  neocon è complesso e articolato, in quanto sono davvero molti i gruppi di interesse nati sulle solide fondamenta del pensiero neoconservatore.  Come si era intuito l’AEI (American Enterprise Institute) può essere considerato uno dei bastioni della destra neoconservatrice. Fondato nel 1943, ha sede a Washington e ha esercitato una notevole influenza nei circoli politici statunitensi. I maggiori esponenti neocon sono resident fellows all’Aei: Thomas Donnelly, Jeane Kirkpatrick, Irving Kristol, Joshua Muravchick e Richard Perle. Durante la guerra fredda questo think tank ha criticato aspramente la politica di distensione sostenuta dai realisti nei confronti dell’Urss. Anche Bush ha ammesso candidamente nel 2003 di fare ricorso ai cervelli dell’Aei per portare a termine le sue strategie.</p>
<p>Punta di diamante del movimento neocon è il Project for the New American Century. Gruppo di pressione fondato nel 1997 da un manipolo di influenti personaggi della destra americana (neocon, rappresentanti dell’industria militare, esponenti della destra tradizionale e cristiana) punta a “mobilitare sostegno a favore di una leadership globale degli Stati Uniti”. Molti dei firmatari della dichiarazione dei principi del Pnac hanno ricoperto cariche di alto livello nell’amministrazione Bush. Presieduta da William Kristol, editore del Weekly Standard, conta tra i suoi membri e sostenitori tutti i più importanti rappresentanti del movimento neocon. Non produce spesso pubblicazioni proprie, quindi non si può considerare un vero e proprio think tank, ma tutti i suoi affiliati appartengono a pensatoi di destra. Il Pnac è ospitato nelle sedi dell’Aei e auspica ad un “ritorno a una politica reaganiana di potere militare e lucidità morale.”</p>
<p>L’Hudson Institute, come già detto, è un altro influente think tank neoconservatore. Tra i suoi membri anche Norman Podhoretz, uno dei padri del movimento neoconservatore e Meyrav Wurmser (direttrice del Centro per le politiche mediorientali). Tra i suoi associati Francis Fukuyama . Vanta diversi programmi di ricerca su politiche economiche, di sicurezza e di welfare. Organizza seminari e conferenze sulla politica estera statunitense. Risale al 1973 il Jinsa (Jewish Institute for National Security Affairs) rivolto a rafforzare i legami tra comunità politica e militare statunitense e quella israeliana. Mantiene stretti rapporti con i neocon di cui sposa tutte le tesi sulla politica estera e militare. Nel suo Advisory Board siedono Jeane Kirkpatrick, James Woolsey, Richard Perle. Promuove viaggi di studio in Israele e scambi tra funzionari del Pentagono e dirigenza politica israeliana. Cura diverse pubblicazioni tra cui l’Observer, trimestrale dedicato ai rapporti Israele-Turchia, e il Journal of International Security Affair, semestrale di affari internazionali che riflette la visione geostrategica neocon.</p>
<p>Dichiaratamente finalizzato alla promozione degli interessi americani in Medio Oriente il Middle East Forum (Mef) fu fondato nel 1990 da Daniel Pipes, che ne è anche il direttore. Pubblica Middle East Quarterly, Middle East Intelligence Bulletin, oltre che mettere a disposizione una lista di esperti da contattare per programmi tv e radio, seminari e conferenze sulle tematiche mediorientali. Inoltre offre l’esclusivo servizio del Campus Watch, un sistema di monitoraggio di scritti e lezioni fatti nei campus americani sulle tematiche mediorientali.  Americans for Victory over Terrorism (Avot) è un progetto lanciato nel 2002 da William Bennet, ex segretario dell’Istruzione nell’amministrazione Reagan. Finalizzato a “lanciare una campagna per difendere la guerra al terrorismo dell’America […] Avot porterà la sua campagna laddove ce n’è più bisogno, nei campus, nei seminari, sulle pagine editoriali e in altri canali tematici.” Avot in ebraico significa “saggezza dei padri” e si fa promotore di una visione della guerra al terrorismo basata sulla superiorità morale degli Usa. Tiene conferenze presso i più prestigiosi campus statunitensi, accolti non sempre favorevolmente soprattutto tra gli studenti contrari alla guerra. Tra i consiglieri anche James Woolsey, ex direttore della Cia (ai tempi di Bill Clinton, 1993-95) uomo molto vicino a Richard Perle e coinvolto in affari con la British Aerospace e la Titan Corporation.</p>
<p>Il Center for Security Policy (Csp) racchiude in un motto la sua missione: “Pace through Strength”. Fondato nel 1998, con sede a Washington, è specializzato nell’analisi di affari militari e della politica della difesa. Si rivolge alla comunità politica, alla stampa e all’opinione pubblica in genere. Il Csp è presieduto da Woosley ed è in stretto contatto con il Pentagono e con i principali appaltatori militari. Sempre Woosley tra i fondatori della Cdi (Coalition for Democracy in Iran), assieme a Micheal Ledeen nel 2001. Obiettivo dichiarato: mobilitare l’opinione pubblica e la comunità politica a sostegno di un intervento militare in Iran volto a promuovere un cambiamento di regime. Con sede a Washington, vanta forti legami con Reza Pahlavi, il figlio dell’ultimo shah iraniano. Ovviamente appoggia l’inclusione dell’Iran nel cosiddetto “Asse del Male” (assieme a Iraq e Corea del Nord) ed ha esercitato notevoli pressioni sul Congresso per l’approvazione dell’Iran Democracy Act, che avrebbe dovuto concedere aiuti finanziari ai gruppi dell’opposizione iraniana che volevano rovesciare il regime. È stato fondato nell’autunno del 2002, invece, il Committee for the Liberation of Iraq per “promuovere programmi e politiche per liberare il popolo iracheno dalla tirannia di Saddam Hussein.” Dopo l’invasione dell’Iraq ha cessato le sue operazioni che consistevano in articoli e pubblicazione dei propri membri (il gotha del neoconservatorismo: Robert Kagan, Jeane Kirkpatrick, Richard Perle, ecc) per premere sull’opinione pubblica sulla legittima invasione dell’Iraq.</p>
<p>Risale al 1976, invece, la fondazione dell’Ethics and Public Policy Center (Eppc), anello di congiunzione dei rapporti tra la destra cristiana e i neocon. Presieduta negli anni ’90 da Elliott Abrams, prima che questi assumesse la carica di direttore del National Security Council per il Medio Oriente, sostiene diversi progetti incentrati su politica estera, biotecnologie, Islam e rapporti tra media e religione. All’indomani degli attacchi dell’11 settembre è stata creata la Fdd (Foundation for the Defense of Democracies) con la finalità di combattere il terrrorismo e promuovere la libertà attraverso la ricerca, l’educazione e la comunicazione. La Fdd offre borse di studio per seguire corsi sul terrorismo, gestisce seminari e propone letture consigliate dalle pagine del suo sito. Quando serve fa sentire dalle pagine di autorevoli quotidiani la sua voce (ad esempio sulla questione israeliana).</p>
<p>Bisogna tornare al 1977 per ritrovare le origini dell’Us Committee for a Free Lebanon (Uscfl) che si profonde in campagne per la promozione di un ruolo forte degli Stati Uniti in Medio Oriente, soprattutto nei confronti di Iran e Siria. Lavora in stretta collaborazione con il Mef e tra i suoi membri spiccano tutti i nomi più importanti dell’entourage neoconservatore. Di più recente creazione, invece, l’Us India Institute for Strategic Policy (Usinisp) che si propone di rafforzare i rapporti di collaborazione strategica fra Stati Uniti e India, con l’obiettivo di contenere la minaccia dell’espansione cinese (uno degli obiettivi strategici della politica esterna neocon). L’Usinisp paventa la minaccia che un asse Cina-Pakistan-Corea del Nord circondi l’India e indebolisca gli obiettivi strategici della regione. Ritiene, inoltre, l’India un alleato naturale nella lotta al terrorismo.</p>
<p>Ma chi sono i finanziatori di questo complesso movimento? Tre le fondazioni principali: Bradley Foundation, Henry Jackson Society (che ha ramificazioni anche in Europa) e Foundation for Defence of Democracies (che annovera tra i membri tutti i principali neocon compreso Bill Kristol). Le due principali pubblicazioni neocon, oltre a quelle veicolate dalla composita rete di organizzazioni di cui si fregiano, sono Commentary e The Weekly Standard. Commentary è un mensile, il cui attuale editore è John Podohretz (che scrive anche sul New York Times), preceduto dal padre Norman uno dei fondatori del movimento. Il magazine fu fondato nel 1945 dall’American Jewish Committee come successore di Contemporary Jewish Record dopo la morte del suo editore. La missione dichiarata era quella di fare da cassa di risonanza al pensiero degli ebrei liberali e farlo conoscere al maggior numero di persone possibile. Attraverso le sue pagine, quindi, si possono leggere tutte le tappe della storia neocon dallo spostamento a destra all’anti-comunismo sfrenato fino alle pressioni per intraprendere una guerra in Iraq. Di Commentary è stato scritto che “nessun altro giornale del mezzo secolo passato è stato così consistentemente influente, o centrale, nei più importanti dibattiti che hanno trasformato la vita politica e intellettuale degli Stati Uniti.” The Weekly Standard esce due volte al mese. Il suo editore è William Kristol. Fondato nel 1995 ha la sua sede a Washington e di qui raccoglie tutti gli scritti dei più grandi pensatori neocon per pubblicarli e renderli noti. Inoltre, raggiunge il suo pubblico anche dalle pagine del blog Daily Standard di John McCormack.</p>
<p><strong>4. Effetti della politica neocon negli ultimi 30 anni.</strong> Se dovessimo tracciare una linea e tirare le somme sul neoconservatorismo attuale non potremmo non tener conto dei cambiamenti che esso ha subito. Dalla visione di Strauss, infatti, il pensiero neocon si è molto evoluto mantenendo al contempo dei capisaldi. “Il neoconservatorismo ha saputo creare un’ampia zona di consenso, trasversale ai due schieramenti, che ha recuperato l’uomo e la famiglia, il capitalismo moderato e la fede nella bandiera.” Un pensiero che però rischia di rimanere al palo se non si adegua.</p>
<p>“Al contrario del conservatorismo tradizionalista e della destra statunitense, che negli ultimi decenni si sono già concentrati sulla rielaborazione filosofica delle proprie dottrine, è infatti possibile riscontrare una certa stanchezza intellettuale nelle proposte originali &#8211; con la notevole eccezione della politica estera, beninteso &#8211; che guidano il ricambio generazionale della prospettiva neoconservatrice; ricambio generazionale che tra l’altro si prospetta inevitabile, vista l’età non proprio acerba dei grandi appartenenti alla prima generazione di neoconservatorismo &#8211; Irving Kristol [che nel frattempo è morto, ndr], Michael Novak e Norman Podhoretz. Questa persuasione dovrà guardarsi allo specchio, come già coraggiosamente fece negli anni Settanta e Novanta, per mantenere il proprio peso ed autorevolezza all’interno della vita politica statunitense.”</p>
<p>Un neoconservatore di terza generazione (pentitosi e poi tornato all’ovile) è il politologo Francis Fukuyama che ha innescato un processo di ripensamento del movimento.<br />
“Fukuyama constata la difficoltà nel trovare soluzioni rapide all’impasse a cui il neoconservatorismo talvolta ha portato in politica estera, come la situazione in Iraq ed ancor più in Afghanistan; l’autore richiama per questo motivo i neoconservatori ai principi chiave della Presidenza Reagan negli anni Ottanta, le cui basi restano ancora attuali. Tra queste, Fukuyama ricorda la preoccupazione per la democrazia e i diritti umani; la convinzione che l’America debba usare il proprio potere per scopi morali; lo scetticismo verso le istituzioni e legislazioni internazionali per risolvere le gravi questioni di sicurezza che affliggono il mondo oggi; ed infine la certezza che la pianificazione sociale su larga scala non consegua gli scopi che si prefigge, ed in più porti a conseguenze inaspettate e ostili, minando dunque i propri obiettivi dichiarati. Per risolvere lo iato creato dallo stesso neoconservatorismo, in bilico tra la condanna della pianificazione sociale e la tentazione di costruire un nuovo ordine mondiale, Fukuyama chiede cautela in politica estera.”</p>
<p>Lo studioso propone un nuovo progetto neocon che prevede: “un sistema multilateralista multiplo, pur sempre con al centro l’America, che sia in grado di indirizzare il mondo verso equilibri più benevoli; che riveda il modello delle Nazioni Unite affinché sia in grado di agire attraverso meccanismi orizzontali di accountability, senza per questo sostituire la sovranità nazionale con un governo globale; e che promuova lo sviluppo politico ed economico di ogni nazione, se possibile senza ricorrere alla preventive war.”</p>
<p>L’aumento della spesa militare previsto da Obama ha fatto ben sperare i neocon nei primissimi mesi del suo mandato, ma la politica della diplomazia messa in campo nei confronti delle minacce asiatiche ha demolito ben presto le false speranze della Nuova Destra. Il candidato repubblicano nel 2008, John McCain, invece, aveva sposato volentieri la causa dei neoconservatori (che forti delle loro lobby premevano su vari fronti). Obama e McCain condividevano in campagna elettorale alcuni punti di vista del movimento neocon:  “Un Presidente [Obama, ndr] che, proprio come John McCain, si è dichiarato intenzionato a chiudere Guantanamo ed ad abolire le torture in America; che personalmente è contrario all’aborto, ma non vuole privare le donne della possibilità di scegliere; che nutre una profonda fede, pur non reputando che il religiously informed argument debba inderogabilmente far parte delle decisioni politiche dell’America; che mette la sicurezza degli Stati Uniti al primo posto, auspicando un maggiore coinvolgimento del proprio paese in Afghanistan e caldeggiando la linea dura contro il terrorismo; che vuole fortemente una soluzione alla questione palestinese, pur sostenendo imprescindibilmente il diritto alla sopravvivenza ed alla sicurezza di Israele; che è disposto a dialogare con l’opposizione per una nuova e più giusta concezione di welfare; e che intende promuovere i diritti umani nel mondo. Queste sono posizioni che il neoconservatorismo, prima di Barack Obama, ha sostenuto e contribuito a radicare saldamente all’interno della tradizione politica statunitense.”  Sembra che anche nella nuova amministrazione, benché democratica, si continuino a covare idee neocon. Si chiama Frederick Kagan, il figlio minore di Donald e fratello di Robert, che tramite l’AEI è riuscito a fare pressioni per il surge, ossia un aumento delle truppe impiegate in Iraq a inizio 2010.</p>
<p>Se guardiamo indietro non possiamo non constatare come l’arte della persuasione neocon messa in campo ad ogni svolta storica importante abbia finito per influenzare la politica americana degli ultimi trenta anni su moltissimi fronti, incidendo sul modo di far politica americano e sulla nazione stessa. Come una formica industriosa il neoconservatorismo ha lavorato alle fondamenta di una costruzione che si dimostra solida, perché attinge ad un bacino bipartisan, e che affronta cedimenti strutturali più o meno evidenti edificando ogni volta nuovi pilastri che rendono l’edificio sempre più ampio e ben piantato al suolo. Buchanan ha paragonato il movimento neoconservatore ad una marea che è calata quando l’opinione pubblica ha appreso i veri motivi per cui è stata intrapresa la guerra in Iraq. Ma allo stesso tempo, proprio come una marea, questo movimento ha la capacità di riemergere, spesso a distanza di anni. Per affrontare ogni volta nuove sfide i neocon si fanno trovare pronti. Per dirla con le parole di Irving Kristol (quando aveva ormai accettato la scomoda etichetta di neocon a differenza di altri esponenti di spicco come Wolfowitz e Richard Perle che l’hanno sempre respinta):  “Neoconservatorismo è quello che lo storico di tarda epoca jacksoniana, Marvin Meyers, ha chiamato &#8220;persuasione&#8221;, che si manifesta nel tempo, ma in modo irregolare, qualcosa il cui significato potremo chiaramente intravedere solo a posteriori.”</p>
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
<p>1. Il trotskismo è l’ideologia politica che fa riferimento al pensiero di Lev Trotsky, candidato alla successione di Lenin, il cui concetto principale era quello della rivoluzione permanente, cioè la propagazione della rivoluzione socialista in tutto il mondo.<br />
2. Un movimento politico che strettosi attorno all’idea del New Deal di Roosevelt, ha sempre supportato i candidati democratici alle presidenziali dal 1932 al 1968.<br />
3. Cit. in Lobe, J. e Olivieri, A. (a cura di) [2003], I nuovi rivoluzionari. Il pensiero dei neoconservatori americani, Milano, Feltrinelli, pag. 10.<br />
4. Di J. Muravchic, “The Past, Present and Future of Neoconservatism”, ottobre 2007, Commentary.<br />
5. Lobe e Olivieri, op. cit., pag. 12.<br />
6. Una piccola nota biografica cit. in disinformazione.it tratto dal libro di Lough,  T. [2004], Censura. Le notizie più censurate del 2003:  “Segretario della difesa sotto George W. Bush, Rumsfeld è socio fondatore del PNAC. È tra gli uomini con le più forti conoscenze politiche in America, e pianificatore dell&#8217;invasione dell&#8217;Iraq. Ogni dettaglio sulla ricostruzione del dopoguerra deve essere discusso con Rumsfeld. Come inviato speciale di Ronald Reagan in Iraq negli anni &#8216;80, durante la guerra tra Iran e Iraq, ha incontrato Saddam Hussein per discutere della costruzione di un oleodotto per conto della Bechtel, mentre l&#8217;Iraq e l&#8217;Iran usavano gas asfissianti l&#8217;uno contro l&#8217;altro. Rumsfeld lavorava allora per il segretario di stato di Reagan, George Shultz, che divenne vice presidente della Bechtel, attualmente uno dei principali concorrenti che vogliono assicurarsi gli appalti del governo Usa per la ricostruzione dell&#8217;Iraq.”<br />
7. Lobe e Olivieri, op. cit., pag. 15.<br />
8. Sempre secondo disinformazione.it. “Dick Cheney: segretario della difesa sotto George H.W. Bush, fino all&#8217;inizio del 1993. Attualmente Vice Presidente, Cheney è un membro fondatore del PNAC ed è stato membro del consiglio direttivo del JINSA; ha sostenuto l&#8217;attuazione del cambio di regime in Iraq per oltre un decennio. È stato presidente e amministratore delegato della compagnia petrolifera Halliburton. L&#8217;affiliata dell&#8217;Halliburton, la Kellogg Brown &amp; Root (KBR), si e&#8217; assicurata contratti per il valore di 7 miliardi di dollari dall&#8217;U.S. Army Corp of Engineers per il recupero dei pozzi petroliferi iracheni in fiamme. È un membro del consiglio di amministrazione dell&#8217;American Enterprise Institute e ha contatti con la Chevron, per la quale ha condotto le trattative per la costruzione di un oleodotto nel Mar Caspio.”<br />
9. Dottrina Bush è il nome dato a un insieme di linee guida di politica estera rivelate dal presidente George Bush durante un suo discorso all&#8217;accademia militare di West Point il 29 gennaio 2002. In questa occasione parlò per la prima volta di “Asse del Male” costituito da Iran, Iraq e Corea del Nord (tutti in buoni rapporti con la Cina). Prese nel loro insieme queste linee guida segnano l&#8217;avvio di una nuova fase nella politica americana, con grande rilevanza data alla guerra preventiva, alla superiorità militare, all&#8217;azione unilaterale, e all&#8217;impegno nell&#8217;&#8221;estendere democrazia, libertà e sicurezza in tutte le regioni&#8221; del mondo. Questa politica è stata ufficializzata nei documenti della Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti del settembre 2002 ed ha fornito il contesto politico per la guerra in Iraq. La guerra preventiva è un concetto non compatibile con le costituzioni europee che ammettono la guerra di sola difesa. Questa dottrina sorprendentemente ricalca le principali conclusioni del report Rebuilding America’s Defenses: Strategy, Forces and Resources for a New Century pubblicato dal Pnac (think tank neocon) nel 2000.<br />
10. T. Donnelly, “La riforma della difesa per il momento unipolare”, in Lobe e Olivieri, op. cit.<br />
11. All’interno della corrente interventista, però, non si può dimenticare che nella storia americana si è distinta la teoria dell’internazionalismo liberale dei presidenti Woodrow Wilson e Franklin D. Roosevelt, difensori convinti degli accordi multilaterali e delle leggi internazionali. A queste due facce della stessa medaglia storicamente si contrappone, invece, la tendenza più isolazionista che vede gli Usa semplicemente come un esempio che le altre nazioni possono seguire.<br />
12. Lobe e Olivieri, op. cit., pag. 21.<br />
13. Lobe e Olivieri, op. cit., pag. 22.<br />
14. Lobe e Olivieri, op. cit., pag. 23.<br />
15. Donald Kagan, padre di Robert, dichiara di essersi spostato più a destra proprio in seguito agli avvenimenti della seconda guerra mondiale, così come più tardi (1977) Norman Podhoretz criticherà la politica distensiva dei democratici nei confronti dell’Unione Sovietica e ancora più tardi (1997) Irving Kristol bollerà come politica di appeasement anche i processi di pace intrapresi per risolvere il conflitto israelo-palestinese.<br />
16. R. Kagan e W. Kristol, “Il pericolo odierno”, in Lobe e Olivieri, op. cit.<br />
17. Lobe e Olivieri, op. cit., pag. 37.<br />
18. M. Ledeen, “Una guerra politica per rimuovere i signori del terrore in Siria e Iran”, in Lobe e Olivieri, op. cit.<br />
19. Del Pero, M. [2006], Henry Kissinger e l’ascesa dei neoconservatori: alle origini della politica estera americana, Bari, Laterza, pag. 116.<br />
20. Di lui il sito disinformazione.it riporta questa biografia: “Membro chiave del JINSA e importante esponente dell&#8217;American Enterprise Institute (AEI). Insieme a James Woolsey, presiede la Foundation for the Defense of Democracies. Perle è stato presidente del Defense Policy Board dal quale ha dato le dimissioni in seguito allo scandalo per il conflitto d&#8217;interesse relativo alle sue connessioni imprenditoriali, ma fa tuttora parte dell&#8217;ente. Perle ha offerto consulenze per i clienti della Goldman Sachs, una società d&#8217;investimento, sulle opportunità d&#8217;investimento nel dopoguerra in Iraq. È inoltre un dirigente della Autonomy Corp., un&#8217;azienda di software che ha molti clienti al Pentagono. L&#8217;Autonomy prevede un forte aumento dei suoi profitti dopo la fine della guerra in Iraq.”<br />
21. Buchanan P., Is the Neoconservative Movement Over?, articolo apparso su “The American Conservative”, 16 giugno 2003, cit. in Lobe e Olivieri, op. cit., pag. 41.<br />
22. Nome ironico con cui gli statunitensi indicarono una rivolta fiscale dal 1773, quando alcuni coraggiosi cittadini di Boston rovesciarono in mare tonnellate di tè inglese per protestare contro le tasse eccessive ed ingiuste imposte dalla corona britannica. L’acronimo “Tea” usato come “Taxed already enought” per i grandi eventi di piazza che, dal 2009, uniscono folle di cittadini contro le tasse, contro gli sprechi e contro l’interventismo economico del governo federale. I punti fondamentali su cui spingono sono: decentramento, tematicità, trasversalità ed indipendenza. Da essere esterni ai partiti e non allineati i vari Tea Party si sono aggregati in un movimento candidandosi anche alle elezioni. Più critici rispetto ai neocon su alcune situazioni (ad esempio la riforma sanitaria) aborriscono il “Big Government” in tutte le sue forme.<br />
23. Metanodotto che preleverà il gas dai giacimenti del Mar Caspio per portarli attraverso Turchia, Bulgaria, Romania, Ungheria, fino al cuore dell’Europa in Austria. Il progetto è finanziato dall’Unione Europea e appoggiato dagli Usa (che osteggiano il progetto concorrente italo-russo “South Stream”).<br />
24. Questa teoria cospirazioni sta si può trovare nel libro di Spaventa, A. e Saulini, F. [2003], Divide et impera: la strategia per spaccare l’Europa, Roma, Fazi.<br />
25. Cfr. la voce “Neoconservatori” di Francescomaria Tedesco, Rivista Jura Gentium.<br />
26. Il termine liberal indica un liberalismo progressista molto attento alle questioni sociali, ma al tempo stesso geloso custode del rispetto dei diritti individuali.<br />
27. Tratto da “I neoconservatori spiegati dal loro padrino”, Il Foglio, 19 agosto 2003.<br />
28. “Neocon’s 14 Principles”, www.democrats.com.<br />
29. Il libertarianismo è una dottrina politica economica adottata negli anni ’70 dal Partito Libertario che difende il capitalismo puro e si batte contro ogni intervento dello Stato sia nel campo economico che in quello sociale.<br />
30. Di Margolick D., “I neoconservatori sono tornati perché l’America ha bisogno ancora di loro”, 3 febbraio 2010, L’Occidentale.<br />
31. Letteralmente serbatoio di cervelli, “istituzioni dedite all’analisi, alla ricerca e alla disseminazione attraverso pubblicazioni, articoli, seminari e altri eventi di carattere culturale.” (Lobe e Olivieri, op. cit., pag. 149).<br />
32. Politologo, il suo più celebre saggio politico risale al 1992 e si intitola The end of History and last men. Finita l’epoca delle ideologie (ovvero tramontato il comunismo) secondo Fukuyama finiva anche la storia. Dopo aver decapitato il comunismo, la liberal-democrazia doveva diventare l’ultima vittoriosa forma di governo insieme al capitalismo. A questa visione rosea rispose l’anno dopo Samuel Huntington, altro politilogo sotto l’influenza neoconservatrice, con un’altra celebre teoria: il “Clash of civilization”. “La mia ipotesi è che la fonte di conflitto fondamentale nel nuovo mondo in cui viviamo non sarà sostanzialmente né ideologica né economica. Le grandi divisioni dell’umanità e la fonte di conflitto principale saranno legate alla cultura. Gli Stati nazionali rimarranno gli attori principali nel contesto mondiale, ma i conflitti più importanti avranno luogo tra nazioni e gruppi di diverse civiltà. Lo scontro di civiltà dominerà la politica mondiale. Le linee di faglia tra le civiltà saranno le linee sulle quali si consumeranno le battaglie del futuro.”<br />
Richard Pells cit. in Friedman M. [2005], Commentary in American Life, Philadelphia, Temple Up.<br />
33. Alia K. Nardini [2009], Neoconservatorismo americano. Ascesa e sviluppi, Catanzaro, Rubettino.<br />
34. Nardini, op. cit.<br />
35. Nardini, op. cit.<br />
36. Di I. Kristol, “The Neoconservative Persuasion”, 15 agosto 2003, The Weekly Standard.</p>
<p><strong>(Maria Teresa LeNoci è senior research di Questioni di Frontiera)</strong></p>
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		<title>Vivere a Bucarest. Un reportage dalla Romania (con un&#8217;intervista a Paul Vinicius)</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Mar 2011 20:51:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[ di Clara Mitola. Un sabato mattina di fine di marzo. Cielo coperto di nuvole, stracci di nuvole battuti dal vento, luce opaca e traffico, eccessivo per un sabato mattina. Un taxi sfreccia lungo strade secondarie, diretto al Museo della Letteratura di Bucarest, nel cuore della città (Bulevardul Dacia). 
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2620" title="1" src="http://www.noaweb.it/public/1-238x300.jpg" alt="1" width="208" height="199" /> di <strong>Clara Mitola</strong>. Un sabato mattina di fine di marzo. Cielo coperto di nuvole, stracci di nuvole battuti dal vento, luce opaca e traffico, eccessivo per un sabato mattina. Un taxi sfreccia lungo strade secondarie, diretto al Museo della Letteratura di Bucarest, nel cuore della città (<em>Bulevardul Dacia</em>). <span id="more-2585"></span></p>
<p>Sui sedili posteriori del taxi ci sono io, annoiata e preoccupata, ad ascoltare gli irripetibili commenti del taxista in merito al traffico, al tempo e al mio ritardo (gli ho chiesto di portarmi a destinazione il prima possibile). Qualche altro minuto e raggiungiamo il <em>Bulevard</em> del Museo dove mi aspetta qualcuno, un poeta per l’esattezza, un profondo conoscitore di Bucarest all’occorrenza, un ritardatario nel caso specifico. Non me ne stupisco. Pare si tratti di una peculiarità “latina”. Il mio uomo si chiama Paul<a href="#_ftn1">[1]</a> e dopo una rapida stretta di mano e rapide scuse, mi conduce lungo un vialetto giusto accanto al Museo. Conosco la strada e la successiva rampa di scale sulla destra, che ci porta sottoterra fino alla <em>crâșma </em>del Museo della Letteratura. Si tratta di una taverna, pochi tavoli e poche finestre, foto e testi incorniciati inchiodati alle pareti, il posto in cui più di una generazione di scrittori e poeti ha letto, scritto, discusso e bevuto. Soprattutto bevuto. Soprattutto discusso.</p>
<p>Ci sistemiamo al tavolino nell’angolo e cominciamo a parlare a voce bassa senza un reale motivo. Il locale è deserto. È un sabato mattina di fine marzo. La conversazione parte da una definizione. Bucarest, “la città in cui si incontrano gli uomini che lasciano la propria di città. Un luogo d’incontro. Un crocevia attraversato da due milioni di <em>bucureșteni</em>. Tre milioni di persone in realtà, ad incontrarsi sulle sue strade”.</p>
<p><strong>D</strong>: In senso strettamente estetico, Bucarest sembra abbia raccontato molte storie, come se il caos urbanistico che la rende così unica abbia molto da dire. Credi sia vero?</p>
<p><strong>R</strong>: Bucarest ha raccontato molto, e molto altro ancora ha da raccontare. Molti sono stati i cambiamenti, alcuni particolarmente drammatici, vere e proprie stangate, dolorose per chi viveva e amava la città. Di certo il primo colpo è stato il terremoto del 1977, il primo vero cambiamento architettonico, con la città ridotta in macerie e moltissimi palazzi di regime costruiti in modo scadente che non hanno retto. È morta molta gente.</p>
<p><strong>D</strong>: E poi Ceaușescu…</p>
<p><strong>R</strong>: … e poi Nicu Ceaușescu e gli enormi quartieri operai fatti tra gli anni ’70 e ’80, sul modello coreano e cinese… megalomania! E anche <em>Casa Poporului </em>e tutta la zona intorno a <em>Piața Unirii</em>, <em>Bulevardul Unirii</em>. Lì c’era uno dei quartieri più belli di Bucarest &#8211; tutte case con giardino, ville d’inizio Novecento &#8211; e lo vedi anche tu che misure ha, quanto è grande. Immagina cosa ha significato radere a suolo un intero quartiere per costruire quella mostruosità.</p>
<p><strong>D</strong>: E con <em>Casa Poporului</em>, così enorme e visivamente indimenticabile, che tipo di rapporto c’è oggi?</p>
<p><strong>R</strong>: Non si può abbattere perché i costi sarebbero esorbitanti… abbatterla ora sarebbe una follia com’è stato costruirla! E in ogni caso, anche se è vero che la si vede quasi da tutta la città &#8211; è gigantesca e poi è costruita su un’altura -, per noi, nei nostri cuori non ha più alcun valore. È il palazzo del governo adesso, e in generale abbiamo dimenticato i simboli comunisti da molto tempo.</p>
<p><strong>D</strong>: A proposito di simboli, la città è piena di richiami, oggetti della memoria pre e post rivoluzionaria. Penso che questa sia la viva voce di un passato non del tutto passato. Se poi aggiungiamo il fatto che qui si è saltati dal comunismo al capitalismo…</p>
<p><strong>R</strong>: Sì, il passaggio è stato questo ed è stato assolutamente caotico. Nell’ultimo periodo di regime, non si faceva più nulla, non accadeva nulla, quasi non si lavorava  &#8211; i magazzini alimentari per esempio, erano vuoti -, e per di più con la censura nemmeno si poteva entrare in contatto con quello che c’era oltre i confini del paese. L’unico effetto positivo sono stati i cenacoli spontanei in cui ci organizzavamo: se qualcuno riusciva &#8211; non so come &#8211; a procurarsi una copia di un libro straniero, ad esempio, ci si riuniva tutti ad ascoltare il racconto e le impressioni di chi l’aveva letto! L’obbligo a restare in uno spazio culturale &#8211; e generale &#8211; serrato, opprimente e nazionalista ci ha reso più socievoli tra noi e curiosi del nuovo. Con la rivoluzione è cambiato tutto: di colpo eravamo come bombardati dalle informazioni &#8211; nascevano giornali e riviste ad una velocità impressionate -, dalle novità e naturalmente dalle merci provenienti dall’occidente. Immagina che nei primi negozi in cui si vendevano prodotti occidentali c’erano sbarre di ferro intorno alle vetrine!</p>
<p><strong>D</strong>: Tornando alla città…</p>
<p><strong>R</strong>: La rivoluzione è stata fatta qui a Bucarest, innanzitutto in quanto capitale politica e amministrativa. Certo, c’è stata Timișoara e Brașov, e ci sono stati anche piccoli centri in cui non si è esploso un solo colpo, diversamente da quanto è accaduto qui. È Bucarest il posto in cui si è lottato, Bucarest ha sopportato le atrocità maggiori e il maggior numero di morti, oltre a vedere il coraggio umano. A Bucarest ci siamo scontrati frontalmente con chi difendeva il vecchio sistema, mentre noi volevamo…  pensavamo ad un comunismo dal volto più “umano”, se così si può dire. La rivoluzione potrebbe essere il terzo colpo, il terzo cambiamento forte. C’è un palazzo in <em>Piața Revoluții</em> (<em>nella foto</em>), mezzo distrutto durante la rivoluzione e oggi conservato in modo particolare: della vecchia struttura è rimasto solo il perimetro, la facciata in muratura, e all’interno come incastrata c’è una struttura in vetro. Quello era il luogo in cui la <em>securitate</em> portava gli arrestati, la gente che perseguitava. Lì dentro sono morte molte persone e la Romania post rivoluzionaria lo vuole ricordare.</p>
<p><strong>D</strong>: La <em>securitate </em>resta un nodo centrale ancora oggi. Perché?</p>
<p><strong>R</strong>: Perché i <em>securiști</em>, gli agenti della <em>securitate</em>, anche dopo l’89 sono rimasti impuniti. Prima ho detto che il passaggio dal comunismo al capitalismo è stato caotico, ma non immediato: l’anno successivo, il 1990, è stato di immobilità da questo punto di vista. Nel ’91 abbiamo visto i primi mutamenti economici, tra il ’94 e il ’95 si sono aperte in modo evidente le prime disparità sociali, in cui la maggioranza restava in povertà e un manipolo di imprenditori si arricchiva senza limiti. Quei pochi ricchi erano ex <em>securiști</em>. Mentre noi eravamo ancora in piazza, gli ex <em>securiști</em> facevano i primi affari con l’occidente e si arricchivano… e noi eravamo ancora in <em>Piața Universității </em>a urlare. La  <em>securitate</em> resta una questione non solo indimenticabile ma impossibile da risolvere, dal momento che i suoi ex agenti oggi sono ancora più intoccabili di quanto non lo fossero in passato. Come uomini d’affari, sono ancora più potenti e al sicuro di prima. La verità è che molte cose sono cambiate più nella forma che nella sostanza…</p>
<p>La nostra conversazione non va molto più in là. Paul tocca ancora l’argomento economico, parlando di “furto indiscriminato e generale”, della poca attenzione rivolta alla crescita del paese, al turismo e alla cultura. Ci salutiamo poco dopo e mentre aspetto il <em>troleibuz</em> 77 in <em>Piața Romana</em>, il mio punto di vista si incrina appena. Nessuna epifania né verità scoperta all’improvviso, più che altro una sorta di fruscio di fondo che sporca la percezione del tempo, quello fatto di grandi eventi ai quali ispirarsi, a cui pensare. Un tempo importante che passa e cambia i connotati agli oggetti e alle persone, come una cascata d’acqua che scroscia violenta ma non lava, non cura, non porta i rifiuti a valle. È una sensazione leggera e amara. Anche questo è Romania.</p>
<hr size="1" /><a href="#_ftnref1">[1]</a> Paul Vinicius è nato nel 1953. Membro dell’Unione degli Scrittori Romeni, è poeta, drammaturgo e giornalista, tra i membri fondatori del cenacolo <em>Universitas</em> nel 1990, attualmente redattore per le edizioni del Museo Nazionale della Letteratura Romena.</p>
<p>(<em>fine</em>)</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p><strong>Vivere a Bucarest. Un reportage dalla Romania di <em>Clara Mitola</em></strong></p>
<p>Bucarest è una città multiforme, monolitica come un <em>bloc </em>socialista e inaspettata come una frana, impantanata, luccicante. Puoi solo amarla o odiarla perché qui non c’è spazio per l’accettazione passiva. Puoi intuirla. È caotica, esagerata, concentrata. Mi ha accolto con polvere e sole d’aprile, temperature inaspettate, colori saturi. Ci sono arrivata con una borsa di studio in traduzione letteraria e con una manciata di nomi e titoli quasi sconosciuti. Una lista vuota in una città ignota e terribilmente grande. L’impatto è stato elettrico, un assedio sensoriale e da dieci mesi vivo qui, in continuo adattamento e stupore.<!--more--></p>
<p>Bucarest come capitale assomma e concentra in sé il buono e il cattivo dell’intera Romania, il nuovo che si avventa sul vecchio, uno stravolgimento rapido e violento come uno sparo. Dal sultanismo di Ceaușescu al capitalismo più aggressivo, dall’isteria anticomunista alla diffidenza anticapitalista, rimpianto e attesa del nuovo.</p>
<p>Una mescolanza di ideologie e di stratificazioni sociali tra la frenesia della gente e i vissuti individuali, impersonali, in una cornice nella quale la politica, la società e la vita quotidiana sanno ancora di vecchie abitudini</p>
<p>Essere un <em>bucure</em><em>ș</em><em>tean</em>, un cittadino di Bucarest, significa abitare probabilmente al decimo piano di un bloc, lavorare a ritmi occidentali con salario est-europeo, desiderare il cambiamento, modernizzarsi, “europeizzarsi” e poi tornare a casa, al tuo decimo piano, in un palazzo identico a quello precedente e a quello successivo, dove magari qualcuno ha rubato persino il contrappeso dell’ascensore e sei costretto a salire a piedi (gli ascensori romeni funzionano in modo differente da quelli italiani, cioè in base al peso e non alla chiusura delle porte).</p>
<p>Vivere come un bucureștean significa rendersi conto del fatto che spesso c’è un denominatore comune in ogni genere di questione, dall’urbanistica agli apparati statali, dalla burocrazia al randagismo, al modo di servire ai tavoli: la contraddizione. La frase “siamo in Romania” è accompagnata subito da un’alzata di spalle collettiva, come un’eco o un commento ai margini. Non si tratta solo dell’essere stranieri, perché a certe cose non ci si abitua mai, anche se sei romeno e ci sei nato: <em>suntem în Româniă</em>.</p>
<p>Bucarest non è una città facile e viverci significa fare i conti con diversità e brutture che offendono la vista, offendono i sensi e le abitudini dell’occidentale: qui i nervi scoperti sono radici latine, slave e turche fuse insieme in stabilità precaria e secolare (la lingua romena lo dimostra: grammatica latina di base, radici slave per parole che descrivono gli stati d’animo, inserti turchi per quello che ha a che fare con i soldi).</p>
<p>C’è uno strano equilibrio qui, un bilanciamento schizofrenico tra palazzi a vetri, case vecchie più di un secolo, comunismo e post-comunismo.</p>
<p>La Bella Èpoque bucureșteana, ma anche i quartieri di regime, costruiti tra gli anni ’60 e ’80 (<em>Berceni</em>, <em>Avia</em>ț<em>iei</em>, <em>Colentina</em>, <em>Rahova</em>, <em>Militari</em>, etc.), le <em>Mall</em>. La storia della città è scritta, riscritta, costruita e demolita per tutta Bucarest, a strati. Tutto quello che è scampato alle manipolazioni architettoniche di Ceaușescu appartiene a un altro secolo, a un’altra Bucarest, ed è ingarbugliato, stretto e splendido (<em>Strada</em> <em>Lipscani</em>, <em>Calea Victoriei</em>, le ville di inizio ‘900 dei quartieri più vecchi come <em>Cotroceni </em>o intorno a <em>Pia</em>ț<em>a Romana</em>), quando non sembra spuntato dal nulla o costruito a casaccio. L’impressione è che la città sia cresciuta autonomamente, come i denti del giudizio che possono spuntarti storti e confondere le simmetrie, e allora in una stessa strada è quasi normale trovare una villetta mezza distrutta in stile art nouveau addossata a uno scatolone di cemento di otto o dieci piani, costruito intorno a una chiesa e accanto al palazzo di una qualche multinazionale, in acciaio e cristalli, che domina tutto l’isolato successivo.</p>
<p>Lo skyline di Bucarest è il tempo che passa. È una storia di morti,  di liberazioni, trionfi e cadute. La storia dei vivi e del progresso,  sotto i tuoi occhi di abitante o di passante abituale, lungo un casuale  percorso quotidiano. Dall’università di Bucarest in Piața Universității  (sector 3), seguendo il boulevard Magheru fino in Piața Romana (sector  1), lungo i muri, sui palazzi, sulle croci ortodosse piantate al suolo,  sulle barriere di plastica che dividono i cantieri urbani dal resto del  suolo percorribile, si snoda un lungo corridoio architettonico di  cemento che racconta gli scontri di piazza (le croci per i morti), le  polemiche “revisioniste” (il rispetto per gli eroi dell’89), l’incuria,  l’affarismo e una certa smaccata ansia di Occidente.<img title="Continua..." src="../wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" /></p>
<p>La presenza degli investimenti esteri è così importante e invadente  che puoi vederla a occhio nudo nei palazzi e nelle sigle luminose che  hanno in cima, nelle decine di metri quadrati di pubblicità srotolati  sulle facciate di altri palazzi (abitati normalmente da persone che, in  sostanza, non possono più aprire le finestre), nel fatto che la presenza  di un Mac Donald quasi ad ogni stazione della metro (vale a dire ogni  chilometro e mezzo) è un evento scontato.</p>
<p>La città vive rapida anche attraverso i passaggi stretti e i cantieri  che si aprono ovunque, costantemente, a cambiarle i connotati. È una  corsa al rinnovamento e di corsa procede anche la maggior parte della  gente, per lo meno quella che ce la fa. I <em>bucureșteni</em> sembrano  appartenere ad una particolare tipologia di romeni. Parlano svelto e non  si fidano dei tassisti (uomini di ogni sorta, taciturni, spiritosi,  spaventosi e tutti affamati di soldi), sono concentrati, impegnati,  imprevedibili. Disinteressati a chi gli passa accanto e pronti a slanci  inaspettati. In apparenza, sembrano costituire un gruppo ancora coeso e  educato a un sistema comune, unificante, quando non si frantumano nella  solitudine individuale. La solitudine vive a Bucarest, a volte più che  altrove.</p>
<p>Da quando sono qui, la domanda che più spesso mi viene rivolta è  perché, perché mai da ovest trasferirsi ad est, rinunciare al benessere  per risalire controcorrente fino al post-comunismo in via di sviluppo.  Sono contromano nei flussi migratori scavati da un andirivieni est-ovest  ventennale! La risposta di solito sconcerta italiani e romeni. La  risposta è una socialità differente, più problematica ma anche più vera,  più “umana”. Certo, questo non ti fa partire, però a volte ti fa  restare. È incredibile pensare che la presenza o meno del benessere  possa funzionare al contrario, come uno strano contrappasso in cui,  banalmente, più miserabile è la tua esistenza e maggiore è il rispetto  che hai per quella degli altri (naturalmente quando ne hai). Ma non è  tutto, perché in questo caso, nella miseria sporca e basilare come non  ne conoscevo prima, nel mutuo soccorso, sembra esserci la reazione o lo  sgomento che si provano di fronte ai cambiamenti più che radicali  avvenuti nell’arco di soli vent’anni. Qui lo scarto generazionale non è  solo questione di numeri, riguarda l’essere nati o no “in libertà”: è  del tutto normale che i figli non conoscano affatto il mondo dei propri  genitori, perché è un mondo che non esiste più.</p>
<p>Qualcuno dice che la Romania post-comunista non ha più morale né  spina dorsale. Altri pensano che le storture della dittatura non saranno  mai raddrizzate, che sono endemiche, considerando i sistemi adottati,  le promesse di cambiamenti non realizzati, la classe politica e  dirigente che proviene dalle seconde e terze file del Partito Comunista  Romeno, quando non dai ranghi militari. In generale è la Rivoluzione del  1989 il luogo in cui si sviluppa il dibattito intorno al regime e si  prendono le misure di quello che è rimasto. Qualcosa è rimasto, già nel  semplice rifiuto, nel parlarne o nel non parlarne.</p>
<p>Un paio di mesi fa, in uno dei tanti cinema di Bucarest, è stato proiettato “<em>Autobiografia lui Nicolae Ceaușescu</em>” (regia di A. Ujică), vale a dire un documentario-collage di tre ore con filmati ufficiali e privati (perlopiù inediti) del <em>conducator </em>e  della sua famiglia. Il filmato d’apertura mostra i coniugi di fronte al  “tribunale” rivoluzionario, lo stesso che di lì a poco li avrebbe  giustiziati. Ceaușescu inizia a parlare un romeno molto scorretto e  l’intera sala ha cominciato a ridere. Il vero spettacolo è stata la  reazione del pubblico. Anche al di fuori delle sale, se ti fermi a  parlare con un passante o con la cuoca di una tavola calda, con un  tassista o con il custode di un garage, “l’eredità” di Ceaușescu alla  fine torna sempre, e non importa se prende le forme del rimpianto o  dell’accusa. È un po’ come <em>Casa Poporului</em>, la Casa del Popolo,  odierno palazzo del Governo (e anche sede del Mnac, il Museo Nazionale  di Arte Contemporanea), l’antica residenza dei Ceaușescu. In qualsiasi  punto di Bucarest ti trovi, se sei in alto, quasi di sicuro riuscirai a  vederla, perché è al centro della città, perché è enorme e minacciosa,  ingombrante e quasi indimenticabile.</p>
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		<title>L&#8217;uomo rosso che salvò il mondo</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Mar 2011 01:15:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[1. Questa è la storia del compagno Stanislav Petrov,
tenente colonnello dell’Armata Rossa nei pressi di Mosca.
Mutual Assured Destruction
Andropov in parangoscia da reparto geriatrico
Mutual Assured Destruction
Reagan sa cos&#8217;è “l’Impero del Male”
Reagan sei come Darth Vader
Sei come Hitler
ma la Nomenklatura è in para dura
RYAN
Scatta l’Operation RYAN
(LaRouche sapeva come fare paura,
ma chi ha paura di chi?)
Vi siete mai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2578" title="mad" src="http://www.noaweb.it/public/mad-300x159.jpg" alt="mad" width="168" height="140" />1. Questa è la storia del compagno Stanislav Petrov,<br />
tenente colonnello dell’Armata Rossa nei pressi di Mosca.<br />
Mutual Assured Destruction<br />
Andropov in parangoscia da reparto geriatrico<br />
Mutual Assured Destruction<br />
Reagan sa cos&#8217;è “l’Impero del Male”<br />
Reagan sei come Darth Vader<span id="more-2577"></span><br />
Sei come Hitler<br />
ma la Nomenklatura è in para dura<br />
RYAN<br />
Scatta l’Operation RYAN</p>
<p>(LaRouche sapeva come fare paura,<br />
ma <em>chi ha paura di chi</em>?)</p>
<p>Vi siete mai chiesti cosa potessero fare un’armata di Pershing II in Germania Occidentale?</p>
<p>2. Questa è la storia del compagno Stanislav Petrov<br />
rinchiuso nel suo bunker segreto<br />
una notte di settembre del 1983.</p>
<p>- Tenente Petrov<br />
- Agli ordini, Signore<br />
- Il tuo compito è avvertici del “primo colpo”<br />
- Agli ordini, Signore<br />
- Non puoi sbagliare, Petrov</p>
<p>Si accende una spia rossa sul computer,<br />
una piccola spia rossa da qualche parte<br />
laggiù nel Montana<br />
l’hangar si è aperto<br />
l’ICBM sale<br />
count-down</p>
<p>3. Ci stanno attaccando?, pensa Petrov<br />
Gli americani ci stanno attaccando?<br />
Abbiamo ventimila testate atomiche, fra noi e loro<br />
Che devo fare?<br />
Perché si è accesa quella maledetta spia rossa?</p>
<p>Mutual Assured Destruction<br />
Andropov prende i tranquillanti del Kgb<br />
Mutual Assured Destruction<br />
Reagan ha consiglieri Neocon</p>
<p>“Perché gli americani hanno lanciato un solo missile contro l’Unione Sovietica?”</p>
<p>Questo si chiede il tenente Petrov in quei momenti di grande concitazione.<br />
Nervi saldi<br />
Accademia militare di Mosca<br />
Scacco al re. Apertura pedone, alfiere e cavallo.<br />
La logica di un militare che sa riconoscere il bene dal male.<br />
Resiste alla tentazione e non dà l’allarme.<br />
Respira e prende tempo.<br />
Vuol salvare il mondo, non distruggerlo.</p>
<p>Lo salva.</p>
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		<title>Per una &#8220;Letteratura mondiale&#8221;. Quattro interviste agli scrittori dei Balcani</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Dec 2010 14:42:49 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[europa e balcani]]></category>
		<category><![CDATA[balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Foucault]]></category>
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		<description><![CDATA[di Paolo Pettinato*. Pubblichiamo la ricerca vincitrice dei Seminari realizzati da QF presso l&#8217;Università di Roma Tor Vergata nel 2010. Il progetto indaga sul concetto di &#8220;letteratura mondiale&#8221;, verso la definizione di una nuova  &#8220;letteratura migrante&#8221;. Nelle prossime settimane, le interviste  inedite a Nora Moll, Toni Migrash, Bozidar Stanisic, Sarah Zhura Lukanic. La [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2530" title="world" src="http://www.noaweb.it/public/world.jpg" alt="world" width="220" height="147" />di <em><strong>Paolo Pettinato*</strong></em>. Pubblichiamo la ricerca vincitrice dei<em> Seminari </em>realizzati da QF presso l&#8217;Università di Roma Tor Vergata nel 2010. Il progetto indaga sul concetto di &#8220;letteratura mondiale&#8221;, verso la definizione di una nuova  &#8220;letteratura migrante&#8221;. Nelle prossime settimane, le interviste  inedite a <strong>Nora Moll, Toni Migrash, Bozidar Stanisic, Sarah Zhura Lukanic</strong>. <span id="more-2529"></span><strong>La lingua come confine letterario. </strong>La lingua è il primo segno di riconoscimento di una comunità. Nelle questioni identitarie precede per importanza tutte le altre componenti che determinano il senso di appartenenza di più individui tra loro.  Per questo motivo il binomio lingua/identità è inscindibile. Infatti la lingua attira una particolare attenzione all’interno dei programmi scolastici, proprio perché permette la coesione e la compatibilità del tessuto sociale, il quale senza di essa si vedrebbe sfaldato e inefficiente, e in fin dei conti improduttivo e incapace di muovere le funzioni che ha creato e di cui ha bisogno. Ma come si insegna una lingua? Attraverso la letteratura. La coincidenza tra le Lettere e la lingua è evidente, e in Italia più che in altri paesi ha dato vita ad un percorso univoco. Quindi ripercorrere la storia della letteratura italiana significa, implicitamente, ripercorrere la storia della lingua italiana e tramandarne la conoscenza.</p>
<p>Ma rimane una questione irrisolta: posta la solidarietà esistente tra lingua e letteratura, siamo condannati a far coincidere la codificazione coatta e utilitaristica (più che giusta) della prima con un confinamento antistorico e ideale della seconda? È obbligatorio far quadrare i conti, e cioè nazionalizzare una produzione artistica e intellettuale pur di non metterne in discussione il ruolo gregario che le è stato da sempre attribuito? Mettere in discussione la nazionalità della letteratura può apparire stravagante, ma risulterà più che legittimo se andremo a considerare il termine “letteratura” nella sua accezione più ampia: letteratura come insieme di tutta la produzione scritta riguardante un ambito conoscitivo.</p>
<p>Ci accorgeremo così che una forzatura storica sui testi giuridici non è mai avvenuta e che, sebbene la sua peculiarità nazionale, accoglie nelle proprie memorie esperienze che vanno oltre i confini dello stato; la letteratura economica mantiene la propria specificità territoriale, assume una postura nazionale, ma non occluderà mai le strade che portano a una comprensione dei fenomeni più complessiva e realistica; la letteratura medica ha una tradizione nazionale e locale, ma non mortificherà mai le sue potenzialità nazionalizzando un sapere che sempre è stato e sempre sarà di portata mondiale. Ragionando sul problema in questo modo, risulterà forse più stravagante pensare la letteratura italiana come una cosa tutta e solo italiana.</p>
<p><strong>La traduzione.</strong> Per rispondere all’esigenza di liberare la letteratura dalle gabbie delle lingue nazionali è stata proposta la strada della traduzione. In effetti questa sembra essere l’unica soluzione per riuscire ad immaginare un macrosistema letterario veramente mondiale, o perlomeno sovranazionale. Questa scelta è stata canzonata da molti, giudicata a volte troppo fantasiosa, altre leziosa e poco realistica, se non estetizzante. Ma stupisce tanta sfiducia nei confronti di una tecnica millenaria e gemella delle lingue stesse. La traduzione è un mezzo comunicativo del quale si è avvalsa l’umanità intera in qualsiasi ambito e che ritroviamo nelle nostre vite continuamente. Le altre scienze non hanno alcun pudore nell’uso di questo mezzo. Inoltre la pratica traduttiva risulta essere un problema più per i critici che per gli artisti stessi: Ungaretti, Montale, Fenoglio, Pavese e molti altri ancora si sono impegnati con convinzione nella traduzione di testi stranieri, dando vita a esperienze importanti per il loro percorso individuale e per quello della stessa letteratura italiana. La traduzione non sostituisce le lingue né le annulla, ma le afferma tutte insieme: non è retorica.</p>
<p>Ovviamente la letteratura non è una scienza, ma un’arte. Di conseguenza, al contrario della giurisprudenza, della medicina e delle altre forme di conoscenza accumulata e condivisa, deve fare i conti con questioni prettamente estetiche, quali il ritmo, i rimandi intratestuali e intertestuali, e con questioni relative al contesto, come i modi di dire e i giochi di parole propri di ogni sistema linguistico. La traduzione può minare queste specificità. Eppure affermare questo non significa invalidare la potenza della traduzione. Si tratta di un problema relativo, poiché legato alla questione della fedeltà estetica. Se consideriamo l’arte come il risultato di scelte formali mirate alla trasmissione dei contenuti, allora l’infedeltà estetica della traduzione avrà tutte le carte in regola per svolgere il suo ruolo di conduttore. Se l’arte è invece da considerarsi come espressione solo ed esclusivamente formale, allora la traduzione non potrà mai ottenere dei risultati soddisfacenti. Tralasciando la diatriba, a dire il vero cruciale, tra i sostenitori della forma e i sostenitori del contenuto, possiamo almeno convincerci del fatto che la traduzione costituisce da molto tempo l’unico valido mezzo di comunicazione tra il presente e il passato.</p>
<p>Identificarsi con un’idea di letteratura sovranazionale comunicante attraverso la traduzione è quindi per molti difficile. Gli argomenti in gioco sono il vicino presente, dal punto di vista temporale, e il lontano oltre dal punto di vista spaziale. Ma le stesse perplessità spariscono se si allontana il tempo al passato e si avvicina lo spazio al qui. In questa seconda disposizione dei fattori, il problema della traduzione non esiste più e risulta spontaneo e indiscutibile usare le potenzialità di quest’ultima per unificare la letteratura del passato a quella del presente. Viene da se che i dubbi concernenti la traducibilità degli elementi estetici faccia da scudo ad una concezione fortemente territoriale della letteratura. Sia bene inteso: è corretto concepire comunicabili e connesse tra loro la letteratura latina e quella italiana, ed è corretto reputare traducibile Catullo in italiano, sebbene il ritmo, la musicalità e altri fattori artistici ne paghino le conseguenze; così è per espressioni artistiche dell’oggi altrove.</p>
<p><strong>Letteratura del mondo.</strong> Accettata l’utilità del rapporto lingua e letteratura, e sganciata la seconda da una dipendenza smodata dalla prima, resta da chiedersi: se la letteratura non rispetta i confini nazionali, a cosa e a chi fa riferimento? Cominciamo con il dare una risposta tanto magnifica quanto inconcludente: la letteratura abita il mondo. Abita il mondo certo, ma come? Un errore nel quale non si deve incorrere è quello di concepire il sapere umano come un unicum compatto generato da esseri uguali, che muovono e pensano tutto secondo parametri pressoché identici. L’altro errore consiste nell’ideare specificità esatte e immutabili, che delineano differenze evidenti e storicamente ricostruibili. La concezione, per così dire, universalistica non tiene conto del fatto che la complicità del genere umano non proviene da un’insita uniformità, ma da una convivenza che impone le costanti scontro/incontro determinate dalla variabile tecnologica. Per quanto riguarda l’idea di specificità irrisolvibili, riscontriamo il medesimo errore: l’esattezza e l’immutabilità rigettano le stesse costanti e la stessa variabile, con il risultato di rifiutare il presente e di codificare continuamente un passato ideale, epurando eventi che non coincidono con l’idea, oppure inglobandoli nella stessa. Quindi la letteratura abita il mondo fisico, le regioni, i computer, i treni, l’economia. Per queste ragioni la letteratura non può essere nazionale, ma non può neanche essere considerata universale: è mondanamente mondana, figlia e forse schiava dei suoi tempi.</p>
<p>Concepire la letteratura come un’arte sovranazionale, oltre che essere un atto di onestà, è un modo per comprendere meglio i suoi legami con la cultura, nel senso più esteso del termine. La letteratura infatti, come le altre arti, è pensata da molti come un insieme di autori e di movimenti gerarchizzato al suo interno, e assume nei riquadri degli storiografi e dei critici, sembianze compatte, movimenti consequenziali e razionalmente codificabili: definite le regole, dette canone, scelti i titolari, detti modelli, stabilito il campo, detta nazione, la squadra è fatta. Ma la letteratura non è un campionato e nemmeno un campionario: è espressione indiretta della società e non può in alcun modo rendersi autonoma da essa. Se quindi la società e la cultura non possono essere ristrette entro un ambito nazionale, non lo si può fare neanche con la letteratura.</p>
<p>E bisogna aggiungere: tra regole, titolari e campo nasce il gioco, ma qual è l’oggetto della contesa? Nel calcio si usa il pallone. Porre al centro di un’arte l’elemento distintivo e differenziante è come scegliere di giocare con delle stupende e inestimabili pigne dell’Aspromonte. Esercitarsi con mirabili fatiche e diventare i più importanti giocatori di “calcio alla pigna”: soli e contenti. Rendiamo meglio il concetto: la pigna può essere la lingua italiana oppure lo sfondo storico italiano; il pallone possono essere i generi, i temi, le geografie. Scrivere una storia della letteratura seguendo la linea dei generi, come ha fatto ad esempio Luperini con il suo La scrittura e l’interpretazione, significa riuscire ad inquadrare l’evoluzione storica reale di una letteratura rintracciando la complicità o la dissonanza con altre letterature, che con gli stessi generi si confrontano ma in modo differente. Affrontare uno sfondo geografico come quello mediterraneo significherebbe riallacciare percorsi che da secoli si incontrano e influenzano senza che nessuno se ne accorga.</p>
<p><strong>Letteratura e geografia.</strong> Il problema della nazionalità è da sviluppare quindi sul campo territoriale. La traduzione afferma la comunicabilità e la condivisione del sapere come pratiche basilari e non secondarie, ma non esclude la nazionalità delle letterature. Per superare l’identità di spazio politico e spazio letterario è necessario tracciare nuove geografie letterarie. Come per la traduzione, anche per quanto riguarda la lettura geografica del fenomeno artistico la letteratura arriva per ultima: gli studi economici, giuridici, storici e perfino quelli politici hanno già da tempo impostato delle proprie geografie autonome da quelle nazionali. Per quanto riguarda la letteratura è stato Durisin a teorizzare un primo modo per poter decostruire la coscienza nazionale e nazional-centrica della letteratura, sostituendo al parametro nazionale-istituzionale-politico il parametro geografico, focalizzando il discorso sulla regione letteraria «al di là delle frontiere della letteratura nazionale tradizionale».</p>
<p>Nasce così la possibilità di intendere la letteratura e i suoi processi evolutivi attraverso coordinate ben più ampie e, soprattutto, di sostituire al principio di “identificazione” a circuito chiuso il principio di relazionalità a circuito aperto. Si parlerà quindi di vaste aree geografiche che determinano la formazione di “comunità interletterarie” o “centrismi interletterari”: con queste definizioni è possibile pensare delle vie di mezzo tra la letteratura nazionale e quella mondiale. Ad esempio, in questi termini, non sarà più possibile suddividere in sottocategorie etniche e nazionali le letterature che si sono sviluppate attorno alla comunità interletteraria e tricontinentale del Mediterraneo.</p>
<p>Pensare la letteratura in questo modo significa superare il pregiudizio più complesso: l’appartenenza. In effetti le impostazioni dominanti tendono a concepire il sistema letterario secondo le linee della continuità e della coincidenza. Nasce così l’idea di una comunità che tramanda valori stabili e primari, i quali fungono da selettori fra ciò che è “noi” e ciò che non può esserlo: in una parola, identità. Ma la realtà storica smentisce costantemente questo principio e afferma il suo il principio opposto, la diversità. Tutto ciò che riguarda l’uomo è in effetti caratterizzato dal costante incontro di elementi – ideali e materiali – diversi, che produce delle sintesi momentanee a loro volta tendenti all’incontro con altre sintesi, in un processo circolare del quale non è possibile individuare l’inizio né immaginare la fine.</p>
<p>Così la politica è il frutto della commistione di vari modi di gestire la comunità, l’economia  il risultato della competizione tra modi di produzione, e via dicendo fino ai modi di abitare il territorio oppure di cucinare. Come questi anche la letteratura è un ibrido in continuo cambiamento. Ma l’idea egemone di letteratura vuole protrarre l’immagine di una produzione nazionale stabile, in relazione alla quale le novità e le varianti costituiscono l’eccezione, quando invece esse non sono altro che regola.</p>
<p><strong>Storiografie nazionali.</strong> Va precisato che una critica di questo tipo è riferita alla modalità di divulgazione scolastica della materia, non di certo agli studi in sé, che esplorano ormai da tempo progetti così ambiziosi. Infatti il problema della nazionalizzazione della letteratura si pone solo se parliamo del surrogato che di essa offrono gli studiosi nei libri di testo o nelle edizioni per le edicole. In questi spazi la letteratura non ha più un valore intimo o di ricerca, ma assume un ruolo più impegnativo, identitario indubbiamente. Da molto tempo ci si interroga sul ruolo dell’arte nella società, sulla sua politicità, sulle sue possibilità d’intervento: le risposte non possono che essere partigiane e il dilemma non si dissolverà mai. Ma più semplice è comprendere il peso di un testo scolastico che con impliciti parametri storiografici delinea e stabilisce i tratti fondamentali della cultura di una nazione: qui si rende evidente il contatto tra la letteratura e la cultura in senso lato. Già E. W. Said in <em>Cultura e Imperialismo</em> proponeva maggiore accortezza nella scrittura delle antologie e dei manuali, spesso inconsci portatori sani di nazionalismo e xenofobia.</p>
<p>La  “Storia della letteratura” pensata per le scuole non è solo una mera catalogazione cronologica di scrittori succedutisi in un determinato territorio, ma anche, implicitamente, “l’essenza della storia di una nazione” come diceva René Wellek a proposito della storiografia letteraria operata dal De Sanctis. Questi pensava la letteratura come una rappresentazione simbolica dello spirito italiano, e per questa fondamentale ragione concepì una scrittura etico-nazionale della storia della letteratura italiana. Le sue motivazioni coincidevano con un evento molto importante: l’unificazione della penisola. Da De Sanctis in poi la letteratura diventa strumento principale (istituzionalizzabile) di coesione culturale e base dello spirito civile del popolo italiano.</p>
<p>In questi termini la letteratura ha molto da dire sull’identità. D’altronde non esiste soluzione di continuità tra la cultura, intesa in senso lato, e la letteratura, ristretta a un corpus di opere. Se è reciproco il rapporto tra letteratura e cultura, allora entrambe costituiscono per buona parte l’identità di un popolo e di una nazione. Ma chi può sancire fin dove arriva lo spirito italico e dove si arrestano quelli magrebino o adriatico-balcanico? Proprio perché incontenibili, è difficile tracciare i confini territoriali di usi, riti, miti, detti popolari, etc. e generi, forme, tradizioni letterarie. La coincidenza del territorio di questi ultimi elementi con il territorio politico non è una realtà storica, ma una idealizzazione, una vera e propria invenzione.</p>
<p>Per sopperire a tale incongruenza storica, tornano spesso nelle storiografie della letteratura i concetti di “sfondo” e di “scambio”. Per “sfondo” europeo per esempio si intende un panorama letterario, politico e culturale abbastanza ampio e diversificato, che permane come un’entità che si affianca alla letteratura nazionale, ma che non la comprende effettivamente al suo interno. Con l’espressione di “scambio” si sottende invece l’esistenza di apparati culturali (nazionali) ben distinti tra loro, che con maggiore o minore frequenza barattano pratiche estetiche. Questo tipo di ragionamento può  avvenire, però, soltanto intendendo la letteratura come una pratica sostanzialmente individuale, la cui estensione si può descrivere solo in termini di “corrente” o “movimento”. In questo modo permane l’idea di identità nazionali e si perde, a ben vedere, la relazione continua e circolare esistente tra la cultura e la letteratura, poiché  si confina la seconda in un ambito autonomo dalla società.</p>
<p>Altro concetto prevaricante nelle scritture delle storie letterarie è quello di “influenza”. Esso è concepito come un flusso unidirezionale che si muove da A verso B, sia sull’asse spaziale sia sull’asse temporale. Quindi Ungaretti si ammalerebbe di “francesite” oppure Montale verrebbe colpito da un tremendo “raffreddore dantesco”. Implicitamente il termine “influenza” attribuisce una certa passività a B e corona di luce A: sarebbe meglio parlare di “ricezione”, termine che restituisce meglio il senso di certi processi e che coincide, in parole povere, con la volontà che ha B di prendersi un bel malanno. In Italia certe linee teoriche permangono fortemente, escluse alcune eccezioni, come il manuale già menzionato diretto da Luperini.</p>
<p><strong>Problemi  di letteratura della migrazione. </strong>Il discorso fin qui fatto è servito a delineare quegli aspetti principali della storiografia che impongono una visuale ristretta del fenomeno letterario. L’effetto prodotto, sintetizzando, è quello di non offrire un panorama completo dell’arte letteraria e di restringere entro dei confini fittizi una forma di conoscenza e di espressione sovranazionale. Si è parlato di identità e finanche di implicita xenofobia. Per comprendere in modo pratico la questione è utile parlare di una forma di letteratura sviluppatasi in Italia in questo ultimo ventennio: la letteratura della migrazione.</p>
<p>Essa nasce in seguito allo spostamento epocale avvenuto nel corso degli anni Novanta di una massa di persone dal Sud e dall’Est del mondo verso l’Italia. Da un punto di vista letterario l’evento è straordinario, perché nel corso di pochi anni la letteratura prodotta dai migranti aumenta vertiginosamente, soprattutto nelle forme dell’autobiografia e della testimonianza. Nascono case editrici votate a questo tipo di pubblicazioni, non mancano interventi giornalistici e presto musica, teatro e cinema accolgono artisti stranieri nei loro ambiti di pertinenza. In pochi anni da questo humus nascono scrittori e poeti di professione, intellettuali che pensano in una lingua e scrivono in un’altra.</p>
<p>Si è parlato di “forma di letteratura”. In effetti la produzione dei migranti è stata a lungo considerata come una sorta di sottogenere letterario imperniato sul tema della migrazione e in esso confinato. Autobiografie e testimonianze, nulla di più. Una lettura di questo  tipo è da considerarsi riduttiva se si considera il fatto che in molte di queste esperienze artistiche l’evento storico-biografico, ovvero la migrazione, non è stato tanto un argomento quanto un motore, un punto luce, una peculiarità esistenziale per gli autori.</p>
<p>Il risultato che si è avuto da questo tipo di fraintendimento è stato duplice: da un lato scrittori e teorici hanno chiaramente fatto riferimento al movimento dei <em>migrant writers</em>, ovvero a un modo di intendere la scrittura e la migrazione come elementi fortemente legati fra loro, e che negli Stati Uniti e nella maggior parte dei paesi europei ha già conosciuto esperienze importanti; dall’altro molti scrittori hanno tenuto a puntualizzare sì la loro condizione di migranti per quanto riguarda l’aspetto biografico, ma anche a rendere indipendente la loro produzione da un’etichetta che non sentivano propria, promuovendo piuttosto l’immagine dello scrittore tout court spesso avvalorata della critica. Una soluzione del dibattito non può aversi.</p>
<p>Le stesse problematiche sono sorte in passato all’interno dei gruppi di intellettuali gay e lesbiche, fra le femministe e fra i negri. Ma la questione cruciale, dal nostro punto di vista, non è tanto quella di capire se una scrittrice è più lesbica o più tout court, quanto quella di poter stabilire se categorie alternative come queste sono in grado o meno di abbattere la concezione tradizionale della letteratura. Tornando alla letteratura della migrazione, è importante scegliere tra una letteratura generalista e una fatta di tante minoranze, e capire se un approccio di questo tipo può superare atteggiamenti deleteri da un punto di vista sociale. In questi termini la letteratura della migrazione è da ritenersi fondamentale per lo svolgimento della vita democratica, poiché è espressione diretta della parte di popolazione ad oggi più debole.</p>
<p>Il discorso sulla letteratura della migrazione abbraccia un ambito di riflessione molto ampio e diversificato. Innanzitutto la leva culturale di questa concezione supera di gran lunga le questioni prettamente letterarie inerenti l’estetica e l’inventiva e colloca il proprio fuoco su temi di portata propriamente filosofico-storica. Un approccio di questo genere mira ad esempio a definire la migrazione come un elemento costitutivo dell’umanità, e non più eccezionale, poiché l’uomo si è distinto dagli altri animali per la duttilità migratoria e per la speciale capacità di adattamento al territorio. La scienza avvalora largamente un discorso di questo tipo, e i recenti studi dell’antropologo italiano Cavalli-Sforza hanno definitivamente appesantito il piatto della migrazione e alleggerito quello della stanzialità nel discorso sull’uomo. Da un punto di vista storico la migrazione è, invece, posta non più come un evento circoscrivibile nel tempo, ma come una costante ciclica che si ripropone da sempre e sempre si manifesterà: così al centro della riflessione storica non sarà più,  ad esempio,  la caduta dell’Impero Romano, quanto lo spostamento delle popolazioni orientali verso l’Ovest. Lo spostamento delle masse è il motore umano che ha generato l’ordine attuale delle società, e che smuoverà lo stesso verso nuove strutturazioni. Per intendere la portata di un ragionamento di questo tipo bisogna pensare al fatto che la cultura, e nello specifico la memoria storica, è patrimonio delle società statiche, e che pertanto tenderà sempre a mantenere una posizione conservativa nei confronti di questi temi. Siamo molto vicini alle speculazioni sulla subalternità di Antonio Gramsci (dal quale è tratto l’esempio precedente sulla caduta dell’Impero Romano) e sul dominio culturale indagato da Foucault.</p>
<p><em><strong>(Paolo Pettinato è Junior Research di Questioni di Frontiera)</strong></em></p>
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		<title>L&#8217;invenzione della nostalgia, l&#8217;identità e il &#8220;marketing meridiano&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Dec 2010 12:42:18 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Per affrontare il tema delle tipologie culturali che in questi ultimi decenni hanno influenzato le letture del Sud e informato i modelli identitari legati al nuovo pensiero meridionalistico (meridiano o mediterraneo)[1], sarà necessario adoperare un metodo di ricerca estraneo alle traiettorie lineari e ai paradigmi di uno storicismo tradizionale.  
Alle letture più o meno codificate [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2401" title="aoulia-film-commission" src="http://www.noaweb.it/public/aoulia-film-commission1-300x168.jpg" alt="aoulia-film-commission" width="180" height="142" />Per affrontare il tema delle tipologie culturali che in questi ultimi decenni hanno influenzato le letture del Sud e informato i modelli identitari legati al nuovo pensiero meridionalistico (<em>meridiano</em> o <em>mediterraneo</em>)[1], sarà necessario adoperare un metodo di ricerca estraneo alle traiettorie lineari e ai paradigmi di uno storicismo tradizionale.  <span id="more-2382"></span></p>
<p>Alle letture più o meno codificate che all’individuazione della genesi dei fenomeni fanno seguire l’illustrazione su larga scala delle continuità, degli sviluppi e delle trasformazioni («gli inizi e le fini»), dovremmo scegliere di sostituire la ricostruzione delle discontinuità e dei «mutamenti impercettibili». Quelle che Foucault chiamava «nascite silenziose, […] corrispondenze lontane, […] persistenze che durano ostinatamente sotto i cambiamenti apparenti, […] lente formazioni che si avvalgono di cieche complicità, […] quelle figure globali che a poco a poco si intrecciano e all’improvviso si condensano nella punta di diamante dell[e] oper[e]»[2].</p>
<p>Si tratta di una revisione sostanziale della «storia delle idee», nella direzione di un’attitudine metodologica che sappia intrecciare in questo caso lo studio delle strategie discorsive di lunga durata che hanno lavorato intorno all’identità meridionale (le genealogie), con l’analisi differenziale della loro disposizione capillare e «microfisica» (una «descrizione sistematica di un discorso-oggetto»), nel far emergere «tra gli interstizi dei grandi monumenti discorsivi il terreno friabile sul quale essi poggiano […], le lingue fluttuanti, […] le opere informi, […] i temi non collegati»[3]. Nella vocazione «archeologica» e strategica di un sapere che intenda definire «i discorsi nella loro specificità […], seguirli lungo le linee di contorno per meglio sottolinearle»[4], verrebbero squadernati i rapporti di forza e gli interscambi variabili tra il campo letterario emergente e le dinamiche politico-culturali delle (auto)rappresentazioni del Sud in età contemporanea, insieme ai «piccoli fatti veri», le tappe mal note che ne segnano segretamente l’articolarsi storico nel corso del tempo. Le traiettorie della fortuna critica, le scelte di politica economica (il marketing, l’«economia della cultura») e i processi che investono ruolo e funzione dei gruppi intellettuali riconosciuti – relazioni, tradizioni e punti di tangenza, dinamiche generazionali e opzioni stilistiche e letterarie; insieme con una pluralità il più possibile variegata di fonti e tracce che sappiano restituire il senso di «quel rumore collaterale, di quella scrittura quotidiana di breve durata che non raggiunge mai lo statuto di opera o ne viene subito estromessa: analisi delle sottoletterature, degli almanacchi, dei giornali e delle riviste, dei fuggevoli successi, degli autori inconfessabili»[5].</p>
<p>I processi di elaborazione dell’identità del Sud sono storicamente connessi all’azione delle élite e dei gruppi colti meridionali che si trasformano, sin dal periodo pre-unitario[6], in «ingegneri» o costruttori di paradigmi e strategie discorsive di marca identitaria, la cui funzione va rintracciata sul piano ideologico-politico e delle espressioni artistiche (letterarie). Sono oggi figure di intellettuali «residenti» o apolidi, sradicati o stanziali[7], che compiono un’opera di interrogazione a vasto raggio sulla propria identificazione sociale e culturale. Riproducono direttamente o indirettamente forme ereditate di una rappresentazione simbolica del Sud, organiche alla riproduzione di topoi e idee ricevute ormai plurisecolari (lo statu quo); ovvero scardinano e rinnovano le tradizioni per rilanciare l’efficacia conoscitiva di una letteratura (di una cultura) «provinciale» o «periferica». Per seguirne le evoluzioni e gli esiti contemporanei a partire dagli anni Settanta, è necessario fissare in sintesi le fasi nelle quali si distende l’attività di questi gruppi intellettuali, nel confronto con le spinte politico-economiche, con le dinamiche sociali che caratterizzano lo sviluppo discontinuo della questione meridionale e nel contesto locale (sovranazionale) della postmodernità.</p>
<p>Sarebbe possibile in quest’ottica ripercorrere brevemente la ricca fenomenologia che dal 1970, anno della costituzione delle Regioni (e della morte di Vittorio Bodini), porta per tutto il decennio ad una proliferazione di convegni e iniziative che, anche a livello accademico, s’incentrano sul riconoscimento del policentrismo (non localismo) entro cui si articola l’organizzazione della cultura letteraria su scala nazionale[8].</p>
<p>E mettere in circolo questa spinta dall’alto, per così dire, con i fenomeni più o meno sotterranei di rivendicazione del valore positivo della «marginalità», nelle forme dell’anonimato, del folk revival[9] o della «scrittura liberata», la ripresa sui generis della letteratura neo-dialettale. E anche le iniziative militanti, di carattere avanguardistico o politico-culturale, più o meno sommerse, ad opera di nuove generazioni di intellettuali meridionali che tentano di rivendicare e conquistare spazio nel panorama sclerotizzato dei posizionamenti del tempo. Conviene poi traguardare questa stagione stratificata fatta di attivismi e militanze, tra dispersione e aggregazione, all’altezza degli esiti politici, disilludenti e infausti di quella fase storica, nella quale inizia ad apparire la parola-feticcio dell’«autonomia» (oggi federalismo), e che termina proprio con il collasso in Italia del tessuto civile e delle istituzioni democratiche e solidali che ne dovrebbero essere l’indispensabile corollario.</p>
<p>Si origina in questo frangente storico, tra la fine degli anni Settanta e lungo il decennio successivo[10], una discontinuità sostanziale che condizionerà gli immediati sviluppi della costruzione identitaria ispirata al nuovo pensiero meridiano. L’utopia concreta dell’autonomia regionale, intesa come conquista e sfida politico-amministrativa ereditata dai movimenti anti-sistemici del ’68, frana di fronte alla neo-formazione di blocchi sociali e potentati locali, nel quadro dei fenomeni conclamati di corruzione politica, dello strapotere anche economico delle mafie e in un degrado culturale più o meno diffuso (riprende l’emigrazione intellettuale verso i poli culturali del centro-nord): &#8220;La direzione è presa: non solo la Cassa del Mezzogiorno cessa le sue attività, ma viene avviata la dismissione dell’industria di Stato. […] Il divario tra Nord e Sud non è scomparso, mentre i flussi della spesa pubblica hanno prodotto molto più che dinamismo economico, assistenza, parassitismo e clientelismo. Al vecchio blocco agrario si è venuto sostituendo un blocco sociale nel quale il peso di figure non produttive e dipendenti dal flusso delle risorse pubbliche è diventato sempre più forte. Laddove non arriva più lo sviluppo, arrivano le risorse destinate ad organizzare il consenso ai grandi partiti di massa, e in  particolare a quelli di governo. È in quegli anni che inizia a ribaltarsi l’immagine del Sud: esso non è più arretrato, ma dipendente e parassitario&#8221;[11].</p>
<p>Non è per caso che,  come ho già fatto notare, la ripresa di un attivismo meridionalistico, ormai nelle forme compiutamente meridiane, coincida per tutto il decennio Novanta con il clima vacuo, ma allora seducente, delle speranze civili legate al «governo dei sindaci» (le «primavere»), nel contesto più ampio delle riforme elettorali e della (mancata) «rivoluzione liberale» e morale che coronava il sostanziale fallimento del ricambio della classe politica. È il periodo nel quale gli eventi globali, dall’economia alla geopolitica, insieme alle metamorfosi del ceto dirigente e ai cambiamenti del sostrato antropologico della società nazionale (i leghismi e il compiersi del berlusconismo), investono prepotentemente e per vie capillari i contesti locali delle periferie e delle province: dando l’impressione di una fase schizofrenica e contraddittoria, nella quale i segni dello sfaldarsi della dialettica politica e del tessuto sociale convivono con i fermenti culturali che come in passato continuano a percorrere sottotraccia quei luoghi [12], insieme alle politiche di investimento pubblico e sostenibile (in un’ottica europea).</p>
<p>L’operazione virtuosa che sottende i «progetti Urban» (1994-1999), ad esempio, in linea con le direttrici ispirate al lavoro di un manager pubblico illuminato come Fabrizio Barca, trasforma e restaura il volto dei centri storici meridionali ricorrendo all’utilizzo responsabile dei fondi comunitari (i Fondi Europei di Sviluppo regionale) [13]; ma quell’attività più o meno significativa di maquillage, differente per tradizioni e aree di «innesto», dovrà misurarsi con la realtà materiale dell’emigrazione di massa che si riversa dall’Africa mediterranea e dall’Europa ex comunista (è dell’estate del 1991 lo sbarco a Bari di ventimila albanesi dalla Vlora), nello scenario delle stragi mafiose del 1992-93 e dell’incendio del Teatro Petruzzelli (1991). Le risposte e la partecipazione della società civile variano anche qui a seconda delle aree e delle culture ereditate, mentre i successi nella lotta alla malavita organizzata di ambito locale (contrabbando e Sacra Corona Unita) si intrecciano con l’emergere di nuovi gruppi terroristico-mafiosi provenienti dall’ex Urss in rovina e dai Balcani sradicati dalle guerre interne. Intanto, in questo contesto in forte mutazione, sulla scia del lavoro di Cassano e di altri intellettuali legati agli ambienti riformisti – umanisti e scienziati dell’economia o della politica –, si dà vita a una nuova stagione di riflessioni e interventi sull’immagine del Sud, che trovano spazio e accoglienza, come s’è visto in precedenza, negli ambienti editoriali su scala nazionale.</p>
<p>È dunque una fase di ridefinizione delle frontiere che interessa anche l’attività dei gruppi intellettuali meridionali. Attraverso una sperimentazione oggettivamente fervida e vivace di nuove mediazioni e metodologie di ricerca, che andrebbero comunque storicizzate nell’ambito della storia culturale contemporanea (postmodernista), si procede a un ripensamento radicale dell’identità meridiana mettendo «in discussione l’assunto principale della questione meridionale» (la rappresentazione ereditata del Sud come condizione patologica di ritardo e dipendenza), insieme alle «immagini trionfalistiche ed ecumeniche della modernità»: &#8220;La coincidenza di progresso e sviluppo s’incrina, si fanno visibili tutti gli effetti perversi di una crescita fuori controllo e appare legittimo parlare anche di &#8216;miseria dello sviluppo&#8217;. Si congiungono la crisi di tutte le &#8216;grandi narrazioni&#8217; e lo slancio della filosofia postcoloniale, il nuovo protagonismo di altre aree del pianeta che impone la necessità di provincializzare l’Europa. Al suo interno il Sud ha uno statuto diverso se non opposto a quello essenzialmente negativo attribuitogli negli altri paradigmi […]. [Si] propone un’idea del Sud come forma di vita dotata di una sua specifica dignità, capace di liberarsi da ogni complesso d’inferiorità, e quindi di leggere criticamente alcuni aspetti cruciali della modernità, in particolare le devastazioni prodotte dal fondamentalismo del mercato e dall’assunzione della competizione come valore fondante&#8221;.[14]</p>
<p>Dentro questo complesso quadro di riferimenti, qui soltanto abbozzato – capace di influenza a livello delle élite culturali, di ristretti settori politici e dirigenti, e nel campo magmatico dei movimenti antagonisti –, prende corpo una fenomenologia diversificata ma omogenea, come effetto del riposizionamento variabile degli intellettuali (più o meno giovani) impegnati nella ridefinizione della questione meridionale. Si tratta di un «sistema gravitazionale» articolato che coinvolge l’accademia e l’editoria, la stampa e gli apparati culturali, e si presenta con i tratti di un sapere tendenzialmente a-ideologico (dichiaratamente «post-ideologico»).</p>
<p>Ora il contesto del lavoro intellettuale si fa più ampio, in linea con la necessità di ripensare il Sud nell’orizzonte dei cambiamenti nazionali e globali. E comprende, oltra a Laterza, gli editori vicini al riformismo di sinistra, non solo locali, da Donzelli a Meltemi, pronti a recepire e promuovere le parole d’ordine del nuovo pensiero meridiano, con tutti gli addentellati e le revisioni del caso; una galassia di riviste come “Meridiana” e centri studi come l’Imes (Istituto meridionale di Storia e di Scienze sociali) fondato nel 1986 dallo storico Piero Bevilacqua; l’attività permanente di Goffredo Fofi e, infine, i primi esperimenti antologici sulla «nuova» narrativa meridionalistica [15], che coinvolgono le generazioni più giovani di scrittori e giungono alla ribalta nazionale nel 2000 con la pubblicazione presso Einaudi della raccolta <em>Disertori</em> (nella collana Stile libero, la stessa di <em>Gioventù cannibale</em>, 1996).</p>
<p>Ma per tutta la seconda metà degli anni Novanta, fino al decennio successivo, si dovrebbe parlare non tanto di un consolidamento o di un approfondimento (auto)critico di quell’orizzonte di pensiero, di una verifica collettiva della sua tenuta alla prova della politica, quanto di un vero e proprio revival etnico-meridiano[16] che interessa il cinema e le nuove leve di un’intellettualità come sempre diffusa e dispersa, impegnata nelle sperimentazioni artistiche, musicali e letterarie – spesso in una coabitazione più o meno conflittuale con le tradizioni di riferimento e con i più anziani maestri «residenti». Sono gli anni dell’esplosione turistica che investe zone sensibili come il Salento (non a caso terra o «sub-regione» dalla forte e marcata identità, spendibile ora in termini di intrattenimento e acculturazione di massa), nel quale, sotto il governo Fitto, prima ancora della nuova sinistra vendoliana, si esercita e si consolida un esperimento vincente di marketing applicato proprio a quella costruzione identitaria di segno alternativo, che era stata propugnata e rivendicata dal pensiero meridiano (nelle forme più massificate, ricettive e commerciali: la Notte della Taranta)[17].</p>
<p>La strada ancora una volta è tracciata, e il pragmatismo virtuoso di alcune esperienze avviate nel corso del mandato di Vendola (i «distretti della creatività» e l’Apulia Film Commission di origini piemontesi) non fanno che rinnovarne esiti e sviluppi, magari utilizzando parole-chiave più colte e raffinate, e tentando di creare un (fragile) indotto per il progetto-feticcio di un turismo «alto» (destagionalizzato) e per assorbire il precariato creativo e intellettuale del territorio. Permane la sensazione di un panorama vario e conflittuale, nel quale la cronica lentezza nel «fare rete» e nell’innescare un dialogo concreto tra esperienze provinciali isolate – tra mondo accademico e cultura dal basso, istituzioni e creatività spontanea – si sovrappone al decadimento culturale diffuso (alla disoccupazione giovanile e alla crisi sociale) che certo non è risolto dalla ripresa turistica; e i rischi (i limiti) di un marketing omologante delle identità locali, di cui insieme si è vittime e spettatori, artefici e testimoni passivi, convivono con la fragile vitalità dell’editoria locale, ma anche con forme avvedute di recupero e valorizzazione del patrimonio storico delle tradizioni popolari (il misconosciuto Archivio sonoro della Puglia e della Basilicata, le attività della Biblioteca del Consiglio regionale, l’Istituto pugliese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea).</p>
<p>Nel campo letterario, nel dialogo sintomatico che quasi costitutivamente certa cultura letteraria meridionale (il romanzo) intrattiene con l’industria del cinema contemporaneo, questa nuova e contraddittoria tensione identitaria viene declinata in forme o tipologie plurali, diversificate e distinte. Ma per definirne tendenze o prospettive, in questo ragguaglio sintetico e provvisorio, sarà indispensabile intrecciare l’analisi delle forme e delle scelte stilistiche con una lettura più articolata delle nuove produzioni intellettuali «meridiane», nell’orizzonte complesso del sistema culturale dentro cui esse agiscono e si inseriscono.</p>
<p>Sono due le tematiche centrali attorno a cui ruota l’attività letteraria che può rientrare nei confini (sfaccettati e frastagliati) della narrativa meridiana contemporanea[18]. Qui si sorvola sulle differenze sostanziali che intercorrono tra scrittori e artisti appartenenti a diverse generazioni, «residenti» nelle terre di cui narrano, ovvero distanti, «fuorisede» o «esiliati» per effetto dell’emigrazione intellettuale. Tuttavia, è possibile individuare negli snodi tematici del ritorno e della devianza i tratti che tengono assieme esperienze diversificate, che in qualche caso si intrecciano o convivono anche nel corso degli stessi percorsi di ricerca.</p>
<p>E raccontano di una rappresentazione del Sud sospesa tra la reinvenzione estetizzante, memoriale o autobiografica, e la durezza della cronaca e dell’inchiesta, tra memoria individuale e collettiva, passato e presente. È una «congiuntura di voci» molteplici, non una new wave compatta[19]. Si potrebbe prendere in considerazione una breve campionatura, perlopiù di area pugliese, che comprende, da una parte, il sapore di un vintage raffinato o fiabesco, agreste o paesano, intimo o generazionale, che emerge da alcune opere narrative e cinematografiche (da alcuni film dell’ultimo Rubini alle scritture di Mario Desiati). Il riepilogo onirico e memoriale, di una memoria «apolide» e nostalgica, ormai sradicata dalle origini, tra infanzie e maturità, fughe, ritorni e agnizioni si consuma infine sullo sfondo (etno-antropologico) di un Sud trattato – letteralmente – come «teatro di posa» (set cinematografico)[20].</p>
<p>‘Le generazioni nate dagli anni sessanta in poi hanno cominciato a sperimentare su di sé forme di auto-percezione e auto-definizione nuove: non più politiche, geografiche, sociali; ma appunto anzitutto generazionali, trasversali, costruite sulle proprie memorie di consumatori di merci e spettatori […]. La “nostalgia di massa” o […] “nostalgia mediale”, si configura dinque nella sua forma ideale secondo una serie di caratteristiche forti: essa, intanto, oltre a essere sostanzialmente anti-storica (cioè slegata da un rapporto di continuità col passato) è contemporaneamente individualizzante e generazionale; feticista con tendenza al gusto del brutto e del negletto; rapida nei suoi cicli di recupero; infantile o adolescenziale più che giovanilista[21]’.</p>
<p>Dall’altra, la forza di una scrittura e l’intensità di un lavoro intellettuale che scommettono sulla cartografia (la mappatura) di quella «feroce mutazione antropologica di larghe zone del Sud», che sconfina fatalmente nei primi decenni del nuovo millennio e in uno spazio non più circoscrivibile dal punto di vista geografico (come avvertiva Sciascia: «la palma va a Nord»). Province e periferie infestate dalle sacche persistenti delle mafie, tra residui arcaici e modernizzazione selvaggia, specole o scenari allegorici per attraversare conflitti più ampi e radicali, «nelle quali […] la letteratura di inchiesta e di denuncia si è avventurata con un passo spesso più deciso ed efficace rispetto a gran parte della ricerca istituzionale, riuscendo ad aprire squarci analitici di grande importanza»[22] – da Saviano a Leogrande[23].</p>
<p>All’interno di questa visuale inevitabilmente selettiva si aprono poi strade e percorsi più complessi e articolati, da indagare non solo nell’ottica del recupero sociologico, ma puntando anche sull’indispensabile valutazione critica. Ad esempio, è utile interrogare le relazioni tra questa nuova spinta identitaria che si riflette nella cultura letteraria meridionale, il sistema editoriale (il mercato) e le tradizioni di riferimento &#8211; non solo italiane.  Si pensi alle opere che si inseriscono con successo nella polimorfa e vincente «letteratura di genere» (il giallo politico di De Cataldo, il noir metropolitano e ambiziosamente allegorico di Carofiglio, eccetera – con gli inevitabili adattamenti televisivi o cinematografici).</p>
<p>E si punti lo sguardo su una letteratura più inquieta e ibrida, impura e disponibile agli sconfinamenti e alla sovrapposizione dei registri: romanzo di formazione ma anche saggio e trattato narrativo, racconto e investigazione a largo raggio sulla realtà storica meridionale. È una tipologia letteraria capace di farsi sguardo allargato sui vecchi e i nuovi conflitti (le «mutazioni») che nel corso del tempo intaccano il proprio vissuto insieme al territorio di provenienza, in un orizzonte etico e conoscitivo che in questo caso si lega produttivamente al tema dell’esilio e alle ragioni esistenziali del «dispatrio» (e del «ritorno»):</p>
<p>‘È impossibile non notare, in questa congiuntura di voci, almeno due fenomeni ricorrenti. Il primo è la lontananza: quasi tutti gli autori […] (io per primo) vivono la propria terra attraverso una distanza che, se da una parte toglie qualcosa alla conoscenza degli occhi, dall’altra può offrire allo sguardo dell’anima uno sguardo più acuto e dolente (c’entra la nostalgia? Forse, ma anche molto di più: il bisogno di emancipazione, la perdita dei legami, la ferita dell’esilio). È insomma, in molti casi, una letteratura apolide, anche quando esalta le proprie radici. Il secondo fenomeno riguarda la modernizzazione: nel resto del Paese, la trasformazione culturale e paesaggistica è avvenuta mediante una progressiva sostituzione degli scenari. Attraversando la Puglia, invece, è evidente la sovrapposizione, l’intreccio, la convivenza tra vecchio e nuovo, tra natura primitiva e un intervento umano così violento da essere già, in partenza, definibile degrado. In questa simultaneità […] c’è una rappresentazione del conflitto: conflitto sociale, ma anche interiore. Impossibile non vedere […] una potente metafora di quella coesistenza tra bene e male, tra il sublime e l’abbietto, tra la grazia e il peccato, a cui da sempre si radica il lavoro dello scrittore’[24].</p>
<p>Si direbbe che l’ipostasi meridiana dello «scambio» e degli «sconfinamenti» – vero e proprio slogan politico-culturale capace di straordinaria influenza presso le istituzioni culturali e nel senso comune, nella mentalità e nelle forme del conoscere di area neo-meridionale – trovi qui la sua declinazione più interessante (una possibile funzione politica): nella forma e nella formazione di alcune esperienze intellettuali e di certe scritture sfuggenti a troppo comode classificazioni, nelle quali l’attraversamento dei generi e dei linguaggi, degli stili e dei modelli culturali (la qualità letteraria di marca sperimentale) si fa esercizio critico-conoscitivo di decifrazione dell’esistente.</p>
<p>La tipologia del romanzo di formazione (di «iniziazione»), ad esempio, che percorre la narrativa di Lagioia e D’Amicis, in un viaggio a ritroso nelle Puglie degli ultimi decenni[25], convive con una pluralità considerevole di generi adoperati: epica e favola pulp, apocalittica o allegorica, satira sociale e «poema cavalleresco». È una letteratura «debordante», al di là dei confini tradizionali di pertinenza, nei continui cambi di registri, tra dissonanze e lirismi, tragico e grottesco, nell’espressionismo nitido e pietoso dell’uno, ovvero nella scrittura più mentale, analitica e prolissa di Lagioia.</p>
<p>E piega le ragioni dello stile all’istituzione di forme nuove e inedite, riconducibili a un’idea (politica) di romanzo storico sul presente, a un lavoro intellettuale che intreccia con maturità e rigore la scrittura narrativa all’attività saggistica e all’intervento culturale[26]. Qui la microstoria e i riflessi del vissuto autobiografico dialogano e si misurano con le ferite del tempo e con le esistenze anonime di figuranti o comparse; i destini individuali si collegano alle parabole dei blocchi sociali e agli snodi dell’immaginario e della storia culturale (gli anni Settanta-Ottanta), che segnano le origini delle mutazioni della società meridionale contemporanea – (ri)vissuta, per certi versi, come laboratorio o «metafora» dell’identità nazionale, della storia italiana attuale.</p>
<p>«La scrittura in provincia dovrebbe assomigliare a filo spinato, leggerla dovrebbe far male come se la mano stringesse il filo spinato e l’accompagnasse»[27]. A essere chiamata in causa è un’idea di letteratura intesa come esperienza e produzione intellettuale – da contestualizzare all’interno delle istituzioni culturali e della storia sociale – che diffonde in termini comunitari un’immagine storica, e perciò conflittuale, del presente (dell’identità meridionale). Promuove o contiene i presupposti di metodo per un lavoro critico di conoscenza storica del reale, che vale come orizzonte di un sapere alternativo alle innumerevoli metamorfosi che, anche sul piano della costruzione e del «consumo» identitario, assume l’immarcescibile pensiero debole nella cultura italiana contemporanea: «L’autonomia della cultura, del pensiero che si fa debole per predicare un mondo senza contraddizioni, sembra del tutto funzionale alla crisi non critica dell’attuale organizzazione della società»[28].</p>
<p><strong>NOTE<br />
</strong></p>
<p>[1] Cfr. la recente messa a punto proposta da F. Cassano, <em>Tre modi di vedere il Sud</em>, Bologna, Il Mulino, 2009.</p>
<p>[2] M. Foucault, <em>Archeologia e storia delle idee</em>, in Id., <em>L’archeologia del sapere</em>, Rizzoli, p. 183.</p>
<p>[3] Ivi, p. 181.</p>
<p>[4] Ivi, p. 184.</p>
<p>[5] Ivi, p. 181.</p>
<p>[6] Cfr. il brillante e acuto lavoro di N. Moe, <em>Un paradiso abitato da diavoli. Identità nazionale e immagini del Mezzogiorno</em>, Napoli, L’Ancora del Mediterraneo, 2004.</p>
<p>[7] Cfr., come d’esempio, D. M. Pegorari, <em>Les barisiens. Letteratura di una capitale di periferia</em> (1850-2010), Bari, Stilo editrice, 2010.</p>
<p>[8] Mi riferisco agli studi di Carlo Dionisotti e alle attività dell’Aislli (Associazione Internazionale per gli Studi di Lingua e Letteratura Italiana), a partire dal convegno su Culture regionali e letteratura nazionale tenuto a Bari nel 1970.</p>
<p>[9] Sugli esiti conflittuali negli anni Settanta (e oltre) delle ricerche intorno alle tradizioni popolari (sul «rumore» di fondo e il clima di quegli anni), si leggano le annotazioni di Diego Carpitella, <em>La musica di tradizione orale</em> (folklorica): «Il folk-revival: movimento nato, forse, con “buone intenzioni” ma trasformatosi, lungo la strada, divenendo ossequiente alla logica dei profitti e dei consumi. Il folk-singer si presenta come un intermediario (o sensale) di cultura, tra quella egemone e quella popolare. […] Questi intermediari e sensali di cultura […], nella loro ansia apparentemente disinteressata di divulgare la “voce del popolo”, organizzano sommari safari etnofonici, durante i quali con il magnetofono depredano, a fine settimana, paesi e paesini, per poi ri-fare, ipso facto, quello che hanno ascoltato, e consumarlo “nel giro” dei mass-media» (in <em>Ricerca e catalogazione della cultura popolare</em>, Roma, Ministero per i Beni Culturali e Ambientali – Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, 1978, pp. 18-20, p. 19).</p>
<p>[10] Cfr. G. Crainz, <em>Autobiografia di una Repubblica. Le radici dell’Italia attuale</em>, Roma, Donzelli, 2009.</p>
<p>[11] F. Cassano, <em>Tre modi di vedere il Sud</em>, cit., p. 17 e p. 65.</p>
<p>[12] È il caso di richiamare il lavoro di ricognizione compiuto da Pier Vittorio Tondelli (in particolare sulle province italiane) nel corso del suo <em>Un weekend postmoderno. Cronache dagli anni Ottanta</em>, Milano, Bompiani, 2001 (1990).</p>
<p>[13] Per un’analisi degli esiti sociali e strutturali relativi a quella stagione di finanziamenti europei: «Nonostante la tardiva presa di coscienza, intorno agli anni Ottanta, delle grandi potenzialità del nostro mezzogiorno […], i molti cantieri aperti attraverso le ingenti risorse finanziarie messe a disposizione delle regioni del Sud e delle Isole dai fondi strutturali europei – in particolare nell’ambito del Quadro Comunitario di sostegno 2001-2006 – pur con determinati esiti molto positivi, non hanno ancora prodotto risultati di rilievo, riscontrabili con criteri obbiettivi, in termini di riequilibrio generale. […] Si conferma quindi lo scandalo di un’Italia meridionale da sempre fucina di talenti e di innovazione […], e incapace di trattenere i suoi artisti dando loro adeguate possibilità di lavoro in quello stesso settore in cui eccellono, tanto da costringerli in buona parte ad emigrare», C. Bodo, <em>Lo sviluppo culturale del Mezzogiorno: il ritardo in cifre</em>, in “Economia della cultura”, 2, 2009, p. 168 e p. 178.</p>
<p>[14] F. Cassano, <em>Tre modi di vedere il Sud</em>, cit., pp. 50-52. Che fa riferimento, in una costellazione di autori e pensieri di diversa estrazione, ai lavori di ambito post-colonialista di D. Chakrabarty, <em>Provincializzare l’Europa</em> (2004); J. Goody, <em>Il furto della storia</em> (2008), fino alle teorie sulla decrescita di Serge Latouche che iniziano a circolare in Italia proprio durante gli anni Novanta.</p>
<p>[15] Cfr. <em>Luna nuova. Scrittori del sud</em>, a cura di G. Fofi, Roma, Argo, 1997; <em>Sporco al sole</em>, a cura di G. Cappelli, M. Trecca e E. Verrengia, Nardò (Le), Besa, 1998 (2007).</p>
<p>[16] In un percorso che inizia su scala globale a partire dagli anni Sessanta e nell’accezione di A. D. Smith, <em>Il revival etnico</em>, Bologna, Il Mulino 1984 (1981): «Tramontata la grande stagione dei movimenti, l’etnicità si ripresenta come ideologia delle classi medie che, soprattutto negli ambienti accademici, aspirano alla promozione sociale; o nella forma della disseminazione di rivendicazioni e conflitti spesso privi di reale antagonismo sociale e di progettualità politica; ovvero nella variante edulcorata di “etnico è bello”, cioè un pluralismo culturale all’acqua di rose che ancora una volta maschera la gerarchizzazione sociale, l’accesso ineguale alle risorse e al potere, la virulenza del razzismo», R. Gallissot, M. Kilani, A. Rivera, <em>L’imbroglio etnico</em>, Bari, Dedalo, 2007 (1997), p. 146.</p>
<p>[17] Dentro una vasta bibliografia (anche di ambito locale) che riflette sul fenomeno salentino, si segnala, tra gli altri contributi, l’interessante ottica interpretativa proposta da G. Pizza, <em>Politic of memory in 2001 Salento. The re-invention of tarantism and the debate on its therapeutical value</em>, in “AM. Rivista della società italiana dell’antropologia medica”, 13-14, 2002, pp. 223-236.</p>
<p>[18] Si rimanda a D. Carmosino, <em>Uccidiamo la luna a Marechiaro. Il Sud nella nuova narrativa italiana</em>, Roma, Donzelli, 2009; e alle progressive messe a punto di F. La Porta: da <em>Narratori di un Sud disperso</em>, Napoli, L’Ancora del Mediteraneo, 2000; alla recente antologia <em>È finita la controra. La nuova narrativa in Puglia </em>(a cura di), Lecce, Manni, 2009: «Al di là di ogni enfasi si tratta di un processo reale che interessa le arti, la letteratura, il sapere tutto, e che va nella direzione, sottolineata dal sociologo Franco Cassano, di una “pugliesità mediterranea”, di una identità regionale aperta a traffici e scambi con il Sud dell’Europa (come mostrano, tra l’altro, anche i recenti romanzi di Raffaele Nigro, melfitano poi “baresizzato”», p. 9.</p>
<p>[19] Cfr. C. D’Amicis, <em>La letteratura apolide di noi pugliesi lontani dalla nostra terra</em>, in www.affaritaliani.it (26 ottobre 2009): «Non amo che gli scrittori si riconoscano in manifesti più o meno programmatici: anche quando non c’è malizia […], in certe operazioni mi pare di riconoscere una determinazione a prendere posizione, a definirsi, o addirittura a storicizzarsi, che poco ha a che fare con la precaria e magmatica ricerca identitaria che, per me, è alla base dello scrivere».</p>
<p>[20] Mi riferisco per semplificare al romanzo di M. Desiati, <em>Il paese delle spose infelici </em>(Milano, Mondadori, 2008) e al film di S. Rubini, <em>L’uomo nero</em> (2009): «Torno sempre a girare in Puglia perché è il teatro di posa che conosco meglio e lì mi viene più facile inscenare anche quel che ho pensato ed è successo altrove», &#8220;Rubini: un film per chiudere i conti con mio padre, intervista con E. Marrese&#8221;, in “Il Venerdì – La Repubblica”, 27 novembre 2009, p. 70.</p>
<p>[21] E. Monreale, <em>L’invenzione della nostalgia. Il vintage nel cinema italiano e dintorni</em>, Roma, Donzelli, 2009, p. 3 e p. 11.</p>
<p>[22] F. Cassano, Tre modi di vedere il Sud, cit., p. 71.</p>
<p>[23] A. Leogrande, <em>Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud</em>, Milano, Mondadori, 2008; <em>Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali</em>, Roma, Fandango Libri, 2010 (Napoli, L’Ancora del Mediterraneo, 2003) – ma si rinvia anche alla sua attività di scrittore-giornalista (di «scrittore-intellettuale») spesa su riviste e quotidiani (da “Lo Straniero” al “Corriere del Mezzogiorno”).</p>
<p>[24] C. D’Amicis, <em>La letteratura apolide di noi pugliesi lontani dalla nostra terra</em>, cit.</p>
<p>[25] Alludo ai romanzi di N. Lagioia, da <em>Occidente per principianti</em>, Torino, Einaudi 2004, a <em>Riportando tutto a casa</em>, Torino, Einaudi, 2009; e di C. D’Amicis, <em>La guerra dei cafoni</em>, Roma, Minimum Fax, 2008, fino al recente <em>La battuta perfetta</em>, Roma, Minimum Fax, 2010.</p>
<p>[26] Mi riferisco anche qui all’attività di «scrittori-intellettuali», non superficiale né di routine, che D’Amicis e Lagioia svolgono in parallelo alla scrittura narrativa, con interventi e lavori su stampa, radio, quotidiani e periodici.</p>
<p>[27] M. Magliani, Provincere o morire, in www.nazioneindiana.com, 28 maggio 2010.</p>
<p>[28] A. Leone de Castris, <em>Un’idea della cultura del Novecento</em>, cit., p. 174.</p>
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		<title>AKIRA e i cari vecchi buoni Anni Ottanta</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Dec 2010 12:07:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Luigi Santoro. Negli anni ’80, in un momento in cui in Italia come nel resto dell’Europa  la cultura dei manga e degli anime non era ancora un fenomeno diffuso ma si conoscevano caso mai le simpatiche storie di qualche vecchio robottone o di qualche anime sportivo, un giovane autore di fumetti proveniente della città [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-2377" title="akira" src="http://www.noaweb.it/public/akira-300x245.jpg" alt="akira" width="192" height="156" /></strong></em>di <em><strong>Luigi Santoro</strong></em>. Negli anni ’80, in un momento in cui in Italia come nel resto dell’Europa  la cultura dei manga e degli anime non era ancora un fenomeno diffuso ma si conoscevano caso mai le simpatiche storie di qualche vecchio robottone o di qualche anime sportivo, un giovane autore di fumetti proveniente della città giapponese di Hasama, Katsuhiro Otomo, dava vita ad una “pioneristica” serie a fumetti che di lì a poco avrebbe dato un contributo fondamentale all’affermazione dei manga e all’animazione giapponese in tutto il Mondo. La serie venne chiamata AKIRA.<span id="more-2376"></span></p>
<p>Otomo ebbe il merito di trasmettere una storia emozionante non solo con l’uso delle parole (sua ad esempio l’idea di inserire nelle celebri nuvolette dei dialoghi effetti sonori), ma anche rendendo altamente realistiche le scene, tanto da far immedesimare il lettore nel personaggio. Una peculiarità dell’artista fu anche quella della progettazione meccanica e del dettaglio, così realistici da fargli ottenere una grossa popolarità. Come non citare la celebre <em>Kaneda-bike</em>, divenuta un piccolo &#8220;cult&#8221;, che ha spinto a produrre numerosi progetti per realizzarne una replica a grandezza naturale&#8230;</p>
<p>Il lavoro di Otomo inizia  ad essere pubblicato nel Dicembre del 1982 su una celebre rivista giapponese chiamata &#8220;Young Magazine&#8221;. Attraverso la stesura di più di duemila tavole, rigorosamente autoprodotte ed in bianco e nero,  Otomo dà inizio ad un genere fantascientifico post-apocalittico, forte della rivoluzione cyberpunk di quegli anni con film come Blade Runner e Interceptor, innovando e raggiungendo le vette mondiali del “genere” e una popolarità a livello internazionale. La serie ottenne il consenso dalla critica occidentale e per Otomo la definitiva consacrazione arrivò quando nel 1988 si recò a New York, negli uffici della MARVEL, per discutere con Archie Goodwin – l’allora editor a capo della divisione editoriale “Epic” – per la prima edizione di Akira in inglese. I due però si rendevano perfettamente conto che il lettore americano non era ancora pronto ad un genere così nuovo e completamente in bianco e nero. Il problema fu risolto interpellando il miglior colorista sulla piazza di quel momento, un certo Steve Oliff che dopo aver dato visione al grande lavoro compiuto dal “maestro” nipponico, comprese che i tradizionali colori piatti non sarebbero stati adatti. La soluzione trovata fu di impiegare la colorazione computerizzata, grazie alla quale Akira, non solo divenne un manga di successo negli Stati Uniti, ma suggerì nuove orizzonti alla colorazione dei comics.</p>
<p>Akira venne tradotto in oltre 11 lingue e fu stampato in migliaia di copie. In Italia fu pubblicato in due edizioni, entrambe con i disegni capovolti orizzontalmente per consentirne la lettura &#8220;alla occidentale&#8221;, con l’unica pecca che &#8211; fallendo la Glènat Italia, la divisione ufficiale italiana della casa francese di Jacques Glènat &#8211; l’opera rimase incompiuta e bisognò attendere due anni e mezzo per leggere gli ultimi capitoli della saga. Il passo fondamentale della consacrazione dell’opera di Otomo fu agli inizi degli anni ’90 la trasposizione cinematografica. Il film, più di qualunque altro capolavoro di animazione, divenne un colossal tanto da far costituire per la sua onerosa realizzazione (ben un miliardo di yen)  la “AKIRA Committee”, sotto il cui marchio furono inserite le maggiori compagnie di animazione giapponese: Bandai, Laser Disc Corporation, Tokyo Movie Shinsaha e molte altre. Molto apprezzata da Otomo fu anche la scelta della colonna sonora affidata alla “Geinoh Yamashirogumi”, un mix di percussioni tradizionali nipponiche miscelate con effetti digitali che accompagnano tutto il lungometraggio provocando un forte impatto visivo delle immagini. Per chi ha letto il fumetto, l’unica nota negativa è stata la trama del film, quanto mai di difficile comprensione. Ma qualcuno di voi oggi dopo aver visto l’intera saga di LOST saprebbe spiegarne il finale?</p>
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		<title>Quell&#8217;ultima Onda che fa trattenere il fiato a chi crede nel &#8220;Movimento&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Dec 2010 15:51:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Claudia Attolico*. Quest&#8217;anno abbiamo intenzione di tornare a parlare del movimento studentesco. Di cosa è stato ed ha rappresentanto per l&#8217;Italia dalla fine degli anni Settanta ai giorni nostri. Tanto più che in queste feste decembrine, e in tutte le città italiane, i giovani sono tornati in piazza, e sui tetti, per far sentire [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2524" title="onda" src="http://www.noaweb.it/public/onda.png" alt="onda" width="200" height="91" />di <em><strong>Claudia Attolico</strong></em>*. Quest&#8217;anno abbiamo intenzione di tornare a parlare del movimento studentesco. Di cosa è stato ed ha rappresentanto per l&#8217;Italia dalla fine degli anni Settanta ai giorni nostri. Tanto più che in queste feste decembrine, e in tutte le città italiane, i giovani sono tornati in piazza, e sui tetti, per far sentire la loro voce, anche attraverso forme di protesta che pensavamo di aver dimenticato. Da dove nasce l&#8217;opposizione alla riforma Gelmini e perché &#8211; al di là delle cose universitarie &#8211; può essere letta come la spia di un disagio sociale più ampio e che permea a tutti i livelli la società italiana? Cerchiamo di capirlo nelle parole di una studentessa fuorisede, che ha scelto Torino per completare il suo percorso formativo, ed ha partecipato in prima persona al movimento dell&#8217;Onda.<span id="more-2517"></span></p>
<p>Solita protesta? Soliti giovani? Solito spirito instancabilmente conservatore e irrazionalmente contestatore? E’ consuetudine fin troppo radicata liquidare con abusati cliché i movimenti di lotta giovanile, forse anche per non prendersi la briga di scoprire le ragioni di chi protesta. Un magma indistinto e rovente di voci sovrapposte, ognuna con qualcosa da dire, ciascuna con diritti da vendicare. Se solo si fosse in grado di ascoltare.</p>
<p>Perché non è vero che gli studenti altro non sono che una massa di acritici conformisti che si lascia strumentalizzare supinamente da personalità preponderanti, o da forze politiche. Non è vero che perseguono unicamente il manifestare per il gusto di manifestare, e magari col solo scopo di prendersi una breve ma meritata vacanza. Dovrà ricredersi l’esercito di disfattisti affetti da diffidenza cronica e pressapochismo congenito– ministri e politici compresi.</p>
<p>Studenti: accusati di strumentalizzare, e di essere strumentalizzati. Difesi da alcuni, attaccati da altri. Salutati come nuovi sessantottini in un clima di malcontento diffuso, o etichettati come irriducibili bastian contrari. Ad un occhio attento e scevro da preconcetti, però, non sarà certo sfuggito un guizzo di novità che allontana ogni critica di superficialità e penuria di contenuti. In questa serrata protesta contro la riforma del Ministro Gelmini ci sono caratteri, espressioni, idee del tutto nuove, che fanno pensare ad un vero interesse nell’organizzazione di una mobilitazione seria ed organica. Non solo e non più le stanche occupazioni dagli slogan vetusti. Stavolta il leit-motiv della protesta è la parola futuro.</p>
<p>Casca male la riforma dell’istruzione in quest’anno di scandali e tribolazioni, alla fine di un biennio di instabilità che ora è sull’orlo del baratro. Si è incuneato in tutti, anche e soprattutto nei giovani, un sentore di inquietudine e insicurezza per il proprio futuro. Gli studenti, dagli universitari ai liceali, hanno preso coscienza della loro precarietà – metaforica, ancor prima che diventi lavorativa – e hanno deciso che così non va. E’ impensabile che un paese non punti sui giovani, sulla loro realizzazione professionale, sulla sicurezza lavorativa e sulla stabilità economica. Si parla sempre più spesso di flessibilità, di contratti a progetto: tutte perifrasi che non celano altro che una prospettiva di vita tristemente segnata da incertezze.</p>
<p>Uno striscione a Torino, dove è stata occupata per quasi un’ora persino la stazione di Porta Nuova, recita “se ci bloccano il futuro, noi blocchiamo la città”; un altro a Napoli, ironicamente, parla di “delitto allo studio”; gli studenti romani indossano delle t-shirt con la scritta “senza ricerca non c’è futuro”. Le notti dell’occupazione si passano sui tetti delle facoltà, ad urlare le proprie ragioni, a difendere con le unghie e con i denti la cultura e il diritto allo studio. Il 25 novembre sono stati occupati alcuni tra i monumenti storici più importanti d’Italia: la Torre di Pisa, la Mole Antonelliana e il Colosseo. Un gesto forte che ribadisce con vigore l’opposizione alla legge da parte di studenti delle scuole superiori, universitari, ricercatori e docenti.</p>
<p>Costruttive e inconsuete sono state anche le proteste degli studenti delle scuole superiori. I ragazzi sono usciti dalle scuole, sono andati in giro tra la gente, hanno bloccato strade, traffico, mezzi, per far sentire che ci sono. Per far capire alla gente che se gli si impedisce di pensare in prospettiva, qualcuno deve aiutarli. Originale a Bari la scelta di diverse scuole, che da settimane protestano organizzando dei flash mob. Si ritrovano tutti nella via principale del centro, si accovacciano a terra formando un tappeto umano, mentre altri vanno giro chiedendo ai passanti degli spiccioli per la scuola pubblica. Non può non destare curiosità e meraviglia vedere questo gruppo di ragazzi che gira per le strade bloccando il vuoto e trascinato passeggio natalizio.</p>
<p>I modi e i tempi della protesta sono cambiati, più di cinquanta atenei sono in sciopero, migliaia di studenti sono scesi in piazza, hanno organizzato assemblee, luoghi di incontro e confronto, urla di dissenso ragionate. Gli anni delle occupazioni pre-natalizie, stanche e ripetitive, sembrano passati. Anni di false rivendicazioni, che hanno creato una serie di pregiudizi difficili da sradicare. Ma le generalizzazioni sono sempre poco produttive.</p>
<p>Per farsi sentire bisogna stupire, bisogna inventare qualcosa di innovativo e anticonvenzionale, che faccia parlare e riflettere. Come il fantoccio appeso ad un filo col rischio di cadere nel vuoto alla facoltà di Architettura in Piazza Borghese, che porta una maglia con su scritto “no ai tagli”. E, naturalmente, come gli studenti e i ricercatori arroccati sui tetti delle università d’Italia giorno e notte, a testimoniare il loro no deciso alla riforma: “siamo sull’orlo del baratro per l’istruzione pubblica – denunciano da Roma ad una voce studenti UDU, ricercatori della Rete 29 Aprile e dell’associazione Ricercatori precari &#8211; proprio come noi sopra questo tetto”.</p>
<p>Quando si scende in piazza, però, si corre spesso il rischio che le manifestazioni assumano toni violenti. Più volte da parte delle pubbliche istituzioni è stato paventato il rischio che queste agitazioni potessero provocare esclusivamente danni alle strutture, o peggio, alle persone: l’allarmismo preventivo è il pane quotidiano di certa scettica parte politica. Ma la maturità della protesta si è vista anche in questo. La linea tra diritto a protestare e infrazione della legge, in questi casi è molto labile, e si incappa facilmente nel pericolo di veder sminuita e strumentalizzata la protesta, tacciati di rivoluzionarismo cieco e ostinato. Ma stavolta nulla è stato danneggiato. Anzi, in qualche caso la violenza delle forze dell’ordine si è rivelata eccessiva ed ingiustificata.</p>
<p>Il climax di manifestazioni ha raggiunto il suo apice nelle riunioni di studenti nella Capitale. Le proteste hanno bloccato e circondato tutto il centro della città, fino anche alla stazione Termini, con l’obiettivo di arrivare nel cuore stesso delle decisioni: i palazzi del potere. Il 24 novembre, dopo giorni di tensioni, gli studenti hanno tentato di entrare a Palazzo Madama, sede del Senato, e poi a Palazzo Grazioli, residenza del Premier Silvio Berlusconi. I tentativi, però, sono stati bloccati dall’azione intransigente di corpi di polizia in tenuta anti-sommossa, macchine blindate e camionette.</p>
<p>Sembrerà un po’ forte l’accostamento, in questi giorni più volte rievocato, agli anni bui del G8 di Genova, ma di fatto il clima di tensione simile. E anche la Zona Rossa progettata per arginare e ridurre gli spazi di espressione della contestazione lo è. Oggetti lanciati contro macchine e negozi, le uova, i fumogeni, le manifestazioni di forza, gli scontri frontali, i feriti. E se non si sta attenti ci scappa anche il morto.</p>
<p>Era davvero necessario tornare a rivangare questi episodi del passato? E se a rievocarli sono gli stessi politici, quali effetti può avere sull’opinione pubblica?<br />
E’ stato proprio il Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, lo scorso 30 novembre, a denunciare la durezza del contrattacco alla manifestazione: “Una tenaglia militare ha assediato la capitale. Un paesaggio lunare, un’immagine che ricorda altre epoche e altre capitali. Roma blindata, sequestrata dalle forze dell’ordine, come se dovesse essere invasa da un esercito di brigatisti”. Rievocando persino, ad intensificare la propria idea, il fantasma di Pinochet: “a una generazione che reclama nello studio il diritto al futuro, si risponde con i mezzi cingolati, con la repressione, facendo di Roma una cartolina del Cile degli Anni Settanta”. E ancora, affonda la lama contro il Ministro degli Interni, colpevole, a suo avviso, di un atto gravissimo: aver trasformato la protesta in un problema di ordine pubblico.</p>
<p>Parole dure, profonde, di pungente denuncia al governo e ai suoi modi di reagire in tempi di crisi. Ma c’era da aspettarselo da lui, Nichi, l’abile oratore e l’irriducibile provocatore che qualche giorno prima di questa dichiarazione aveva palesato il suo appoggio ai giovani salendo sul tetto dell’Università a manifestare. A fornire un’interpretazione delle parole di Vendola è il sociologo Alessandro Del Lago: “Il governatore della Puglia esagera, ma fa il suo mestiere, si infila in un vuoto lasciato dal Pd anche se non credo che alla fine ci riuscirà. Trovo che la polizia italiana sia spesso incapace di gestire l’ordine pubblico, questo me lo lasci dire. E che i politici contribuiscano a diffondere un’isteria radicale: gli studenti lanciano qualche uovo e subito si parla di terrorismo, ‘atti di inaudita violenza’ secondo il Presidente Schifani e così via”.</p>
<p>In tempi di crisi si fa presto a cercare colpevoli e scaricare responsabilità, evocando scenari apocalittici e disastri politici. Ma questo fa davvero bene al Paese?<br />
Non sarà piuttosto, invece, un modo di fomentare le lotte, generando violenza, inasprendo i toni e scatenando polemiche? L’Italia è sul filo del rasoio, barcollante e ingenua, un po’ alticcia dopo le notti brave delle peggiori pagine di gossip politico. Si grida continuamente alla crisi e ci si sguazza contenti, si cerca di calmare i toni alzando ancora di più la voce, si prefigura un sicuro e vicino collasso. Ma la rabbia genera ira, la repressione scatena insurrezione, in un circolo vizioso di barbarie degenerativa.</p>
<p>Forse ora, però, è difficile tornare indietro. E la misure di sicurezza preventive contro gli scioperi delle masse studentesche finiscono di fatto per limitarne la libertà. Il diritto a manifestare diventa circoscritto a zone, giorni, ore e luoghi. La città è blindata, l’avvicinamento ai palazzi del potere  interdetto, le minacce arrivano giorni prima della manifestazione. Dov’è finita la democrazia?</p>
<p>Facile bersaglio da parte di chi si oppone, facile stendardo da parte di chi la porta a difesa dei diritti del cittadino. E così, in nome della democrazia, e in appoggio alla protesta, non solo Vendola ma anche altri politici sono saliti sui tetti con gli studenti. Da Bersani a Di Pietro – e fin qui, ce lo si poteva aspettare – criticati severamente dalla Gelmini: “così si rischia di legittimare gli eccessi. Non è una riforma targata politicamente, ma nata dalla condivisione del mondo universitario”. Peccato che il mondo universitario, per la maggior parte, non sia d’accordo.</p>
<p>Finché si parla di opposizione, tutto nella norma. Fatto sta, invece, che a guardare la città eterna dall’alto della facoltà di architettura ci sono saliti anche Della Vedova, Granata, e Flavia Perina di Futuro e Libertà. E qui sorge il dubbio che gli appartenenti al nuovo gruppo capitanato dal Presidente della Camera siano stati colpiti da schizofrenia galoppante, visto che solo qualche giorno dopo (il 30 novembre) hanno dichiarato il loro sì spassionato per l’approvazione la riforma. E se due più due fa ancora quattro, il salto logico è meno pindarico di quanto sembri.</p>
<p>La potenza mediatica dell’insurrezione studentesca non è sfuggita proprio a nessuno, e la perplessità che quello dei politici sia stato solo un modo fin troppo comodo di racimolare voti è fin troppo plausibile. Per questo gli studenti hanno diffidato da troppo entusiastici ringraziamenti, esternando evidenti dubbiosità: “i politici cavalcano il momento in vista della crisi di governo per farsi vedere dalle telecamere e apparire i tv accanto al movimento studentesco”. Strumentalizzazione, la parola più in voga degli ultimi tempi, tanto più perché la caccia al voto è ormai una guerra senza esclusione di colpi.</p>
<p>E se gli studenti sono certi, nel bene o nel male, di aver risvegliato le coscienze, la Gelmini liquida la mobilitazione di quasi centomila studenti in tutta Italia con un “niente di nuovo”. Eppure il Ministro dovrebbe aver realizzato che stavolta non è come le altre volte, e che si è creata un’ondata di dissenso seconda solo all’epico ’68. A rievocare la famosa ‘goccia che ha fatto traboccare il vaso’, utilizzando vetuste e forse banali metafore, in questo caso non si sbaglia. Università è sinonimo di futuro, e tagliare fondi, ancora, quando già guardiamo la classifica delle Università dei Paesi Ocse dal basso, è davvero intollerabile.</p>
<p>Tagli: senza dubbio la parola d’ordine delle manovre di governo degli ultimi anni. Un certosino lavoro di sartoria che ha messo in ginocchio tutti i settori economici della vita degli italiani. Questa volta si potrà forse parlare di taglio al futuro, senza correre il rischio di sembrare pessimisti. Niente soldi per l’Università, ancora meno fondi per la ricerca, riduzione ai minimi storici delle borse di studio per famiglie a basso reddito. Col taglio dei fondi per i finanziamenti ADISU (Agenzia per il Diritto allo Studio Universitario), solo il 20% degli aventi diritto ha ottenuto il rimborso delle tasse, mentre gli altri si sono dovuti accontentare della qualifica di “idonei non beneficiari”, ovvero quelli che ne avrebbero diritto ma di fatto non vedranno un solo quattrino. In molte regioni, come per esempio la Campania, sono state abolite anche le agevolazioni per la tessera dei mezzi pubblici. L’onere dei contributi universitari è tutto a carico degli studenti, e questo rende l’Università sempre meno accessibile e sempre più elitaria.</p>
<p>In una parola: privatizzazione. L’Università pubblica è un concetto che si fa sempre più rarefatto e progressivamente privo di significato. Il costo della retta annuale non scende mai sotto i mille euro, a cui ci sono da aggiungere costi di libri e dispense. Università per ricchi: a questo si arriverà, continuando di questo passo. Si può parlare di meritocrazia in questo caso? Piuttosto, verrebbe da dire, che si tratti questioni economiche, reddituali. L’istruzione è ancora un diritto, o sta diventando un lusso riservato a pochi?</p>
<p>Gli studenti non stanno zitti, si fanno sentire. Perché dalla disinformazione nasce l’ignoranza, perché meno se ne parla e meno si sa. Berlusconi dice che “gli studenti veri sono a casa a studiare. Nella piazze ci sono solo quelli dei centri sociali e i fuori corso”. Ma sa anche lui che non è vero, perché la maggior parte degli studenti è lì fuori a manifestare. Avere una coscienza critica non vuol dire non aver voglia di studiare. Al contrario: avere talmente tanta voglia di farlo, di realizzarsi, di credere in un domani, da saltare una lezione per cercare di cambiare le cose. Evitare di accettare supinamente un decreto che se diventasse esecutivo, così com’è, non causerebbe altro che ulteriori danni al Paese.</p>
<p>Le associazioni di studenti hanno messo a punto una riforma alternativa proprio perché il dissenso non è ingiustificato, e un’altra soluzione è possibile. L’Altrariforma, pensata, elaborata e proposta dai giovani è su www.wikisaperi.org e si articola in diversi punti. Assolutamente da leggere. Esemplare la postilla: ‘a differenza del ddl Gelmini, questo non è un testo sacro intoccabile, ma solo la prima tappa di un percorso di discussione ed elaborazione collettiva che vuole coinvolgere tutte le componenti dell&#8217;università’.</p>
<p>“Ridateci il nostro futuro” urlano gli studenti, perché adesso senza certezze, senza sogni, il futuro è nient’altro che utopia. Ma il futuro è utopico anche per chi un lavoro ce l’ha, e se ne vede privato. Diecimila i ricercatori in sciopero &#8211; quasi metà del totale &#8211; perché la riforma tocca anche loro. Il decreto, infatti, prevede che i ricercatori abbiano un contratto a tempo determinato di tre anni, rinnovabile per  tre anni e con una proroga di altri due. Al termine di questi otto anni, se superano il concorso diventano effettivi, altrimenti possono dire addio alla loro carriera universitaria. Una stretta di mano e tante grazie per la collaborazione.</p>
<p>Negli intenti del Ministro questa misura servirebbe a dare dignità al lavoro del professore associato che, ad oggi, pur essendo effettivamente precario, svolge molti dei compiti di competenza dei professori. Il 40% delle lezioni universitarie vengono tenute proprio da ricercatori, e la loro assenza, come si è visto in questi mesi, crea enormi disagi. Senza tralasciare il fatto che i ricercatori, in quanto tali, dovrebbero fare ricerca. Ma si da il caso che fondi non ce ne siano, e con i nuovi tagli di questa riforma, ce ne saranno sempre meno.</p>
<p>Regolamentare competenze e stabilire modalità di accesso alla professione di ricercatore non è un presupposto sbagliato, ma permettere che dopo anni di lavoro ci si possa dover trovare a ricominciare da zero è una reale ingiustizia. In altri termini, e senza indorare la pillola – non sarà certo un annunciato aumento dello stipendio da 1200 a 1800 euro a cambiare la realtà delle cose &#8211; una condanna al precariato a vita.</p>
<p>I modi della protesta hanno allarmato e mobilitato tutt’Italia, Ma c’è chi, all’estero, è pronto a far valere le proprie ragioni con ancor maggiore veemenza. Esemplare il caso della Gran Bretagna. Quando infatti il governo britannico ha decretato l’aumento delle tasse universitarie del 300%, da 3000 a 9000 sterline l’anno, gli studenti sono insorti e hanno manifestato nella capitale. La protesta portata avanti da cinquantamila studenti, inizialmente pacifica, è terminata violentemente con l’assalto alla hall della Millbank Tower, sede della parte politica dei Tory. Ma le rivendicazioni non si sono fermate qui, e il 9 dicembre gli studenti hanno circondato e assalito la Rolls Royce del Principe Carlo e sua moglie Camilla: solo l’ultimo episodio di una giornata densa di scontri e scorribande nel centro della città. La situazione diventa ancor più preoccupante considerando che per sedare gli insorti c’è voluto l’intervento della polizia a cavallo, misura che non veniva adottata dal 1984. In quell’anno i minatori insorsero contro la volontà dell’allora Primo Ministro del Regno Unito Margaret Thatcher di chiudere alcune miniere.</p>
<p>La rievocazione, in questo caso, non è casuale. Sì perché questa riforma del governo Cameron ha proprio il sentore degli intransigenti tagli all’istruzione thatcheriani del ‘70, duri ed inflessibili, senza diritto di replica. E così gli studenti, davanti a questa prevaricazione, per ribellarsi non hanno trovato altra valvola di sfogo che la violenza.</p>
<p>Ecco cosa racconta uno studente inglese, testimone in prima persona degli episodi delle ultime settimane: “Non ho tirato pietre né spaccato vetrine, in via di principio sono contrario alla violenza, ma abbiamo marciato tante altre volte e ottenuto solo dei modesti trafiletti sui giornali, mentre stavolta, grazie al casino che è scoppiato, tutte le tivù e i giornali parlano di noi”. Ciò che accade quando con le buone maniere non si riesce ad ottenere nulla.</p>
<p>Si possono confrontare queste due reazioni al cambiamento, quella italiana e quella britannica? La differenza sta nel fatto che in Gran Bretagna il governo non si fa scrupoli non semplicemente ad aumentare, ma addirittura a triplicare le tasse universitarie. Mentre in Italia l’Università è – per ora – pubblica, e deve quindi dare ragione ai cittadini degli aumenti, sempre tenendo ben presente quel diritto fondamentale che è l’istruzione. Vista da questa prospettiva potremmo addirittura considerarci fortunati, di fronte ad un aumento importante ma non esorbitante delle tasse, e ad una relativa disposizione all’ascolto da parte delle istituzioni, dato che a mesi dalla proposta, la legge non è ancora stata approvata.</p>
<p>Ma è effettivamente questa la chiave di volta? A volte ci si sente impotenti, come se le parole perdessero di significato e le azioni venissero costantemente svalutate dai fatti.  Tutti attendevano, impazienti e trepidanti, la data del 14 dicembre. Per qualcuno il giorno della verità, per altri il trionfo delle conferme. Di fatto, l’occasione per conoscere le sorti dell’Italia ed anche di questa riforma. Gi studenti, in fondo fiduciosi, avevano riposto tutte le loro speranze ed aspettative sul voto di sfiducia al governo Berlusconi. Se il governo, come era legittimo supporre, fosse stato sfiduciato in Parlamento il decreto Gelmini avrebbe trovato il suo stop, e ci sarebbero state le basi per un nuovo incipit riformatore.</p>
<p>Ecco perché, muniti di striscioni e spirito combattivo, da tutt’Italia si sono dati appuntamento a Roma per il round finale. Il nervosismo è alle stelle, oltre agli studenti per le strade ci sono anche coloro i quali manifestano contro il governo, sperando che ottenga la sfiducia. Come sempre in queste situazioni, ai manifestanti pacifici si uniscono i facinorosi muniti di bombe carta e fumogeni. Le misure preventive bloccano l’intero centro cittadino, il rischio di veder degenerare la situazione è altissimo. Sembra di tornare a quel 2001 di terrore, di cieca e cocciuta brutalità.</p>
<p>“Studenti in rivolta, la fiducia non ferma la lotta” denuncia uno striscione a inizio mattinata. Tra le centomila persone giunte a Roma ci sono anche migliaia di universitari. La loro protesta è costruttiva fino in fondo, sfilano in prima fila studenti dei cosiddetti book block, ragazzi che portano al collo degli ‘scudi letterari’. Sono lì a dire che per proteggere i propri diritti non c’è bisogno di violenza, ma bastano le copertine di classici famosi e la forza della cultura.</p>
<p>Ma alla fine il peggio non ci è stato risparmiato: la manifestazione è degenerata, e nel peggiore dei modi. Bombe carta, fumogeni, sassi contro le camionette della polizia, spranghe contro le vetrine dei negozi, macchine distrutte, incendi per le strade. La polizia risponde con i lacrimogeni, l’intera capitale è nel panico. Le televisioni riprendono tutto in diretta, in questo disastro sarà difficile individuare responsabilità, ma anche molto facile strumentalizzare e stigmatizzare atteggiamenti e rivalse.</p>
<p>Ci si concentra sui possibili mandanti, alcuni quotidiani prospettano la possibilità che tra i fautori dei danneggiamenti ci siano addirittura degli infiltrati delle forze dell’ordine. C’è una guerra al massacro, in Parlamento e fuori.  La produttività di una protesta portata avanti con i migliori propositi, con convinzione e risolutezza, basata su una vera ideologia alla ricerca di un’alternativa, finisce così per essere accantonata e considerata alla stregua di altre sterili rappresaglie. Lo sforzo nel trovare nuovi modi di espressione, fatti di collaborazione e di cultura, col solo obiettivo di rendere l’università italiana migliore e accessibile a tutti, rischia di passare in sordina a causa di grossolani e sconfortanti atti di guerriglia urbana.</p>
<p>La decisione, comunque, è ancora rimandata. Un’altra settimana di Passione per conoscere una verità che ormai si prospetta tristemente scontata. Il 22 dicembre la votazione definitiva del decreto porta con sé un patema d’animo pregno d’angoscia, ancora fortemente scottato dalle immagini delle ultime manifestazioni. Presidio di forze dell’ordine raddoppiato, Zona Rossa asserragliata, tenuta antisommossa per evitare che gli studenti potessero causare disordini e scompigli. Ma le strumentalizzazioni sono state fin troppe e questa volta tutto è andato secondo i piani: gli scioperi sono rimasti ben lontani dalle zone calde della Capitale. Stavolta, però, gli studenti hanno chiesto di essere ricevuti dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Una rappresentanza di loro ha raggiunto il Quirinale per parlare con la più alta carica dello Stato e spiegare le proprie ragioni.</p>
<p>L’entusiasmo iniziale è stato però presto smorzato dalla decisione avvenuta solo qualche ora dopo in Parlamento. La riforma è stata approvata, il decreto Gelmini è diventato legge e nel giro di qualche mese diventerà effettivo.</p>
<p>Da qui a pensare che tutta questa fatica, l’impegno, la passione e la fantasia nel cercare di immaginare un futuro diverso sia stato del tutto inutile, il passo è breve. Ma si ha come l’impressione che qualcosa sia cambiato. Che sia stato piantato il germe della rivoluzione, e che ora il cambiamento sia possibile. La lotta continua e non finisce qui. Qualcuno ha detto che i giovani sono il futuro, ma bisogna fare in modo che ce l’abbiano.</p>
<p><em><strong>(Claudia Attolico è Junior Research di Questioni di Frontiera)</strong></em></p>
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		<title>Questioni di Frontiera partecipa all&#8217;Italia Camp</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Dec 2010 15:02:01 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2412" title="telemaco-e-mentore1-249x300" src="http://www.noaweb.it/public/telemaco-e-mentore1-249x300.jpg" alt="telemaco-e-mentore1-249x300" width="120" height="150" />&#8220;Questioni di Frontiera&#8221; partecipa <a href="http://www.italiacamp.it/"><strong>all&#8217;Italia Camp</strong></a>, il progetto della presidenza del consiglio dei ministri per nuove idee in grado di cambiare l&#8217;Italia. Si chiama <strong>&#8220;L&#8217;AIO&#8221;</strong>, la nostra idea per diffondere le attività e i servizi di <strong>Education Consulting</strong> in Italia. Abbiamo scelto di partecipare all&#8217;Italia Camp perché è un&#8217;esperienza che s&#8217;ispira alla metodologia del &#8220;BarCamp&#8221;: un confronto per condividere e apprendere in un ambiente aperto, attraverso una platea allargata di partecipanti. Chiunque nei barcamp può “salire in cattedra”, proporre un argomento e parlarne agli altri, con lo scopo di favorire il libero pensiero, la curiosità, la circolazione e la diffusione delle idee. Un happening, insomma, che probabilmente chi ha partecipato ai seminari di QF sulla frontiera e l&#8217;identità, ricorda bene. <strong>P.S. Non sapete chi era l&#8217;AIO?<span id="more-2411"></span></strong></p>
<p>L’AIO era il nome del precettore di Telemaco nell’Odissea di Omero. Il “mentore” protagonista della cultura rinascimentale, figlio dell’idea di tolleranza che percorre l’opera di Erasmo da Rotterdam e giunge fino alle parodie di epoca pre-illuminista, con i romanzi di Fenelon. Crediamo che ai giovani del nostro Paese serva soprattutto questo, un esempio, un metodo, come quello offerto da Socrate ad Alcibiade. Vogliamo spingere i “talenti” italiani a farsi avanti, aiutarli a darsi “un’etica del sé”, della “cura di sé” come pratica di libertà. La nostra idea è riproporre un modello di insegnamento plurisecolare, quello italiano, che affonda le sue radici nel mondo antico.<!--more--></p>
<p><strong>L’AIO è la nostra “idea per l’Italia”.</strong> L’AIO nasce dai seminari svolti da Questioni di Frontiera nel biennio 2009-2010 d’accordo con alcune università italiane, in particolare la Facoltà di Lettere dell’Università di Roma Tor Vergata. Il mentore è nello stesso tempo una figura modernissima, che nella cultura anglossassone, pensiamo agli Stati Uniti, si è progressivamente evoluta dando vita all’<strong>EDUCATIONAL CONSULTING (ED)</strong>, un comparto del settore della formazione privata che mira a scoprire, coltivare e indirizzare i talenti verso il mondo del lavoro, e verso le aree di eccellenza del Paese in cui vivono. Nel caso dell’Italia, pensiamo alla ricerca applicata e alle scienze umane, alla creatività diffusa del territorio, al turismo e alla valorizzazione del patrimonio artistico e dell’identità culturale italiana. Ma anche alla moda e alla buona cucina, perché no.</p>
<p><strong>Come lavora un educational consulter.</strong> Il mentore collabora con le famiglie e gli studenti per scegliere dove e cosa studiare. E’ un tutor indipendente ma di solito ha fatto esperienza nel mondo della scuola o come ricercatore universitario, e quindi conosce meglio di altri il funzionamento dell’istruzione pubblica. Il mentore segue lo studente durante il suo percorso di crescita, ne valorizza il talento e lo indirizza verso i campi che gli sono più congeniali, in una prospettiva umana e professionale.</p>
<p><strong>L’ED per favorire la mobilità degli studenti in Italia/Europa e il loro inserimento nel mondo del lavoro.</strong> L’ EDUCATIONAL CONSULTING è anche un modo per promuovere la mobilità internazionale degli studenti. Per gli Erasmus che dal Politecnico di Milano vorrebbero sbarcare al MIT o per un giovane del Nord Europa che ha deciso di approfondire lo studio del Mezzogiorno normanno-svevo tra una lezione all’Ateneo di Bari e una visita a Castel del Monte. La nostra idea è di offrire un servizio permanente di orientamento e tutoring per gli studenti, seguendoli nella loro carriera universitaria e oltre, alle prese con il curriculum vitae e le prime scelte professionali.<br />
Il nostro network.</p>
<p>Quello di Questioni di Frontiera è stato un progetto-pilota dell’ida che adesso proponiamo per l’Italia. I nostri principali referenti istituzionali sono il Ministero della Gioventù e la Regione Puglia <strong>(<a href="http://bollentispiriti.regione.puglia.it/">QF è vincitore del bando Principi Attivi</a>)</strong>, la Facoltà di Lettere dell’Università di Roma Tor Vergata e la Facoltà di Lingue dell’Ateneo di Bari. Altri referenti sono <a href="http://www.tno.it/" target="_blank"><strong>Tecnopolis</strong></a> (l’Ente di ricerca promosso e gestito da un consorzio tra università, istituzioni pubbliche e private, ); il gruppo editoriale <a href="www.storie.it?phpMyAdmin=vIMStXtr0WhD94RjcJDvpNefOUf" target="_blank">Storie/Leconte</a>, che dai primi anni novanta è leader nella formazione a distanza; la società di servizi di alta formazione <a href="http://www.eurocomp.it/default.asp" target="_blank"><strong>Eurocomp</strong></a>.</p>
<p><strong>Lo staff di L’AIO.</strong> La squadra di QF è formata da <a href="http://www.noaweb.it/index.php/2010/05/20/il-punto-sui-seminari-2010-avanti-con-leducational-consulting/" target="_blank"><strong>ricercatori senior e junior</strong></a>, tutti in qualche modo legati al mondo dell’istruzione pubblica e al sistema universitario.</p>
<p><strong>Quale idea per l’Italia.</strong> La nostra idea per l’Italia è dunque quella di colmare i vuoti e le lacune ancora presenti nel comparto dell’istruzione pubblica e della formazione universitaria, offrendo veri collegamenti con il mondo del lavoro e dell’impresa. Vogliamo scoprire i talenti che saranno protagonisti dell’eccellenza italiana, nella politica, nella cultura, nelle arti, nelle scienze e nella ricerca applicata.</p>
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		<title>&#8220;xxx-writer&#8221;, cerchiamo un blogger per il 2011</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Nov 2010 22:04:53 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2503" title="wood" src="http://www.noaweb.it/public/wood3.jpg" alt="wood" width="170" height="147" />Questioni di Frontiera cerca un blogger per il 2011. Una persona che ami la scrittura web almeno quanto noi e che sia pronto ad aggiornare periodicamente l&#8217;home page del <a href="../index.php/2010/05/20/il-punto-sui-seminari-2010-avanti-con-leducational-consulting/?phpMyAdmin=vIMStXtr0WhD94RjcJDvpNefOUf" target="_blank"><strong>nostro sito internet</strong></a>. Cerchiamo un <em>wreader</em>, come li chiamano negli Usa, uno autore e lettore al tempo stesso, capace di scrivere testi brevi, ironici, &#8220;aperti&#8221;, frutto di una reale esperienza (di vita e con le parole), non di mille chiacchiere morte. Tutti conoscono X-Factor, la trasmissione televisiva che ha eletto lo scouting artistico a strumento per la creazione di nuove star. Nel nostro piccolo, vogliamo fare lo stesso con la scrittura. Quello che stiamo cercando è una persona ancora senza nome, per adesso lo chiameremo &#8220;xxx-writer&#8221;. Entrerà nel gruppo storico di Questioni di Frontiera e sentirete presto parlare di lui nei nostri canali virtuali. Per sei mesi, avrà un regolare contratto di collaborazione con la nostra rivista. <a href="http://www.noaweb.it/index.php/servizi/editing-e-bozze/" target="_blank"><strong>Leggi qui come fare per diventare blogger di QF</strong></a></p>
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		<title>A Obama non basterà una svolta centrista per salvare il salvabile</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Nov 2010 15:31:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Mariateresa Le Noci. La sconfitta alle elezioni di mid-term e la risorgenza repubblicana. Il fenomeno del Tea-Party. L&#8217;inconcludenza in politica estera davanti ai grandi attori emergenti come la Cina. E ancora, il pantano in Afghanistan e la irrisolta crisi mediorientale. Gli americani sono delusi da Obama, che spera di riposizionarsi al centro per non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2513" title="obama" src="http://www.noaweb.it/public/obama1.jpg" alt="obama" width="176" height="185" />di <em><strong>Mariateresa Le Noci</strong></em>. La sconfitta alle elezioni di mid-term e la risorgenza repubblicana. Il fenomeno del Tea-Party. L&#8217;inconcludenza in politica estera davanti ai grandi attori emergenti come la Cina. E ancora, il pantano in Afghanistan e la irrisolta crisi mediorientale. Gli americani sono delusi da Obama, che spera di riposizionarsi al centro per non perdere la chance di un secondo mandato. Ma considerando come stanno andando le cose al primo Presidente nero della Storia degli Usa, restare in sella sarà una bella scommessa.<span id="more-2512"></span></p>
<p>Che l’amministrazione Obama non goda di ottima salute è ormai un dato di fatto. Il periodo che il primo presidente afro-americano della storia degli Stati Uniti sta affrontando è fatto di disillusioni, soprattutto per i suoi elettori. Nei mesi scorsi Obama ha perso su due fronti: politica interna e politica estera. Dopo aver subito una “sonora sconfitta” (“shellacking”), come lui stesso l’ha definita, il 2 novembre alle elezioni di mietermi, il Presidente è partito per un lungo viaggio in Asia. Salpato per i lidi orientali con la speranza di intavolare importanti accordi economici con le tigri asiatiche, è tornato a casa con un pugno di mosche. In patria ha destato l’impressione di comportarsi come un burattino nelle mani di abili giostrai, mentre in realtà era partito per raggiungere la finalità di aumentare le esportazioni nei promettenti mercati asiatici di modo da salutare finalmente la tanto odiata crisi.</p>
<p>Ormai i fuochi tra cui il presidente deve destreggiarsi in Oriente sono molti. Tra Cina e Giappone Obama ha tentato di mediare sulla questione delle isole Senkaku. Con che risultato? La Cina ha deciso di bloccare le esportazioni di preziosi metalli rari verso Giappone e Usa. Ha provato a convincere Seul a smetterla di fare affari con Teheran, ma la Corea del Sud ha aggirato il divieto e non ci pensa proprio a troncare con le banche iraniane. Solo in India è stato accolto come un salvatore: la guerra in Afghanistan sta fruttando milioni di investimenti in progetti civili al governo indiano. Peccato che il Pakistan non veda di buon occhio questa situazione che mette in discussione il tradizionale predominio pakistano sulla terra che fu dei talebani.</p>
<p>Ulteriori bacchettate sulle mani Obama le ha ricevute al G20 di Seul. Le tigri asiatiche hanno, infatti, deprecato la nuova politica di “allentamento quantitativo” emanata dalla fidata Fed. Il timore è che la bolla speculativa si allarghi e minacci le nuove superpotenze finora rimaste ai margini della crisi. Se poi aggiungiamo che nemmeno la Cina e la Germania hanno dato il consenso nell’aiutare la ripresa economica americana aumentando consumi e importazioni, allora la situazione si fa davvero complessa.<br />
Le elezioni di midterm per molti erano un plebiscito sulla conduzione obamiana della cosa pubblica. Il responso è stato negativo, merito anche dei repubblicani che memori della lezione del Presidente hanno usato tutti i mezzi a loro disposizione per superare il maestro (vedi il Tea Party e il suo smodato uso dei social media). Per molti questa sconfitta è stata anche un referendum sull’economia: quattro americani su dieci oggi stanno peggio di due anni fa e hanno voluto gridarlo al mondo intero.</p>
<p>Insomma sembra che i problemi ereditati dall’amministrazione Bush stiano finendo per schiacciare Obama. L’Afghanistan si sta dimostrando un pantano e mantenere la macchina militare sta mettendo in ginocchio l’economia americana. In Medio Oriente non sono stati raggiunti risultati apprezzabili nella via verso il processo di pace. Sulle sanzioni nei confronti dell’Iran idem. La riforma più forte che Obama ha sostenuto sin dalla campagna elettorale, quella sulla sanità (il famoso “Obamacare”) è fortemente criticata dai repubblicani che ora hanno raggiunto la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti. E come se non bastasse ci sono anche le polemiche contro la TSA (e il suo controverso body scanner) e quelle sulla giustizia innescate dal caso Ahmed Khalfan Ghailani.</p>
<p>Abe Greenwald dalle colonne di Commentary lancia l’allarme: “Spostarsi al centro è una soluzione politica; i problemi di Obama sono oltre la politica. La sua cura ha messo la salute fondamentale del paese a rischio. Non è più funzionale parlare dei problemi di Obama o dei democratici, quanto piuttosto dei nostri problemi.” I due politici democratici Caddell e Shoen hanno elargito al loro presidente dalle colonne del Washington Post un consiglio accorato: non pensare a ricandidarsi alle elezioni del 2012 quanto a risolvere le questioni aperte.</p>
<p>La svolta al centro di Obama sembra, quindi, essere stata bocciata a prescindere e il tentennare nelle decisioni per non inasprire il confronto politico non convince più nessuno. Alla politica della deferenza o come la chiama Greenwald della “triangolazione” (usare un perno, ad esempio l’Obamacare e su questo cercare compromessi a destra e a sinistra) non paga più. L’ultima spiaggia per il presidente consisterebbe nel resettare e andare oltre una politica “cattiva” perché fatta con l’aggiunta di “adornamenti liberali alle politiche standard”.  Vero è che anche Truman, Eisenhower e Clinton hanno perso le elezioni di midterm e poi sono stati rieletti. Quando finirà il periodo nero di Obama?</p>
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