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	<title>Questioni di Frontiera</title>
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	<description>Questioni di Frontiera - Formazione e Ricerca</description>
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		<title>Geeks Philosophy</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Sep 2010 16:10:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Paul Collins. L’Emmy 2010 come migliore attore protagonista di commedie è andato a Jim Parsons, che interpreta il dottor Sheldon Cooper in The Big Bang Theory, la popolare sitcom  trasmessa sul canale CBS. Sheldon è un personaggio divertente, geniale, e sebbene la serie non lo descriva mai come tale, è anche la prima stella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2131" title="big-bang-theory-cast" src="http://www.noaweb.it/public/big-bang-theory-cast.jpg" alt="big-bang-theory-cast" width="324" height="187" />di <strong>Paul Collins</strong>. L’Emmy 2010 come migliore attore protagonista di commedie è andato a Jim Parsons, che interpreta il dottor Sheldon Cooper in <em>The Big Bang Theory</em>, la popolare sitcom  trasmessa sul canale CBS. Sheldon è un personaggio divertente, geniale, e sebbene la serie non lo descriva mai come tale, è anche la prima stella di una sitcom ad avere la &#8220;Sindrome di Asperger&#8221; (un particolare che ha sollevato grandi discussioni fra chi soffre di questo disturbo, tra favorevoli e contrari). Ma il telefilm americano è soprattutto un tributo alla filosofia dei &#8220;geeks&#8221;, quei genietti incompresi, spesso alle prese con biondine molto più pragmatiche di loro, che li snobbano elegantemente. Nonostante tutto, Sheldon e i suoi amici riescono a prendersi poco sul serio e a giocare con la vita.<span id="more-2130"></span></p>
<p>Scena di un uomo e di una donna in auto. La donna appare sofferente per i postumi di una sbornia e arrabbiata, mentre l&#8217;uomo cerca ininterrottamente di stabilire una conversazione con lei, ignaro del suo fragile temperamento: &#8220;Io dirò un elemento, e tu ne dirai uno il cui nome inizia con l&#8217;ultima lettera di quello che ho detto&#8221;. Nessuna risposta.  &#8220;Comincio!&#8221;, sbotta lui, ignorando il linguaggio del corpo della donna. Poi, annoiato, elenca sbadatamente termini come elio, mercurio, itterbio, molibdeno, ed altri ancora fino a raggiungere il mendelevio – facendo definitivamente andare su tutte le furie lei. &#8220;Fuori!&#8221; gli ordina la donna. Quando l&#8217;uomo esegue l’imperativo, è sorpreso di scoprire che lei non lo stava invitando a guardare il motore della macchina. Per alcuni terapeuti, si tratta di una scena familiare: un ragazzo scopre entusiasticamente tutti gli argomenti di conversazione possibili proprio nel momento sbagliato e poi rimane perplesso quando gli viene rivolta una risposta ostile. Ma non è un caso di disturbo dello spettro autistico &#8211; si tratta di una scena tratta da <em>The Big Bang Theory</em>.</p>
<p>Come si può ricostruire attorno a una sitcom una condizione neurologica senza pronunciare mai il suo nome? Questa è la sfida che la CBS affronta nel suo show attraverso la vita travagliata di quattro ricercatori di Caltech: un fisico sperimentale, il Dr. Leonard Hofstadter (interpretato da Johnny Galecki), l’ingegnere Howard Wolowitz (Simon Helberg), un astrofisico, il Dr. Rajesh Koothrappali (Kunal Nayyar) e un fisico teorico, Il dottor Sheldon Cooper (Jim Parsons). La situazione comica all’interno della sitcom <em>The Big Bang Theory </em>è data dal fatto che questi ragazzi sono brillanti a capire il funzionamento dell&#8217;universo, ma sono senza speranza nel tentare di socializzare con Penny (Kaley Cuoco), una cameriera che vive nell’appartamento accanto. Un tema più sottile è che Sheldon, scolpito, goffo, e rigidamente governato da regole di vita bizantine e di routine, sembri avere la sindrome di Asperger.</p>
<p>E&#8217; una somiglianza che non è passata inosservata nei forum on-line di coloro che sono affetti dalla sindrome e di tutti quelli che gli sono vicini. &#8220;Sono la mamma di un bambino che ha l’Asperger&#8221;, ha commentato una partecipante al blog <em>My Favorite Autistic</em>. &#8220;Mi è capitato d’imbattermi in questo spettacolo stasera, e sono rimasta incollato alla tv a guardarlo.&#8221; Un lettore canadese del blog si stupisce: &#8220;Non è mai dichiarato, perbacco! Come potrebbe NON essere un <em>Aspie</em>?&#8221; E mentre non tutti i soggetti che vivono una tale condizione apprezzano il personaggio, altri rispondono con eloquente chiarezza: &#8220;Questo è il primo spettacolo grazie a cui riesco davvero a ridere&#8221;, si legge in un post di un forum americano di portatori di Asperger.</p>
<p>Sheldon è una caratterizzazione esagerata all’interno di una sitcom, questo è sicuro, ma in quale altro modo si potrebbe descrivere un teorico delle stringhe che insiste nel voler giocare a <em>Klingon Boggle </em>(una versione del Paroliamo in lingua Klingon) e <em>Sasso carta forbici Lizard Spock</em> (un variante del noto passatempo)? Un prodigio che ha sperimentato sulle scale di casa, per trovare la variante esatta in altezza dal quale il padre sarebbe caduto? Chi è che discute a lungo sui parametri precisi dei doni di Natale? O chi si riferisce agli ingegneri come &#8220;lavoratori semi-qualificati&#8221;, e poi si sorprende quando loro si offendono? &#8220;Io so tutto di questi ragazzi&#8221;, dichiara l’editorialista scientifico della rivista <em>Discover </em>e loro fan dichiarato, il Dr. Phil Plait, in una telefonata dalla sua casa in Boulder, Colorado, ex professore di astronomia che ha lavorato presso la sede del telescopio spaziale <em>Hubble</em>, dove ricorda alcuni colleghi che erano così inconsapevolmente bruschi ed arroganti &#8220;che avresti voluto schiacciarli nel traffico&#8221;, ma che sono stati dei brillanti pensatori. &#8220;Chi ha scritto The Big Bang Theory capisce i <em>geeks</em>&#8220;. Ha ragione.</p>
<p>&#8220;Ho avuto una carriera di breve durata come programmatore di computer&#8221;, ammette il co-creatore Bill Prady al telefono dalla sede della <em>Warner Bros. Television</em>. &#8220;Avevo abbandonato il College di New York City, e mentre lavoravo a <em>RadioShack</em>, ero impegnato nella creazione del software file Pro per il TRS-80 a casa del mio amico Howie, a Brooklyn&#8221;. Sarebbe Howard Wolowitz &#8211; il cui nome è ora immortalato grazie all’omonimia con uno dei personaggi principali. The Big Bang Theory stesso si aggiorna, mandando in visibilio i personaggi grazie a scherzi come quello della mucca sferica &#8211; il tipo di scherzo che solo una pubblico legato al mondo della scienza avrebbe potuto proporre. I grovigli di equazioni sulla lavagna nell’appartamento di Sheldon e Leonard sono un problema reale in corso, scritto per la serie da un professore di fisica all&#8217;UCLA, e si parla della futura partecipazione del fisico premio Nobel George Smootmaking, in un cameo nello show.</p>
<p>Si tratta di una serie che fa ridere con i geeks e non di loro, ed è un umorismo che trova il suo veicolo perfetto nelle condizioni neurologiche dei geeks più esagerati. Perché, dunque la sindrome di Asperger non è mai menzionata? Il produttore Chuck Lorre ha negato che Sheldon sia destinato ad essere ai confini dell&#8217;autismo. Ma, intenzionalmente o meno, agli autori dello show è stato chiesto di scrivere di Asperger così spesso che sono chiaramente consapevoli della presenza di questo spettro, soprattutto quando una folla di ricercatori accademici crea un dibattito sul dubbio se Superman salti o voli. &#8220;Penso alle sue azioni solo come &#8216;Sheldony&#8217;. Certe cose le sento istintivamente corrette per il suo carattere &#8220;, dice Prady, che ricorda un collega di software che non poteva andare solo in nessun posto in cui lui non fosse già stato prima. &#8220;Diceva: &#8216;Non posso andare dal fotografo sulla 47ma strada da solo.&#8217; E saranno stati forse tre isolati di distanza. Non è mai stato messo in discussione. Le sue strane maniere non sono mai state contestate, erano semplicemente accettate come ulteriori qualità della sua persona.</p>
<p>“Sono questi i riferimenti all’ Asperger? &#8221; chiede. &#8220;Non lo so.&#8221;  Ad una domande che gli è stata rivolta sul blog di Variety, però, l&#8217;attore Jim Parsons afferma di essere stato particolarmente sorpreso quando si accorse che le domande di un fan che gli parlava dei sintomi di Asperger fossero così perfettamente rintracciabili nel personaggio che era stato chiamato a interpretare. Così Sheldon ne è affetto?  &#8220;Gli autori dicono di no, non lo è. &#8230;&#8221; Parson si stringe nelle spalle, nella sua risposta, &#8220;[Ma] posso dire che non poteva mostrare più sfaccettature di così.&#8221; Nelle mani di autori meno capaci, Sheldon Cooper sarebbe semplicemente un uomo legato in maniera perpetua ai codici sociali del mondo dei matti, una specie neurologica di Margaret Dumont. Eppure ciò che è notevole in <em>The Big Bang Theory </em>è che ci si preoccupa realmente dei suoi intelligenti personaggi. Tutti i suoi protagonisti maschili sono geeks. Ma invece di utilizzare i geeks in contrasto per mettere in luce i protagonisti di Hollywood, è la perpetuamente esasperata Penny –  unico personaggio tipico, ad essere di contrasto con loro: come ci spiega Penny, le donne potrebbero non desiderare i consigli dei geeks sull’ acquisto di tamponi.  Mentre personaggi come il signor Spock e Data possiedono un certo status onorario nella comunità degli affetti da Asperger, Sheldon è diverso: lui è un uomo enigmatico affascinato dalle forme di vita di Pasadena. E con Big Bang trasmesso in tutto il mondo, dall&#8217;Islanda al Filippine, è destinato a diventare un emblema della cultura pop degli Aspies. Che potrebbe non essere poi così tanto male. Per esasperante che sia, Sheldon si è ben adattato al mondo. Oltre alle gags della sitcom, <em>The Big Bang Theory </em>è una riflessione su come le persone brillanti lavorino con capacità assurdamente non corrispondenti a quelle che gli sono stata date. Per una commedia è una premessa, ispirata, anche nobile, su cui lavorare.</p>
<p><strong>Tratto da Slate</strong></p>
<p><strong>Traduzione di Mariagrazia Gallù</strong></p>
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		<title>La fine della Rivoluzione conservatrice. Diario 1975-2010</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Aug 2010 17:57:13 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2121" title="berlusca" src="http://www.noaweb.it/public/berlusca.jpg" alt="berlusca" width="146" height="92" />di <strong>Ronnie</strong>. Il berlusconismo è stato un fenomeno contraddittorio perché al suo interno ha contenuto la spinta più propulsiva del &#8220;momento conservatore&#8221;, il movimento diffuso fra l&#8217;Europa e le Americhe tra la fine degli anni settanta e i giorni nostri, e nello stesso tempo ne ha rappresentato l&#8217;esito più incerto e forse il crepuscolo. Il manager scendeva in campo e conquistava la politica. Con i suoi soldi, il suo potere, anche l&#8217;arroganza. Un Occidente dilagante e per un po&#8217; di tempo padrone del mondo. E&#8217; stato una promessa e una menzogna, un&#8217;opportunità senza scampo, un&#8217;eruzione di nuove parole d&#8217;ordine sul deserto culturale e ideale successivo alla fine della Guerra Fredda e alla caduta del Comunismo. Parole d&#8217;ordine dimenticate.  <span id="more-1410"></span></p>
<p>La Rivoluzione Conservatrice in Italia è fallita, ha detto di recente il Senatore ed epistemologo Marcello Pera, liquidando il berlusconismo come se fosse stata soltanto una (lunga) parentesi di un movimento storico molto più ampio e determinante, che dagli Stati Uniti all&#8217;America Latina, dalla penisola iberica ai Paesi dell&#8217;Europa Orientale, ha avuto tutt&#8217;altro effetto. La fine del Comunismo e la prima delle rivoluzioni postmoderne. Quella di Ronald Reagan e Giovanni Paolo II. L’affermazione del movimento conservatore alla fine del XX secolo nel mondo occidentale è stata una rivoluzione di cui spesso si tende a non percepire per intero la portata. Scoppiata negli anni Settanta in Spagna e nel Portogallo, la Rivoluzione conservatrice è dilagata in America e Gran Bretagna negli anni Ottanta, ha toccato l’America Latina, si è estesa nell’Europa dell’Est e in Europa Centrale negli anni Novanta</p>
<p>Ha avuto per protagonisti Ronald Reagan, Margaret Thatcher, Giovanni Paolo II. Poi, e alla fine è ritornata là dove tutto era cominciato, gli Stati Uniti. L’11 Settembre e i due tormentati mandati del Presidente George W. Bush. E’ stata un’epoca in cui numerosi regimi oppressivi e antidemocratici sono caduti e i parlamenti delle nazioni democratiche, dalla Camera dei Deputati italiana alle aule del Congresso degli Usa, sono profondamente cambiati, qualcuno dice svuotandosi di senso, di fronte a premiership sempre più forti e virtualizzate.</p>
<p>La gente aveva iniziato a capire che non sempre lo Stato è in grado di fare meglio quello che puoi riuscire ad ottenere tu, da solo, come individuo, o attraverso delle organizzazioni spontanee e temporanee  capaci di risolvere i problemi basilari dell’umanità. La caduta dell’Impero Sovietico sembrò a molti una “Seconda Rivoluzione Democratica”, dopo quella che aveva contribuito a gettare le fondamenta degli Stati Uniti. Per quasi vent’anni, i leader e i politici del mondo occidentale hanno creduto che i valori della democrazia fossero sbocciati nel resto del mondo, ma alla fine <em>anche</em> quella conservatrice si è rivelata una Rivoluzione tradita, una rivoluzione mancata.</p>
<p>Oggi il conservatorismo in Occidente sembra come sospeso e in cerca d’identità. In America i repubblicani reagiscono confusamente davanti al vittorioso protagonismo pragmatico di Barack Obama, creando nuovi movimenti (il Tea Party), in Europa Sarkozy trema e i partiti liberali scontano la concorrenza di nuovi e aggressivi movimenti populisti capaci di conquistarsi una inaspettata egemonia (dall&#8217;Olanda all&#8217;Italia). Racconteremo l&#8217;ascesa, la crisi e le prospettive del conservatorismo in un diario.</p>
<p><strong>(FRC/2)</strong>. Se pronunciamo la parola Rivoluzione siamo abituati a pensare alla Rivoluzione Francese, che ebbe indubitevoli meriti nel far progredire ed avanzare la democrazia in Occidente, ma che al tempo stesso, almeno se restiamo alla Francia rivoluzionaria, fallì, schiacciata dal Termidoro e poi dal Bonapartismo, prima della Restaurazione. Il &#8220;Terrore&#8221; ci ha mostrato come sia possibile combinare la retorica democratica radicale con un terrore istituzionalizzato e &#8220;rivoluzionario&#8221;. Si parla di Democrazie Totalitarie proprio per indicare questa potenza dello Stato che s&#8217;impadronisce della vita dei suoi cittadini, com&#8217;è avvenuto in Italia con il Fascismo, in Germania con il Nazismo, nell&#8217;Unione Sovietica comunista.</p>
<p>Si dovrebbe invece ricordare un po&#8217; più spesso di quanto non si faccia cos&#8217;è stata la Rivoluzione Americana, che fin dall&#8217;inizio non si è mai ben capito se fosse esplosa in un Paese, appunto, rivoluzionario o conservatore. Fatto sta che quella americana fu, rispetto alla francese, una rivoluzione vincente, oltre ad essere molto più profonda: ha creato una democrazia stabile, là dove l&#8217;altra ha dato vita o ha ispirato degli esperimenti politici di volta in volta fallimentari.</p>
<p>La vera novità della Rivoluzione Americana era il suo spirito paradossale. A differenza di quanto avveniva in Europa, il popolo americano, dopo aver rivendicato ed esercitato a pieno la propria sovranità, decise di darsi un governo e delle leggi. Nello stesso tempo, mise dei paletti al potere del governo. Tutti i governi, secondo i rivoluzionari americani, dovevano avere dei poteri limitati, ed ogni autorità pubblica doveva muoversi entro i confini stabiliti dalla Costituzione e dalla Dichiarazione dei Diritti. Il governo nasceva dal consenso popolare e ne era limitato.</p>
<p>I singoli cittadini hanno più importanza dello Stato? Ai giorni nostri chi risponde di sì viene spesso tacciato d&#8217;essere &#8220;conservatore&#8221; proprio perché non riusciamo a staccarci dalla immagine della Rivoluzione offerta dalla sinistra, e intesa unicamente come una sollevazione degli oppressi contro gli oppressori. Ebbene, negli ultimi vent&#8217;anni la Rivoluzione Conservatrice si è fondata su basi completamente differenti, sull&#8217;idea, cioé, che il sistema politico andava cambiato, trasformato in modo radicale, per avvantaggiare l&#8217;individuo.</p>
<p>L&#8217;individualismo è stata la più potente molla del conservatorismo in Occidente alla fine del Novecento, anche se oggi è un concetto che sta sbiadendo, che sembra aver perso confidenza nella sua forza e nella giustezza della sua causa. L&#8217;America Obamiana, dalla riforma della sanità ai <em>bailout</em> per salvare l&#8217;economia, vede un ritorno in grande stile dello Stato che fa da balia ai cittadini, limitando il loro potere di vigilanza su quello che avviene nella Sala Ovale della Casa Bianca.</p>
<p><strong>(FRC3)</strong>. La fine degli Settanta fu un un incubo per la politica estera americana, in un momento di grave crisi economica interna (lo scandalo &#8220;Watergate&#8221;) e davanti alle violente tempeste economiche indotte dagli schock petroliferi. L&#8217;Unione Sovietica, al contrario, sembrava in piena espansione, e le rivoluzioni comuniste marciavano trionfanti nel Terzo Mondo, nel Corno d&#8217;Africa come in America Centrale. Gli storici americani parlarono di &#8220;crisi di sistema&#8221;, di un sovrasforzo economico (<em>economic overreach</em>), di una società del controllo finita nella mani della CIA e del KGB, oppure, come il segretario di Stato dell&#8217;amministrazione Carter, Cyrus Vance, inseguirono il miraggio di &#8220;sogni condivisi&#8221; con il terreo Breznev.</p>
<p>Era il mito della <em>moral equivalence</em>, favorito dalla disinformazione sovietica per legittimare l&#8217;URSS come superpotenza alla pari degli Usa: all&#8217;inizio, Alexander Solzhenitsyn veniva considerato un fanatico religioso e le sue descrizioni dei gulag alla stregua di fantasie. La debolezza dell&#8217;America di fronte alle Democrazie Totalitarie s&#8217;infrangerà nella Rivoluzione Islamica dell&#8217;Iran khomeinista del 1979, il punto più basso della Presidenza Carter.</p>
<p>Questo è il motivo per cui la Rivoluzione Conservatrice, alla fine degli anni Settanta, non scoppiò in America, ma in un Paese europeo che più di altri sembrava pronto a cogliere i frutti della nuova onda conservatrice: la Spagna che si apriva alle libertà politiche e alle opportunità economiche dopo il lungo regime di Franco. Il modello della democrazia capitalista avrebbe attratto, in misura analoga, anche il Portogallo.</p>
<p>Alla fine degli anni Settanta, questi due Paesi rappresentarono un laboratorio di successo per le &#8220;rivoluzioni democratiche&#8221; che stavano covando e che sarebbero scoppiate nel decennio successivo, dall&#8217;America Latina all&#8217;Europa dell&#8217;Est. Il passaggio dalla dittatura alla democrazia, in modo pacifico, e senza l&#8217;intervento o la tutela decisiva degli Usa, impegnati, almeno durante la &#8220;rivoluzione spagnola&#8221;, su altri fronti critici come il Vietnam, l&#8217;America centro-meridionale e il Medio Oriente.</p>
<p>Il conservatore Adolfo Suarez in Spagna e il socialista Mario Soares in Portogallo riuscirono a trasformare politicamente i rispettivi Paesi, innescando una serie di riforme istituzionali ed economiche il cui successo, almeno in Spagna, si percepirà meglio solo nei decenni successivi, e che sarà raccolto e secondo alcuni in parte sperperato dalla lunga egemonia del leader socialista Zapatero.</p>
<p>Due uomini diversi, Suarez e Soares. Il primo un conservatore erede del franchismo, l&#8217;altro il campione delle nuove avanzanti socialdemocrazie. Ma uniti dal desiderio di far ripartire il motore economico e democratico della penisola iberica. Suarez con l&#8217;aiuto di Re Juan Carlos, Soares con l&#8217;aiuto dei militari legati al generale americano Alexander Hamilton&#8230;</p>
<p><strong>(FRC/4) </strong>Anche il Portogallo, come la Spagna, usciva da una lunga dittatura di stampo fascista e dovette attendere gli anni Settanta per avere la sua Rivoluzione Democratica. In quel decennio l&#8217;intera penisola iberica fu attraversata da potenti forze del cambiamento, che avrebbero portato il Paese sull&#8217;orlo della guerra civile, trasformandolo in uno dei tanti fronti della Guerra Fredda. L&#8217;uomo di Mosca in Portogallo si chiamava Alvaro Cunhal, uno dei più grandi stalinisti del dopoguerra europeo. Non aveva un enorme seguito elettorale ma era fiducioso nella tecnica leninista per la conquista del potere: pochi ma buoni.</p>
<p>La Rivoluzione democratica in Portogallo scoppia nel 1974, quando la popolazione mette fiori nelle canne dei fucili dei soldati. L&#8217;esercito guidato da generali e ufficiali di simpatie socialiste viene visto come il liberatore. L&#8217;anno prima, si era costituito il partito socialista portoghese, con transfuga ed esiliati che erano rientrati dalla Spagna e dalla Francia. Per tutto il 1975, sarebbe stato un continuo alternarsi di scontri fra le forze comuniste e i revansciti del defunto dittatore Salazar, mentre i centristi, i moderati e i socialisti cercavano una difficile convivenza in parlamento.</p>
<p>Cunhal non sarebbe comunque riuscito nel suo intento di sbilanciare il Paese verso l&#8217;Unione Sovietica. A fermarlo fu quel Mario Soares, socialista allievo di Brandt, amico del generale Eanes (a sua volta protege del generale americano Hamilton), spalleggiato dalla potente AFL-CIO, il sindacato americano di Irving Brown. Alla fine, Soares avrebbe convinto anche un diffidente Henry Kissinger. La vittoria di Soares in Portogallo diede un senso tutto diverso alla &#8220;Rivoluzione dei Garofani&#8221;, trasformandola in un laboratorio per le rivoluzioni dell&#8217;Europa orientale scoppiate nei decenni successivi.</p>
<p><strong>(FRC/5)</strong> La Rivoluzione Democratica in Spagna, alla morte di Franco, nel 1975, è stato uno degli eventi più straordinari e affascinanti della Storia della seconda metà del Novecento. Il dittatore aveva intuito che il suo regime non sarebbe sopravvissuto e, prima di morire, facilitò le cose ai suoi successori, lasciando intendere come sarebbero andate le cose in futuro nell&#8217;economia e nella società spagnola. A rendere così affascinanti quegli eventi fu però il fatto che a guidare la transizione, pacifica, alla democrazia, portando la Spagna nel campo delle moderne democrazie capitaliste occidentali, furono due uomini che a guardarli non sembravano proprio dei rivoluzionari. Uno era un playboy che diventerà uno dei più amati personaggi della storia spagnola recente, il Re Juan Carlos<em> </em>. L&#8217;altro, Adolfo Suarez, un ex franchista capace di traghettare il Paese verso il libero mercato, le riforme istituzionali, i cambiamenti nella società.</p>
<p>Altre forze avrebbero partecipato, responsabilmente, alla trasformazione del Paese. I socialisti di Felipe Gonzales, per esempio. Gli ambienti riformisti della Chiesa Cattolica, ma anche la sua parte più attiva e dinamica &#8211; l&#8217;Opus Dei. Tutti questi soggetti fecero argine all&#8217;eurocomunismo di Santiago Carrillo che, pur avendo preso le distanze dall&#8217;Unione Sovietica, e accettato il gioco democratico, ancora parlava di &#8220;centralismo democratico&#8221; (mentre faceva affari con Nicolae Ceausescu).</p>
<p>La Rivoluzione in Spagna e in Portogallo avrebbe mostrato ai Paesi del Centro e del Sud America che la transizione alla democrazia poteva avvenire senza il ricorso alle armi, e senza Generali o &#8220;uomini forti&#8221;. In secondo luogo, poteva, e fu presa, a modello di cambiamento. Terzo, dimostrò con largo anticipo che il Comunismo, in Europa, era finito. Ma a differenza degli iberici, i latinoamericani non avevano personalità come i Soares, una classe politica, conservatrice o socialista, che prefigurasse l&#8217;alternanza dei futuri assetti bipolari.</p>
<p>Ci volevano delle guide per indicare ai popoli del Sudamerica qual era la strada per creare una società più ricca e libera. Queste guide furono il Papa, Giovanni Paolo II, che con i suoi viaggi e discorsi comprese che l&#8217;America Latina era ad un punto di svolta, e il Presidente americano Ronald Reagan, che a metà degli anni Ottanta, consigliato dai <em>neoconservative</em> come l&#8217;assistente del Segretario di Stato, Elliott Abrams, mise in guardia i vari caudillo sudamericani dall&#8217;idea che i loro regimi avrebbero avuto una vita lunga o la protezione degli Usa, com&#8217;era accaduto, erroneamente, nel passato.</p>
<p>Poco dopo, il Generale Pinochet si ritirava dalla scena. Quando Reagan entrò alla Casa Bianca, solo due stati del Sud America potevano essere considerati democratici, Colombia e Venezuela. Quando il Presidente lasciò la Casa Bianca, solo due stati non lo erano. Cuba e il Suriname.</p>
<p><strong>(FRC/6)</strong>. L&#8217;esempio delle rivoluzioni democratiche spagnola e portoghese mostrò al mondo occidentale che il Comunismo, dopo tutto, non era per forza la strada da imboccare verso il futuro. Fu prendendo esempio da Re Juan Carlos e dai Soares che il presidente sudafricano De Klerk garantì la transizione pacifica in Sudafrica, cercando di normalizzare l&#8217;<em>African National Congress</em> e rilasciando Nelson Mandela dopo la lunga prigionia a Robin Island. L&#8217;intellighenzia occidentale, quella d&#8217;ispirazione comunista in Europa negli anni Settanta &#8211; così come quella &#8220;correct&#8221; americana, ha una forza culturale, politica e sociale impressionante, che tra le due sponde dell&#8217;Atlantico è stata in grado di occupare giornali, cinema, tv, case editrici, il mondo universitario e della scuola. Ecco perché negli anni Settanta alcuni studiosi e intellettuali che non rientravano negli schemi furono pesantemente ostracizzati, per quanto tradotti, celebrati e pubblicati all&#8217;estero.</p>
<p>E&#8217; il caso, per esempio, della &#8220;Intervista sul Fascismo&#8221; di Renzo De Felice<em> </em>, un testo che, dopo essere stato a lungo &#8220;sterilizzato&#8221; dall&#8217;editore barese Vito Laterza, provocò grande scandalo nell&#8217;ortodossia intellettuale dell&#8217;epoca. De Felice, contrastando l&#8217;opinione generale secondo cui il Fascismo era stato una reazione della upper e della <em>middle classe</em> alla rivoluzione comunista, scrisse che invece il regime invece affondava le sue radici in una emergente <em>lower-middle class</em>, e che per capirlo fino in fondo bisognava studiare la Rivoluzione Francese (un affronto, per i comunisti), il Romanticismo, quella visione del mondo che tanti mostri ha prodotto in Europa e fuori.</p>
<p>Gli eredi del Fascismo, secondo De Felice, erano una forza di cui non si poteva non tenere conto nello spettro politico italiano del dopoguerra, proprio per l&#8217;influenza delle nuove classi sociali in ascesa che quella ideologia rappresentavano. Il libro di De Felice fu un colpo al cuore al potere culturale della sinistra italiana, perché quella tesi rischiava di minare, come in effetti è accaduto in seguito, la base antifascista della Costituzione. De Felice intuì quale sarebbe stato il percorso della destra postfascista in Italia. Mentre la sua intervista veniva tradotta dal Giappone agli Stati Uniti, in Italia si combatteva ancora la battaglia per &#8220;il controllo del passato&#8221;, come l&#8217;ha chiamata Orwell.</p>
<p><strong>(FRC7)</strong> Anche in Francia negli anni settanta le università, in particolare quelle di scienze sociali, i giornali e i mezzi di comunicazione di massa, si erano progressivamente &#8220;marxistizzati&#8221;, dopo l&#8217;epopea della gauche degli anni Sessanta e sotto l&#8217;alto patronato di Jean Paul Sartre. A fare le spese di questa egemonia culturale fu Raymond Aron, che per la sua visione del mondo lucidamente scettica, e per aver scritto un libro dal titolo provocatorio come &#8220;L&#8217;oppio degli intellettuali&#8221;, venne messo all&#8217;indice, restando isolato, perché si era rifiutato di prendere parte al &#8220;gioco delle parti&#8221; di allora: esistenzialista, strutturalista, eccetera.</p>
<p>La Francia negli anni Settanta ospitò anche l&#8217;emigrato russo che dava più fastidio al Cremlino, lo scrittore Alexander Solzhenitsyn, che nel libro &#8220;Arcipelago Gulag&#8221; aveva raccontato l&#8217;inferno della dittatura comunista. L&#8217;esempio di Solzhenitsyn e di Aron fu così forte che alla fine del decennio, e poi, con forza sempre maggiore, nella prima metà degli anni Ottanta, la cultura francese divenne sempre meno imbrigliabile dall&#8217;Unione Sovietica, fino a quando un gran numero di intellettuali non iniziarono a contestare o rinnegare Mosca, diventando anticomunisti e filo-americani, come il caso di Bernard Henry Levi, che indagò sui Gulag e sui genocidi nel Sud Est asiatico.</p>
<p>Anche in Francia, dunque, si stava sentendo l&#8217;effetto della Rivoluzione democratica scoppiata in Spagna e Portogallo. Gli intellettuali francesi, o almeno una parte di loro, si erano accorti che le rivoluzioni possono anche essere pacifiche, che la transizione alla democrazia poteva avvenire senza spargimenti di sangue, ed era una lezione che altri uomini e donne avrebbero appreso e messo in pratica prima in America Latina e dopo grandi difficoltà nei Paesi dell&#8217;Europa orientale.</p>
<p><strong>(FRC8) </strong>L&#8217;influenza della Rivoluzione democratica in Spagna e Portogallo e l&#8217;inizio della Presidenza Reagan avrebbero influenzato profondamente la storia dell&#8217;America Latina, mostrando al mondo che l&#8217;espansione del comunismo sovietico poteva essere contenuta e che gli Stati Uniti, con volontà e determinazione, avrebbero chiuso la partita a loro favore. Quando pensiamo ai Contras e al sandinismo abitualmente siamo portati a considerare i primi come una milizia surrogata degli Usa e i secondi come dei liberatori del Nicaragua, ma le cose, negli anni Settanta, stavano altrimenti. L&#8217;Unione Sovietica foraggiava insurrezioni e guerriglie in mezzo mondo, e perdere &#8220;il cortile di casa&#8221;, per Washington, sarebbe stato un gran brutto segnale dopo i fallimenti del carterismo.</p>
<p>Così, se è vero che siamo abituati ad associare lo scandalo Iran/Contras e l&#8217;ambigua figura del Colonnello North con la presidenza Reagan, bisogna dire a difesa dell&#8217;inquilino della Casa Bianca che fece di tutto per mostrare ai Paesi dell&#8217;America Latina che la strada verso la democrazia poteva passare attraverso un processo pacifico, senza le scalmane sandiniste. Grazie ai sovietici e ai cubani, sandinisti avevano ammassato il più potente esercito del sud america, operando una severa repressione contro i nemici di classe, cattolici innanzitutto.</p>
<p>L&#8217;esempio di Re Juan Carlos, un sovrano venuto fuori da una educazione prettamente militare, mostrò invece alle classi dirigenti e a quella popolare dei Paesi sudamericani che i generali dell&#8217;esercito non erano per forza un nemico della libertà, ma che in certi casi potevano fare da garanti nella costituzione di uno stato democratico, come sarebbe accaduto a Eltsin difeso dall&#8217;esercito russo durante il golpe fallito del 1991, con la Turchia, che del suo stato maggiore ha fatto il difensore della laicità dello stato, o con gli ufficiali salvadoregni che, garantendo la redistribuzione delle terre, fecero da argine sia ai comunisti che all&#8217;ascesa della estrema destra.</p>
<p>Ma quello che colpì di più Reagan, rafforzando la sua convinzione che l&#8217;orso russo poteva essere sconfitto, fu l&#8217;effetto dei Contras sulla popolazione civile nicaraguense. I contras, che il Congresso degli Usa e ampia parte della stampa e della cultura liberal aveva osteggiato nel momento in cui Reagan proponeva di finanziarlo, creebbe e si rafforzò guadagnando consenso fra la popolazione. Più di quello che Reagan avrebbe mai pensato. Era la dimostrazione che la Rivoluzione Conservatrice aveva vinto.</p>
<p><strong>(FRC9)</strong> L&#8217;Unione Sovietica crollò per diversi motivi. Per la pressione esercitata da Ronald Reagan e per la debolezza del progetto riformista di Gorbaciov, certamente. Ma anche perché la fine del XX secolo vide muoversi sulla scena della Storia un personaggio decisivo &#8211; Papa Giovanni Paolo II &#8211; che aveva capito come singoli individui in certe contingenze storiche possono rivelarsi determinanti per una rivoluzione pacifica. Esattamente quella che avrebbe vissuto la sua Polonia, il Paese che da quel sussulto rivoluzionario sarebbe diventato la democrazia liberale forte e stabile che conosciamo oggi, tanto più dopo aver visto la reazione del popolo e della classe dirigente di Varsavia all&#8217;11 Settembre di Katyn.</p>
<p>Fin dall&#8217;inizio del suo pontificato, il Papa fece capire ai sovietici che sarebbe stato un osso duro. Il leader comunista italiano Giancarlo Pajetta aveva previsto che l&#8217;ex cardinale Wojtyla non avrevve più turbato i sonni dei compagni polacchi sbarcando in Vaticano, ma accadde esattamente il contrario. Da Solidarnosc all&#8217;America Latina, Wojtyla fu un Papa deciso a contrastare l&#8217;avanzata del comunismo, parallelamente, ma non in maniera subordinata agli Usa.</p>
<p>Nel Marzo del 1981 il Papa scese all&#8217;areoporto di Managua, in Nicaragua, dove lo attendevano le gerarchie ecclesiastiche locali, affascinate dalla nuova &#8220;teologia delle liberazione&#8221; che rileggeva il marxismo in chiave cattolica. Quando il ministro della cultura Cardenal s&#8217;inchinò per baciare l&#8217;anello pontificio, Giovanni Paolo lo colpì di sfuggita al volto, un rimprovero neanche troppo simbolico alla chiesa che scendeva a patti coi sovietici, via sandinista.</p>
<p>Giovanni Paolo II fu anche un abile diplomatico, capace di incontare privatamente il Generale Jaruzelsky, il leader polacco caro al Cremlino, mentre infuriava la rivolta non violenta di Solidarnosc. Con il suo esempio, seppe interpretare il senso della rivoluzione conservatrice, mettendo la Chiesa Cattolica al centro della battaglia fra libertà ed eguaglianza, mercato e collettivismo, materialismo capitalista e comunista.</p>
<p>Da quel momento, sarebbe partito un revival cattolico che dura ancora oggi con il suo successore, Benedetto XVI, e che ha permesso al Vaticano, pur in un contesto di generale arretramento del cattolicesimo dinanzi ad altre denominazioni religiose, di rappresentare un bastione della democrazia in Occidente.</p>
<p><strong>(FRC 10)</strong> Una volta un giornalista ha chiesto ad Adam Michnik (nella foto): “Mi dica, è stato peggio Reagan o Breznev?”. “Se fossi americano non avrei mai votato per Reagan – ha risposto Michnik – ma da polacco ho apprezzato l’atteggiamento duro di Reagan nei confronti di Breznev. Forse Reagan non capiva esattamente quello che stava facendo, ma la realtà è che, improvvisamente, le cose cambiarono”.  Quella polacca fu una lotta non-violenta condotta in nome dei principi del liberalismo antitotalitario. I diritti umani e la libertà di espressione, la tolleranza religiosa e l’antirazzismo, l’uguaglianza e il rispetto della legge, l’istruzione, il progresso, la sicurezza sociale.</p>
<p>Per i polacchi che, come Michnik, militavano nei ranghi di Solidarnosc, l’Occidente e il capitalismo non sono soltanto sinonimi di oppressione e colonialismo. “La vita mi ha insegnato che se qualcuno viene frustrato e qualcun altro lo sta frustrando, devi stare sempre dalla parte di chi viene frustrato”, ha detto Michnik ripensando al suo passato. Di polacco, ebreo e dissidente. È stata questa la vera svolta di un pezzo dell&#8217;Europa Orientale: forzare il diritto internazionale in nome dei diritti dei popoli e dell’individuo.</p>
<p>“A mio avviso, le opinioni religiose del team di Bush sono anacronistiche. Non posso credere che John Ashcroft abbia delle conversazioni personali quotidiane con Dio, che gli dice cosa deve fare. Ma se Dio gli ha detto che doveva distruggere Saddam, beh, è stato il suggerimento giusto, perché un mondo senza Saddam Hussein è migliore di un mondo con Saddam Hussein”. Solo chi ha vissuto sotto una dittatura può apprezzare l’ironia amara Michnik. Si può criticare l’amministrazione Bush per aver mentito sulle armi di distruzione di massa, per il suo unilateralismo e per gli errori commessi durante la guerra in Iraq. Anche i bombardamenti Alleati sulle principali città tedesche alla fine della Seconda Guerra mondiale furono devastanti, ma questo non significa cancellare il D-Day. “Il diritto al D-Day”, come lo chiama Paul Berman. E come lo sperimentarono, pacificamente, i rivoluzionari polacchi degli anni Ottanta.</p>
<p><strong>(FRC11)</strong> Prima del 1968 in Polonia vivevano 40.000 ebrei. Dopo la repressione sovietica ne rimasero 5.000. Prima della Seconda Guerra mondiale erano oltre tre milioni. L’Unione Sovietica stava proseguendo la politica antisemita del nazismo? <strong><a href="../index.php/2008/07/31/ricostruire-la-sinistra-antitotalitaria-3/" target="_blank">Adam Michnik</a></strong> ricorda la storia del <strong><a href="http://www.jewishvirtuallibrary.org/jsource/Holocaust/Kielce.html" target="_blank">pogrom di Kielce</a></strong>, una piccola città della Polonia Orientale. I nazisti avevano deportato a Kielce migliaia di persone quando i sovietici liberarono il campo, trovando solo due ebrei rimasti vivi. Nei mesi successivi si riformò una minuscola comunità, qualche centinaio di sopravvissuti all’Olocausto. Il 4 luglio del 1946, i russi presero d’assalto il ghetto uccidendo 40 persone. La guerra era finita ma il rancore e l’odio antiebraico no.</p>
<p>Nel ’68 Michnik fu espulso dall’università e finì dietro le sbarre, accusato di atti di teppismo. Fu rilasciato l’anno successivo e da allora sarebbe entrato e uscito di galera accumulando 6 anni di detenzione. Scrisse per i samizdat e insegnò alla <strong><a href="http://www.nybooks.com/articles/7545" target="_blank">Flying University</a></strong>, una specie di seminario alternativo ai corsi di studio imposti dal partito comunista polacco. Era diventato un dissidente.</p>
<p>Dal 1968 al 1989 fu uno dei leader dell’opposizione democratica, tra i consiglieri più ascoltati di Lech Walesa, partecipando ai negoziati tra Solidarnosc e la giunta Jaruzelsky (i <em>Round Table Talks</em> dell’89). Caduto il Comunismo, Walesa gli affidò il compito di creare un grande quotidiano popolare, la <strong><a href="http://wyborcza.pl/0,0.html" target="_blank">“Gazeta Wyborcza”</a></strong>, che oggi è uno dei giornali più letti in Polonia. Subito dopo la tragedia di Katyn, mentre il suo Paese piangeva un nuovo &#8220;11 Settembre&#8221;, con i vertici del governo improvvisamente decapitati in un incidente aereo, Michnik ha trovato la forza di lodare la Polonia.</p>
<p>La gloria della Polonia, un Paese che dopo la fine del Comunismo ha saputo costruire una democrazia stabile, liberale, che ha superato almeno apparentemente indenne l&#8217;incidente di Katyin. Il Paese di Papa Giovanni Paolo II, un territorio strategico nel dilagare della Rivoluzione conservatrice in Europa Orientale, negli anni Ottanta e Novanta.</p>
<p><strong>(FRC12) </strong>C&#8217;era una barzelletta che circolava in Unione Sovietica negli anni Ottanta. Un uomo entra in un bar e ordina da bere. &#8220;Un rublo&#8221;, gli dice il barista. &#8220;Un rublo?, ma fino a l&#8217;altro giorno questa birra costava cinquanta copechi!&#8221;. E il barista: &#8220;Quella era la birra prima della glasnost, da oggi il prezzo è raddoppiato, 50 per cento per la birra e l&#8217;altro 50 per la perestroika&#8221;. L&#8217;uomo mette il rublo sul tavolo, il barista lo prende, si allontana, e poi torna indietro con cinquanta copechi e il bicchiere vuoto.</p>
<p>&#8220;Che diavolo fai?&#8221;, lo aggredisce il cliente.</p>
<p>&#8220;Non c&#8217;è più birra, amico, da adesso paghi solo la glasnost&#8221;.</p>
<p>I sovietici si rendevano conto di come sarebbe andata a finire nel giro di qualche anno. La vittoria della Rivoluzione conservatrice coincide con il momento in cui il Presidente Reagan e i suoi consiglieri percepiscono che l&#8217;Unione Sovietica è allo sbando e il sistema comunista sta per crollare. L&#8217;Impero sovietico aveva risorse insufficienti per i suoi fabbisogni mastodontici; non era riuscito ad esercitare un colonialismo &#8216;produttivo&#8217; verso le terre conquistate o controllate ma, al contrario, un effetto deprimente, visto che Mosca vendeva materie prime al Kazakistan (prendiamo il Kazakistan come esempio) per riavere manufatti e beni di vario genere &#8211; uno scambio illogico da un punto di vista capitalistico.</p>
<p>Il forziere sovietico erano il gas, il petrolio, l&#8217;oro, i diamanti e le materie prime più prezione, ma l&#8217;unica industria in grado di esportare qualcosa all&#8217;estero era quella militare. Il Cremlino riuscì a confondere gli osservatori grazie alle crisi del petrolio degli anni Settanta, che avevano rischiato di menomare i Paesi occidentali, ma nel decennio successivo, quando il prezzo del petrolio ricominciò a scorrere, gli effetti per l&#8217;economia sovietica furono devastanti. Regan aveva capito l&#8217;importanza dell&#8217;oro nero nella lotta al comunismo ed è in quel momento che americani e sauditi stringono una santa alleanza che porterà ad ulteriori incrementi della produzione del greggio. Nel frattempo, anche gli investitori del Giappone o della Repubblica Federale tedesca lasciano il Paese, diventato un creditore insolvente e sempre più in balia dei mercati mondiali.</p>
<p>In patria la vita faceva schifo, i servizi funzionavano a singhiozzo, mancava la benzina e le città piombavano nel degrado e in una delinquenza sempre più potente e incontrollabile; negli ospedali, i medici raccontavano ai reporter di Newsweek di aver smesso di usare prodotti farmaceutici &#8220;di regime&#8221; per tutelare la salute dei pazienti. Il sistema era destinato a cascare, Reagan aveva solo bisogno di qualche altra spinta.</p>
<p><strong>(FRC13)</strong> Se oggi Obama ha rinunciato al progetto dello Scudo spaziale, lasciando scontente le classi dirigenti polacche e della Repubblica Ceca, fu proprio con le <em>Star Wars</em> che il Presidente Reagan dimostrò chiaramente agli americani, agli europei e ai Paesi in cui erano presenti forze comuniste (America Latina, Angola, Afghanistan), che il sistema industriale sovietico era allo sfascio. Per molto tempo, negli anni Ottanta, gli opinion makers e la stessa CIA sopravvalutarono l&#8217;economia dell&#8217;Impero comunista. Ancora alla fine del periodo gorbacioviano l&#8217;intelligence Usa stimava che l&#8217;Urss crescesse al due per cento annuo. In realtà l&#8217;indice di produttività era molto più basso di quello occidentale, come capirono, a loro spese, gli investitori della FIAT a Togliattigrad.</p>
<p>L&#8217;efficienza era un sogno, la classe operaia versava nell&#8217;alcolismo e la forza-lavoro non vedeva neppure l&#8217;ombra di un incentivo; se mai quell&#8217;industria soffriva per la mancanza cronica di materiali e pezzi di ricambio, e fin dall&#8217;inizio dell&#8217;esperimento sovietico &#8211; nonostante la Russia avesse fior di cervelli tra gli ingegneri, i matematici e gli scienziati, dipese sempre dalle forniture esterne, usurandole con il trascorrere del tempo.</p>
<p>Era un sistema malato e lo scontento ormai si propagava anche nelle strutture della forza, come dimostra il caso &#8220;Farewell&#8221;, un complesso intrigo spionistico, che permise agli Stati Uniti, complice il governo Mitterand, di mettere le mani su preziosi documenti del KGB e di ottenere informazioni sullo stato di salute del Partito in Patria. Reagan scoprì il segreto fatale dei suoi avversari: non avrebbero mai potuto competere con il design e lo sviluppo della tecnologia e di conseguenza del sistema industriale dell&#8217;Occidente. La &#8220;Dottrina Reagan&#8221; rappresenta quindi l&#8217;apice della Rivoluzione Conservatrice, il momento in cui l&#8217;America dimostra al mondo di essere la più forte tra le due superpotenze della Guerra Fredda, e che è destinata a prevalere.</p>
<p>L&#8217;idealismo democratico e la diffusione del libero mercato segnano il rintocco funebre dell&#8217;Impero sovietico. Ovviamente la politica reaganiana sconta degli errori e delle leggerezze. Lo scontro con gli uomini dell&#8217;amministrazione, come il capo dello staff Baker, o il segretario di stato Shultz, fa emergere i limiti, e i rischi, delle politiche di controllo delle esportazioni inaugurate dal Presidente per colpire gli interessi sovietici. La stessa amministrazione, smentendo per un attimo uno degli stereotipi del reaganismo &#8211; la centralità e il decisionismo del leader -, era al contrario caratterizzata da una certa ritrosia di Reagan a prendere decisioni unilaterali, preferendo che fosse il suo Gabinetto a farlo. Una politica che in parecchi casi avrebbe paralizzato l&#8217;amministrazione.</p>
<p>Ma su un punto la Dottrina elaborata dal Presidente cowboy era vincente. L&#8217;equivalenza morale dominante negli anni Settanta, per cui si pensava all&#8217;URSS come a un legittimo competitore globale degli Usa, era finita. L&#8217;America era meglio dell&#8217;URSS. Economicamente, da un punto di vista sociale e da quello, decisivo, degli assetti strategici e militari. I valori dell&#8217;Occidente erano superiori a quelli russi. Negli anni Settanta, proprio come avviene oggi, si pensi all&#8217;ultimo incontro sul disarmo fra Obama e Medvedev, gli Usa avevano accettato di &#8220;limitare&#8221; il proprio arsenale, favorendo una potenza avversaria che era già in declino. Nel decennio successivo, Reagan avrebbe &#8220;alzato lo scudo&#8221; per puntellare il crollo, pacifico, dell&#8217;&#8221;Impero del Male&#8221;.</p>
<p><strong>(FRC 14) </strong>Che gli Usa e i loro alleati occidentali non avessero capito la crisi in cui versava l&#8217;Unione Sovietica già dalla fine degli anni Settanta ce ne accorgiamo dal trattamento riservato a due leader del comunismo che hanno fatto una fine assai diversa tra loro, il primo diventando un ascoltato uomo di stato internazionale e l&#8217;altro finito ammazzato dopo la sua deposizione. Stiamo parlando di Gorbaciov e Ceaucescu, di quell&#8217;URSS e quella Romania, che per un bel po&#8217;, furono considerate un modello di comunismo con cui si poteva fare affari. Prima di capire che il romeno Ceacescu era un autocrate paronoide con manie di grandezza, che si spacciava come indipentende da Mosca per carpire segreti e chiudere affari con i Paesi occidentali, c&#8217;è voluto parecchio tempo. Nixon se la bevve, e in seguito, grazie ai compagni romeni, il Kgb sarebbe entrato in possesso di prezioni informazioni sull&#8217;arsenale convenzionale della Nato in Europa, come quelle sui carri armati Leonard.</p>
<p>Anche Gorbaciov, il delfino di Yuri Andropov, due uomini uniti dal comune destino che li legava al KGB, riuscì a proporsi come un innovatore che avrebbe dato una svolta alla politica estera russa, riformando, contemporaneamente, il sistema politico, economico e sociale. Ma già da quindici anni le autorità del Cremlino sonnecchiavano, concedendo piccole aperture nella convincione che ormai il progetto comunista stava fallendo, e che i movimenti del dissenso interno (attivi già dalla fine degli anni Settanta), prima o poi avrebbero provocato una esplosione del sistema. Reagan non capì che l&#8217;Urss non poteva essere ridotta al suo leader, per quanto Gorbaciov fosse un personaggio carismatico, perché era il sistema ad essere fallito non solo i suoi leader.</p>
<p><strong>(FRC 15) </strong>Gorbaciov assistette alla fine del Comunismo sovietico come una specie di Alice nel Paese delle meraviglie, che non si è mai capito quanto ci era e quanto ci faceva. Si disse &#8220;sorpreso&#8221; delle forze centrifughe, etnico-nazionaliste, che facevano traballare il regime (l&#8217;insorgenza islamica nel Caucaso, la guerra in Afghanistan), e finanche quando tornò al Cremlino dopo il tentato colpo di stato del &#8216;91, quando il regime aveva mostrato ancora una volta la suo violenza in un ultimo, ma non definitivo, colpo di coda, Gorbaciov non trovò altre parole se non quelle di promettere ai russi che il Paese sarebbe ripartito con una grande riforma del sistema&#8230;</p>
<p>Gorbaciov sembrava così spaesato di fronte agli eventi che accadevano da dare l&#8217;impressione, scherzosa, che fosse la stessa Cia a manovrarlo. In realtà, se il Cremlino era a conoscenza della crisi che stava disgregando il sistema, non aveva approfondito l&#8217;argomento quanto avevano fatto i cittadini sovietici sulla loro pelle, ed è probabile che Gorbaciov abbia creduto candidamente e sinceramente fino all&#8217;ultimo che il sistema era ancora riformabile, pur nella sua pesantissima recessione. Ma non sapeva cosa fare, e non lo fece.</p>
<p>In compenso, Gorbaciov fu molto abile, e lo è tuttora, nel presentare la sua operazione con un moderno marketing politico, riuscendo a dare a se stesso e ai suoi collaboratori un&#8217;aura semihollywoodiana di uomini del cambiamento, giovani, brillanti, l&#8217;esatto contrario dei vecchi e grigi apparati del passato. Ma trucchi e belletti non potevano bastare a capovolgere un fenomeno storico che ormai scorreva velocemente. Gorbaciov avrebbe avuto soltanto un modo per evitare la disgregazione dell&#8217;Unione e la fine dell&#8217;impero. Comportarsi da imperatore, scatenando il terrore e usando la forza per reprimere il dissenso interno e nei Paesi del Patto di Varsavia. Non fece neanche questo.</p>
<p>Solidarnosc divenne presto una forza politica riconosciuta in Polonia e alle prime elezioni libere del Paese il partito comunista venne praticamente spazzato via dal Parlamento. In Lituania, quando la popolazione decise un referendum per staccarsi dall&#8217;Unione, Gorbaciov mandò i carri armati, fece circondare Radio Vilnius, ma poi la Radio continuò a trasmettere e la popolazione fraternizzò con i soldati. L&#8217;Unione Sovietica stava finendo, più o meno pacificamente, nelle mani di Boris Eltsin.</p>
<p><strong>(FRC 16) </strong>All&#8217;inizio degli anni Ottanta, fu difficile per gli occidentali comprendere ciò che stava accadendo in Unione Sovietica e nei Paesi del blocco comunista. Ma per gli studiosi, i politici e i giornalisti più attenti, era chiaro che il progetto riformista di Gorbaciov avrebbe avuto vita breve. Gli uffici del consolato americano a Berlino Est trasmettevano cablogrammi raccontando in modo un po&#8217; naif cosa accadeva nella Germania Orientale: la gente stava ricominciando a frequentare le chiese e il revival religioso s&#8217;innestava sopra un potente spirito pacifista. Un segno che il sistema era al suo punto di rottura.</p>
<p>Siamo abituati, parlando del dissenso, dei movimenti antitotalitari dell&#8217;Europa Orientale, a ricordare Solidarnosc o Carta 77, ma per un decennio furono migliaia i dissidenti che si diedero appuntamento per pregare, protestare, fare piani, suonare musica jazz (il movimento &#8220;Jazz Section&#8221;), fino alla piccola Woodstock di Wroclav, in Polonia, quando i ragazzi cecoslovacchi e della Polonia si riunirono in una grande giornata di musica e libertà. Non si poteva constrastare l&#8217;onda né tantomeno Gorbaciov avrebbe mai desiderato farlo, a differenza dei suoi predecessori. Lasciò che il Papa viaggiasse in Polonia e che ospitasse a San Pietro centinaia di pellegrini cecoslovacchi, di una Nazione che non aveva certo una tradizione religiosa come quella polacca.</p>
<p><strong>(FRC 17)</strong> Il primo sbandamento nella Rivoluzione Conservatrice avvenne con l&#8217;amministrazione di Bush Padre. L&#8217;America aveva fatto crollare il Comunismo sovietico e dato vita alle Rivoluzioni democratiche e pacifiche in Europa Orientale, in America Latina, Spagna e Portogallo, sotto l&#8217;alto patronato di Giovanni Paolo II. Uno alla volta, mentre Reagan si ritirava nel suo ranch in California, i grandi leader che avevano liberato i loro paesi, Lech Walesa, Nelson Mandela, Re Juan Carlos, venivano alla Casa Bianca per ringraziare gli Usa di aver esportato il modello del capitalismo democratico nelle loro terre. Doveva essere il momento in cui l&#8217;America avrebbe dovuto raccogliere tutti i frutti del suo impegno nel decennio precedente, e della Guerra Fredda. Gli Usa erano l&#8217;unica superpotenza rimasta sulla scena della Storia, e la Rivoluzione avrebbe potuto continuare ancora a lungo. Ma Bush padre e il segretario di stato Baker non si resero pienamente conto della enorme opportunità che l&#8217;America aveva per esportare il suo modello nel resto del mondo.</p>
<p>Invece di scaricare Gorbaciov, continuarono a dare credito al fantomatico &#8220;Trattato della Unione&#8221; che l&#8217;ultimo leader comunista ancora sognava di poter realizzare dopo la Caduta del Muro di Berlino, e che veniva appoggiato più o meno dal 3 o 4 per cento della popolazione. Bush Sn. e Baker erano dei realisti, come nella migliore tradizione della politica estera americana della Guerra Fredda. Non avevano una &#8220;grande visione&#8221;, o un ideale, se non quello di evocare un &#8220;Nuovo Ordine Mondiale&#8221; in cui ad avere il potere sarebbero state le Nazioni Unite e gli organi internazionali come l&#8217;FMI o la Banca Mondiale.</p>
<p>Così gli Stati Uniti persero per la prima volta l&#8217;occasione che gli era stata offerta dalla Storia. Bush padre oscillò fra gli aiuti economici alla Russia e il taglio dei finanziamenti, le rassicurazioni sul controllo degli armamenti nucleari sovietici e la paura che questi potessero finire nella mani delle persone sbagliate. Non fu una politica lungimirante ma neppure stupida visto che riuscì a contenere le spinte revansciste in Russia, almeno per una manciata di anni. Ma l&#8217;America è un Paese che ha sempre alternato fasi di grandi espansione, di enorme impegno sul campo internazionale (la Seconda Guerra mondiale e la lotta al nazifascismo, il wilsonismo della Prima), ad altre in cui si rinchiude in se stessa, dimentica del prorio ruolo e del suo esempio. L&#8217;epoca di Bush padre fu una di queste fasi.</p>
<p><strong>(FRC 18) </strong>Il secondo grave errore di Bush Senior fu la Guerra nel Golfo. Il dittatore Saddam Hussein aveva invaso il Kuwait incurante delle leggi internazionali e del rispetto della integrità dei confini da parte delle nazioni. Per lungo tempo, Bush e Baker avevano cercato di dissuadere Saddam con tutte le pressioni politiche e diplomatiche possibili, ma il Rais di Baghdad decise lo stesso di sfidare la pazienza della superpotenza americana. A quel punto, Bush Padre reagì mettendo insieme una colossale operazione militare, &#8220;Desert Storm&#8221;, rinsaldando l&#8217;alleanza con i Paesi amici dagli Usa, che in poco tempo, dopo i tremendi bombardamenti sull&#8217;Iraq, (li ricordiamo grazie agli algidi collegamenti della CNN dall&#8217;Hotel Palestine di Baghdad), si rivelarono una catastrofe per l&#8217;Iraq, una sconfitta per Saddam e un grave lutto per la sua popolazione.</p>
<p>A quel punto in molti si aspettavano che l&#8217;amministrazione Bush completasse la missione rovesciando il regime Baath. Se lo aspettavano gli analisti di politica internazionale, convinti che l&#8217;America, dopo aver seppellito l&#8217;URSS, abbattendo Saddam avrebbe lanciato un potente messaggio agli altri Paesi dittatoriali o non democratici del mondo. Se lo aspettavano, soprattutto, i curdi e gli sciiti che dopo decenni di persecuzioni, avevano salutato la liberazione del Kuwait come il momento giusto per ribellarsi al regime che li opprimeva, li &#8220;gasava&#8221;, li gettava nelle fosse comuni. I dissidenti del mondo arabo e islamico guardavano con speranza alla caduta del Rais.</p>
<p>Ma Bush e Baker non si spinsero oltre. La missione, dissero, era liberare il Kuwait. Questa decisione gettò in un grande sconforto tutti coloro che avevano creduto ai principi della Rivoluzione Conservatrice che si era estesa nel mondo nel ventennio precedente. L&#8217;America lasciò intendere che non sempre si sarebbe battuta fino in fondo per dare una chance a chi combatteva in nome della libertà. L&#8217;interesse nazionale, insomma, non coincideva più con l&#8217;ideale di un mondo libero e democratico. Gli Stati Uniti si rifiutarono di proteggere chi gli aveva chiesto aiuto e abbandonarono al loro destino i curdi e gli sciiti che si erano mobilitati in Iraq.</p>
<p><strong>(FRC 19)</strong> La vittoria dimezzata in Iraq fu il modello di quanto sarebbe avvenuto con l&#8217;ex Unione Sovietica. L&#8217;America aveva vinto la Guerra Fredda ma sembrava tergiversare. Quando Gorbaciov mandò le truppe sovietiche in Lituania per impedire il referendum, il segretario di stato Baker &#8211; che pure aveva promesso aiuto al leader lituano Landsbergis &#8211; se ne lavò le mani spiegando che gli Usa non avvrebbero approvato eventuali sanzioni contro il Cremlino. Il principale errore di Bush Padre fu quello di puntare sugli uomini invece di comprendere che quello in atto era un cambio di sistema, complesso, difficile, e che non poteva essere lasciato alle facoltà dei leader russi.</p>
<p>L&#8217;amministrazione Bush appoggiò prima Gorbaciov contro Eltsin, nonostante quest&#8217;ultimo fosse stato eletto democraticamente e godesse del consenso popolare. Poi, dopo il colpo di stato fallito del &#8216;91, quando &#8220;Boris&#8221; difese la Casa Bianca dall&#8217;ultimo colpo dei vecchi apparati, gli Usa diventarono tutto a un tratto il miglior alleato di Eltsin e del suo nucleo familistico, gente che, esattamente come Gorbaciov e l&#8217;establishment dei riformatori, non aveva la più pallida idea di come trasformare il Paese in base alla democrazia e alle leggi del libero mercato. I leader russi non sarebbero mai stati capaci, da soli, di regolare dei cambiamenti fondamentali come quelli legati alla introduzione della proprietà privata e ai nuovi obiettivi economici e politici.</p>
<p>Non era un fatto di leader, quindi, ma di sistema. Gli Usa, che per duecento anni avevano dato vita a una società multietnica, libera e ed economicamente ricca, avrebbero potuto spendere questa credibilità per convincere i leader e la popolazione russa che qualsiasi cambiamento di sistema e aiuto economico da parte degli Stati Uniti sarebbe arrivato solo <em>dopo</em> che l&#8217;amministrazione americana si fosse convinta che i soldi non fossero finiti nel buco nero della corruzione e della illegalità. Un intero sistema era collassato, ma gli Usa, non volendo forzare la mano, contribuirono indirettamente ad alimentare il caos successivo alla &#8216;caduta&#8217;. Avrebbero potuto usare ancora le radio e i mezzi di comunicazione di cui Reagan si era servito per &#8216;dialogare&#8217; con il popolo russo, ma anche questa strada fu abbandonata.</p>
<p>Bush e Baker, così come avrebbero fatto Clinton e Christopher, non capirono, o forse non vollero capire, che per sancire il passaggio dal regime comunista alla democrazia sarebbe stato necessario processare, direttamente o indirettamente, la vecchia nomenclatura, come era avvenuto in Germania, Italia, Giappone, dopo la Seconda Guerra mondiale. L&#8217;Occidente invece di dichiarare vittoria abbandonò la Rivoluzione Conservatrice, e i processi che avrebbero dovuto fare chiarezza sul passato, sulle colpe degli uomini di regime, sulle complicità della gente comune, diventarono sempre più remoti &#8211; nel momento in cui le stesse strutture della forza e i servizi segreti dell&#8217;ex Kgb manipolavano gli archivi distruggendo, alterando, e falsificando le prove di quanto era accaduto.</p>
<p><strong>(FRC 20)</strong> Gli archivi sovietici rappresentavano il sogno dei giovani rivoluzionari conservatori americani che avevano vinto la Guerra Fredda e adesso aspettavano il loro turno, nei loro uffici dei centri di ricerca e di nascenti ma già potenti &#8220;pensatoi&#8221; come l&#8217;American Enterprise Institute. I ricercatori americani ebbero accesso, per un  breve periodo, all&#8217;inizio degli anni Novanta, ai grandi hangar dell&#8217;intelligence sovietica, un miniera inestimabile per capire non solo come si era strutturato il potere dell&#8217;apparato comunista ma anche per analizzare le sue propalazioni nei Paesi dell&#8217;Europa Occidentale. A differenza del Nazifascismo, il Comunismo sovietico però non cadde in modo violento e traumatico, né ci furono processi ai gerarchi.<img title="Continua..." src="http://www.noaweb.it/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" /></p>
<p>Eltsin dichiarò per breve tempo il partito comunista illegittimo in Russia ma i veterani del regime e le primule rosse del postumo Gorbaciov erano ancora pronte ad occupare posti nella Duma. Questa &#8220;resa dei conti&#8221; dimezzata con il passato avrebbe potuto essere completata (com&#8217;è avvenuto nella Repubblica Ceca o in Polonia, con i vari gradi della <em>Lustracia</em>), e aprire gli archivi, comunicare le informazioni in essi contenute alla popolazione sovietica e agli altri Paesi del mondo avrebbe contribuito a una pacificazione più reale.</p>
<p>Invece, ben presto, spaventati dalla concorrenza che giornali, istituti di ricerca, think-tank facevano per accaparrarsi scampoli dei dossier, i russi si chiusero a riccio sui loro segreti. Eltsin si piegò firmando un decreto che rinviava di trent&#8217;anni la diffusione delle informazioni sensibili. Nei ranghi più o meno bassi della burocrazia e della nomenclatura, in quelli dell&#8217;esercito e delle nascenti &#8220;strutture della forza&#8221; decisive per l&#8217;ascesa di Vladimir Putin, i comunisti rimasero a governare come avevano sempre fatto per circa un secolo. I servizi putiniani, eredi di quelli dell&#8217;Urss, ripresero a tessere trame con i Paesi dell&#8217;Europa Orientale e delle aree di influenza sovietiche. La sopravvivenza del comunismo era garantita. A metà degli anni Novanta, Londra denunciava la presenza di una rete spionistica russa attiva sul territorio inglese. Nessun alto ufficiale o generalissimo del KGB e dell&#8217;esercito passò dalla parte dell&#8217;Occidente dopo la Caduta dell&#8217;URSS.</p>
<p><strong>(FRC 21)</strong> Mentre George Bush non aveva capito fino in fondo il momento storico che l&#8217;America stava vivendo durante la Rivoluzione Conservatrice, e si era dimostrato incapace di cogliere quella opportunità, il Presidente democratico Bill Clinton &#8211; dalle sue politiche verso la Russia a quella con la Repubblica Popolare cinese apparve a tutti come un vero e proprio controrivoluzionario. Clinton avrebbe chiesto agli Alleati occidentali di combattere in Bosnia per rovesciare il regime comunista serbo di Milosevic. Ma né lui, né il suo predecessore Bush si erano curati delle stragi perpetrate dal duo Gorby/Shevardnadze in Georgia o Afghanistan.</p>
<p>Due presidenti, uno repubblicano e uno democratico, sprecarono entrambi l&#8217;occasione di ampliare ancora di più la Rivoluzione Conservatrice che si era compiuta fra la metà degli anni Settanta e gli anni Ottanta. Bush non sapeva cosa fare: restare in Europa, rafforzare la Nato, e dove collocare la nuova linea di Yalta? Al Repubblicano, come al democratico, mancava una &#8220;visione del mondo&#8221;.</p>
<p>Non solo l&#8217;America favorì le elite russe, Gorbaciov piuttosto che Eltsin, ma si prodigò per far arrivare a Mosca armamenti avanzati, mettendo mano a una politica di &#8220;decontrolling&#8221; si giocattoli come quelli usati per la guerra subacquea e sottomarina, tecnologie per la guerra laser, semiconduttori e microprocessoeri, sistemi per la visione satellitare, tecnologia digitale e informatica avanzata che avrebbe trasformato Mosca in uno dei grandi player della cyberwar contemporanea. Clinton avrebbe ripetuto lo stesso errore con la Cina.</p>
<p><strong>(FRC 22)</strong> Durante la sua campagna elettorale, Bill Clinton si propose all&#8217;elettorato come l&#8217;erede della Rivoluzione Conservatrice: disse di voler ridurre il peso delle tasse, di voler tagliare i rami secchi della burocrazia e dare maggior potere alle forme di governo locali &#8211; in definitiva, al popolo stesso. Parlò di &#8220;small governement&#8221; e &#8220;new left&#8221; ma era un impostore. Una volta eletto, infatti, mostrò che l&#8217;origine dei suoi ideali era piuttosto rintracciabile nel socialismo degli accademici dei dipartimenti universitari americani dove ancora si idolatrava il marxismo.</p>
<p>Clinton disse di voler &#8220;reinventare il governo&#8221; e di voler stabilire &#8220;un nuovo accordo fra bussiness e governo&#8221;, ma durante i suoi due mandati il peso dello stato nella vita americana aumentò e la libertà dei suoi cittadini diminuì. L&#8217;esempio migliore, tanto più che attualissimo, del crepaccio apertosi fra le sue dichiarazioni ideali e la realtà delle decisioni politiche, è quello del progetto di riforma del sistema sanitario nazionale.</p>
<p>Clinton diede l&#8217;impressione d&#8217;ispirarsi a modelli del welfare come quello canadese o dei Paesi dell&#8217;Europa occidentale, proprio nel momento in cui questi modelli, entrati in una profonda crisi, stavano cercando una loro ristrutturazione. L&#8217;idea di sanità pubblica di Clinton, come quella del suo erede, Obama, sono l&#8217;aspetto più controrivoluzionario di quella visione democratica che ha rimesso in discussione alcuni dei valori fondanti della Storia americana. Lo slogan era &#8220;power to the people&#8221;, ma il potere lo presero i congressisti e i lobbisti di Capitol Hill favorevoli alla riforma, in una parola la &#8220;nomenclatura&#8221; clintoniana che, ancora oggi, gravita intorno alla Casa Bianca.</p>
<p><strong>(FRC 23)</strong> La stessa linea Clinton la seguì anche in politica estera. Aveva vinto le elezioni criticanto l&#8217;attendismo dell&#8217;amministrazione di Bush Padre in Bosnia, di aver venduto armi a Saddam Hussein e di aver tenuto una politica soft con i comunisti della Cina. Ma la sua era una politica degli annunci, essendo Clinton un &#8220;hamiltoniano&#8221; interessato innanzitutto a favorire l&#8217;interesse nazionale americano nel mondo (parliamo di interessi economici), annunci che venivano capovolti e drasticamente cambiati quando le mutate esigenze lo richiedevano.</p>
<p>E&#8217; facile essere degli idealisti a parole. Clinton bacchettò la Cina sulla repressione omicidiaria condotta su larga scala dalla Repubblica Popolare, ma nello stesso tempo fu il Presidente che avrebbe venduto il più alto numero di armi e tecnologie avanzate a Pechino. Se Bush si era fidato ciecamente di Gorbaciov, Eltsin divenne il preferito da Clinton, anche quando il nuovo presidente russo decise di posticipare di qualche decennio l&#8217;apertura degli archivi del Partito comunista sovietico.</p>
<p>Clinton accusò Bush Padre di aver perso il controllo sulle tecnologie avanzate, permettendo a Saddam di rafforzare il suo arsenale di armi illegali, ma il Presidente democratico sarebbe andato molto oltre, smantellando l&#8217;intera struttura di controllo dell&#8217;export americano. Clinton adottò le politiche tipiche del Big Bussiness americano, favorendo, in questo modo, il decollo tecnologico dell&#8217;industria cinese. L&#8217;esempio migliore è quello del &#8220;decontrolling&#8221; clintoniano sui supercomputer.</p>
<p><strong>(FRC24)</strong> Negli anni Novanta esistevano degli organismi internazionali, nel seno della Nato, che si occupavano di controllare l&#8217;export delle tecnologie  come quella informatica dagli Usa al resto del mondo. Era il caso dei &#8220;Supercomputer&#8221;, quelle macchine la cui potenza in CTPs (<em>composite theoretical operation per seconds</em>) veniva misurata in MTOPs (<em>millions of  theoretical operation per seconds</em>). Oltre una certa soglia di MTOPs non si potevano vendere computer a potenze straniere. Naturalmente le grandi multinazionali dell&#8217;informatica facevano pressione sul Congresso e sulla Casa Bianca affinché questa &#8220;soglia di sicurezza&#8221; venisse abbassata, per poter fare affari più facilmente.</p>
<p>Ma ogni volta che il governo americano provava a sollevare quella soglia, gli organismi atti al controllo dell&#8217;export, criticavano queste decisioni; Clinton si sbarazzò di quegli organismi, e in dieci anni, nel giro dei suoi due mandati, permise alle grandi corporation di vendere i supercomputer e altre tecnologie sensibili agli avversari dell&#8217;America, in particolare ad uno di essi, il più pericoloso e lontano dalla democrazia americana, la Repubblica Popolare Cinese. I cinesi si sarebbero impossessati di tecnologie utili a dotarsi di armi di distruzione di massa, tecnologie che con il passare del tempo sarebbero state rivendute agli &#8220;stati-canaglia&#8221; come l&#8217;Iran, il Pakistan o la Corea del Nord.</p>
<p>Se pure, grazie alla intelligence e alle fonti locali, gli americani avessero potuto continuare ad ottenere informazioni sul grado di sviluppo delle tecnologie militari di questi Paesi, non erano comunque più in grado di impedirgli di dotarsi di esse. Il ministero del commercio con l&#8217;estero disse chiaramente che la lista degli organismi che controllavano l&#8217;export andava modificata e che lo sarebbe stata in base alla discrezione dell&#8217;Amministrazione. Nel 1993, il segretario di Stato Perry annunciò che gli Usa avevano venduto a Pechino tecnologie informatiche utili a simulare esplosioni nucleari &#8211; un genere di supercomputer che Clinton aveva fatto rientrare nel suo &#8220;decontrolling&#8221; delle più potenti macchine informatiche. Probabilmente l&#8217;affare chiuso con i cinesi avrà contribuito ad evitare dei veri test nucleare in Cina, ma permise anche a Pechino di proseguire nel suo segreto programma di ricerca nucleare.</p>
<p><strong>(FRC25)</strong> Ma non solo di computer si trattava. Clinton pensò bene di favorire i cinesi anche creando una &#8220;relazione privilegiata&#8221; fra i turbocomunisti di Pechino e la McDonnel Douglas, una compagnia aerea americana in via di fallimento. Pur di salvarla e di fare nuovi affari, l&#8217;Amministrazione permise indirettamente ai tecnici e agli esperti cinesi di visitare gli hangar della compagnia, fra le proteste dei lavoratori dell&#8217;azienda, che si lamentavano di trovarsi da un giorno all&#8217;altro fra i piedi gli esperti di Pechino che facevano foto, giravano filmini, impadronendosi di altrettante informazioni sul sistema aereo, civile e militare, degli Stati Uniti.</p>
<p>Clinton sapeva che la Cina era uno dei grandi proliferatori nucleari del mondo ma permise a McDonnel Douglas di chiudere l&#8217;accordo e ottenere le licenze, a patto, si disse, che le tecnologie americane fossero usate per scopi civili e che le autorità Usa avessero potuto verificare che uso ne veniva fatto. Ma i cinesi spostarono subito le tecnologie e lo know-out ricevuto da Pechino a centri segreti e militari, venendo quindi meno all&#8217;accordo. Di conseguenza, i responsabili di McDonnel Douglas informarono il Dipartimento del Commercio di quello che stava avvenendo. Il Congresso iniziò a indagare. Ebbene, Clinton fece passare con un colpo di mano un nuovo accordo in cui si chiedeva alla Cina di &#8220;riunire&#8221; le tecnologie disperse in un&#8217;unica città, i cinesi accettarono, e McDonnel Douglas riprese a fari affari e a costruire aerei con la Cina (che intanto, con l&#8217;hardware della compagnia americana, costruiva nuovi cacciabombardieri d&#8217;accordo con la Russia).</p>
<p>Si scoprì che la Cina aveva venduto delle componenti per il programma nucleare pakistano, che grandi gruppi americani come Lockerbie usavano vettori cinesi per mettere in orbita i loro satelliti, fino a quando, nel 1996, un ammiraglio della marina nel Golfo persico denunciò che la Cina stava vendendo missili anti-nave all&#8217;Iran. Il Dipartimento di Stato si assicurò prontamente di annunciare agli americani che non si trattava di armi pericolose. Invece di pensare a delle sanzioni, o almeno a smetterla di svendere la tecnologia americana al gigante cinese, Clinton incontrò il presidente Jan Zemin  e disse che era nell&#8217;interesse nazionale americano far sì che i popoli dei due paesi avessero la stessa ricchezza e le stesse opportunità. Qualche settimana prima, Pechino aveva seriamente minacciato il suo nemico storico, Taiwan.</p>
<p>Clinton, dunque, aveva aiutato la dittatura comunista a rafforzarsi e, indirettamente, favorito la corsa agli armamenti degli &#8220;stati-canaglia&#8221;. Il presidente aveva creduto che legare il debito pubblico americano all&#8217;economia cinese, coivolgere la Cina in un sistema di crediti e di scambi, avrebbe favorito la democratizzazione di quel paese, o perlomeno, visto cosa accadeva in Cina sul tema dei diritti civili, sarebbe stato utile agli interessi nazionali (economici) americani. L&#8217;idea era che fare affari con Pechino avrebbe stemperato le politiche più ostili del governo comunista verso gli Usa. Era una nuova versione della politica della &#8220;detente&#8221; già sperimentata senza successo dal duo Nixon/Kissinger durante la Guerra Fredda.</p>
<p><strong>(FRC26)</strong> Ricorderemo la politica estera di Clinton per gli accordi di Dayton in Bosnia: i bombardamenti sulla Serbia avevano costretto in poco tempo il regime di Milosevic a chiedere un armistizio. La guerra era finita, ma Clinton decise comunque di inviare sul campo, quando ormai la pulizia etnica era stata portata a compimento, un massiccio numero di truppe, a quel punto inutili. Nello stesso tempo, lo ricorderemo per i tagli alla spesa militare.</p>
<p>Fu un Presidente a cui non interessava promuovere la democrazia, al massimo l&#8217;economia degli Usa. L&#8217;Amministrazione Clinton non vedeva un ruolo particolare o una missione per l&#8217;America nel mondo; come per il suo predecessore, Bush Padre, gli Stati Uniti dovevano cedere parte della loro egemonia a strutture sovrastatuali, come le Nazioni Unite, la Nato, o comunque cercare l&#8217;approvazione internazionale. Con la Russia, Clinton portò avanti una serrata diplomazia amichevole con Zar Boris. Con Milosevic, si decise a intervenire solo quando nelle televisioni americane arrivarono le immagini dei cecchini di Sarajevo. Con le nuove democrazie dell&#8217;Europa Orientale, come la Polonia e la Repubblica Ceca, non andò oltre la chimerica &#8220;Partnership for Peace&#8221;, che convinse i governi delle nazioni liberate dal comunismo a non aspettarsi aiuto dall&#8217;amministrazione democrat.<img title="Continua..." src="http://www.noaweb.it/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" /></p>
<p>Tutto ruotava intorno all&#8217;economia, &#8220;It&#8217;s the economy, stupid&#8221;. Con la Cina, svendette tecnologie di ultima generazione che potevano essere usate a scopi militari e rivendute agli &#8220;stati-canaglia&#8221;. Libia, Iran, Siria, Corea del Nord. Nella visione mercantilista della politica estera di Clinton, l&#8217;arma preferita per fare pressione sui Paesi avversari era l&#8217;embargo, una trovata a metà fra il miliare e il diplomatico, che ha sempre caratterizzato le fasi &#8220;jeffersoniane&#8221; dell&#8217;America, come quella che sta vivendo attualmente con Obama. Clinton avrebbe dovuto fare solo un embargo: quello per fermare le forniture di armi ai serbi di Bosnia. Non lo fece, come non lo fece in Cecenia, o nel Ruand<strong>a.</strong></p>
<p><strong>(FRC27) </strong>Il messaggio che si era diffuso tra le grandi capitali del mondo negli anni Novanta era chiaro. Il popolo credeva in se stesso. Si era ribellato, in Unione Sovietica come in Messico, in America Latina come in Europa. La pesante sconfitta dei Democratici alle elezioni per il Senato del 1994 mostrò che gli americani non approvavano un Presidente che aveva tradito lo spirito della Rivoluzione del decennio precedente.</p>
<p>La gente aveva ben chiaro che tipo di sistema politico voleva: un sistema che si intromettesse il meno possibile nella sfera della vita privata. Istituzioni su cui si potesse esercitare il massimo controllo, un&#8217;amministrazione dello Stato leggera, più responsabile ed efficiente, meno costosa. Non fu semplicemente una &#8220;rivolta fiscale&#8221; ma una battaglia per l&#8217;autogoverno democratico, un ideale che sia Reagan che la Thatcher esportarono anche al di fuori del mondo anglossassone, convinti che il mondo libero non sarebbe stato tale fino a quando altri regimi e tirannie non fossero cadute.</p>
<p>L&#8217;establishment liberal, con l&#8217;appoggio del mondo accademico e dei media, cercò di ridurre la rivoluzione in corso a uno o più segmenti sociali, come una reazione a questo o a quell&#8217;altro leader politico, oppure come una reazione ad un sistema corrotto. <img title="Continua..." src="http://www.noaweb.it/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" />Si parlava di &#8220;riforme&#8221;, di Nazioni Unite, Unione Europea, Confederazione degli Stati Indipendenti, ma il realtà si stava solo descrivendo la nuova grande burocrazia globale. Clinton però non sarebbe riuscito a far passare la sua riforma sanitaria.</p>
<p>Chi si batte per la rivoluzione conservatrice desidera che il potere torni nella mani di chi lo deteniene davvero, il popolo. E il popolo, gli elettori, avevano mandato a quel Paese Clinton, il partito conservatore canadese, il pentapartito italiano, i socialisti di Mitterand in Francia. In America Latina, una nuova generazione di leader parlava di decentralizzare il potere, privatizzazioni economiche, cultura d&#8217;impresa, meno controllo da parte del governo e dei suoi apparati. C&#8217;era anche chi, come Nelson Mandela, aveva iniziato pensando al comunismo ed era finito a recitare Milton Friedman, parlando di tagli alle tasse e privatizzazioni. Un attore aveva governato l&#8217;America, un autore di testi per il teatro la Repubblica ceca, un uomo d&#8217;affari aveva preso il posto della gerontocrazia nel Belpaese. Come dire, l&#8217;anomalia non è mai stata <em>solo</em> Berlusconi.</p>
<p><strong>(FRC28) </strong>Negli anni Novanta la Rivoluzione Conservatrice venne messa per la prima volta in seria discussione. Come ha scritto una volta lo storico francese Francois Furet, l&#8217;odio della borghesia verso la società borghese è vecchio quanto la borghesia stessa ed è una delle caratteristiche della democrazia. Ecco perché, nonostante i valori di libertà economica e individuale dell&#8217;Occidente avessero trionfato in diverse parti del mondo, le leadership dei Paesi occidentali non furono in grado di raccogliere i frutti di quella semina. Da Mosca a Minsk, da Teheran a Baghdad, i nemici della democrazia rialzavano la testa, sfruttando la debolezza occidentale per rafforzarsi o prendere il potere ed eventualmente usarlo contro l&#8217;America e i suoi alleati.</p>
<p>Il problema è che la Rivoluzione conservatrice, essendo una rivoluzione capitalista, aveva creato nello stesso tempo opportunità e diseguaglianze, vincitori e vinti. Questo spingeva molti occidentali a mettera tra parentesi il valore fondante della democrazia, la libertà, per sostituirlo con quello della eguaglianza sociale. Come ha mostrato Furet, il concetto di eguaglianza è stata la fessura da cui il comunismo ha potuto penetrare nel mondo occidentale, presentandosi come un sogno e una utopia democratica anche quando i regimi che aveva creato erano ormai andati distrutti.</p>
<p>Gli intellettuali di sinistra occidentali non riescono ancora a capacitarsi che un sistema instabile, imperfetto, come il capitalismo, tanto più quello caotico e inelegante dell&#8217;America, abbia potuto prevalere sull&#8217;ideale egalitario che era al cuore del comunismo. Non è una novità. Quando il corrispondente francese da Mosca per la rivista di sinistra france l&#8217;Humanité descrisse il Terrore bolscevico nel nuovo stato comunista, la Lega per i diritti umani francesi chiese che le sue articolesse fossero censurate. Il Terrore, da allora, sarebbe stato spiegato in tanti modi &#8211; l&#8217;accerchiamento dell&#8217;URSS da parte delle potenze capitaliste piuttosto che il sabotaggio borghese &#8211; ma in realtà erano tutte spiegazioni che servivano a coprire quanto accadeva a Mosca, grazie al cerotto sugli occhi di chi, in Occidente, si beveva la disinformazione messa in atto dal KGB e dagli strumenti di propaganda sovietici.</p>
<p>Meglio ancora, si trattava di una forma di autocensura da parte delle stesse elite culturali occidentali, troppo impegnate a decostruire la democrazia capitalista per curarsi di quello che accadeva dall&#8217;altra parte della Cortina di Ferro. La stessa rimozione sarebbe accaduta alla Cina, di cui abbiamo ignorato le purghe fino a quando Deng non si è deciso a parlare, lo stesso Deng di  Tien An Men.Negli anni novanta, uno studente di Stanford, celebre e autorevole università americana, perse la sua borsa da ricercatore dopo aver presentato un progetto in cui si descriveva il femminicidio scientifico messo in atto dal governo cinese attraverso l&#8217;arma dell&#8217;aborto preventivo.</p>
<p>Per molti intellettuali, di sinistra ma anche di destra, darla vinta all&#8217;America avrebbe significato la fine dei loro ideali e di tutto ciò per cui avevano combattuto. E c&#8217;era un&#8217;ultimo, grave timore, da parte loro verso il capitalismo. Il merito, la concorrenza, la lotta che fa emergere i migliori: il mercato culturale era un sistema impensabile per chi era abituato a sedere alla destra del Principe. Ancora oggi, l&#8217;intellettualità diffusa dei Paesi occidentali è attratta dalla regolazione centralistica del libero mercato, a dispetto dei successi del mercato e dei fallimenti del comunismo. Il bailout e la riforma sanitaria di Obama dimostrano che attualmente anche la classe politica americana è affascinata da uno statalismo soft, un revival socialista che l&#8217;astuto Obama sa dissimulare tra le pieghe della sua politica di centro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>(FRC29)</strong> Le pulsioni stataliste delle elite culturali occidentali possono essere efficacemente riassumente nella &#8220;Japan vogue&#8221; degli anni Novanta. In America, strateghi come Edward Luttwak, economisti liberal come Felix Rohatyn, ed editori conservatori come Forbes, temevano l&#8217;aggressiva economica giapponese, giudicandola il segno dell&#8217;incipiente declino americano. Un sistema bancario fortemente centralizzato, un dirompente mercato immobiliare, l&#8217;ansia di chiudere affari lucrosi e di vivere al di sopra delle proprie possibilità, era stata questa l&#8217;ascesa del Giappone dalla metà degli anni Ottanta in avanti.</p>
<p style="text-align: justify;">E tutti, nei Paesi occidentali, a lodare l&#8217;ecomonia pianificata di lungo periodo nipponica, e il suo progressivo insediamento come una &#8220;sottoeconomia&#8221; sempre più propulsiva all&#8217;interno di quella americana. Ma la bolla immobiliare giapponese avrebbe mostrato che le tanto decantate virtù programmatrici degli investitori di Tokyo si poggiavano su un assetto finanziario rischioso (si pensi ai maestosi piani per la conquista del mercato immobiliare delle Hawaii, miseramente falliti). Quando il mercato nipponico crollò, trascinandosi dietro imprese e investitori, nessuno di quelli che in Occidente avevano predetto l&#8217;imminente conquista dell&#8217;economia globale da parte di Tokyo ammise che il sistema americano, ancora una volta, si era dimostrato il più forte e il più capace di riconvertirsi e continuare a produrre ricchezza.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;inestricabile alleanza fra establishment culturale, giornalisti, media e classe politica, favoriva la diffusione di questo strisciante antiamerianismo. L&#8217;antiamericanismo, storicamente, è stata una caratteristica dei regimi fascisti e del comunismo, e di quegli intellettuali, per esempio fascisti, che dopo la caduta del regime passarono a sinistra. Per la destra, l&#8217;America è ignorante, incurante della sua missione nel mondo, senza una &#8220;grandeur&#8221; spirituale. Per la sinistra, l&#8217;America è il suo capitalismo rampante e di rapina, un Paese razzista dove l&#8217;anticomunismo è divenuto qualcosa di simile al fascismo. Quanto questa visione sia penetrata nella società lo dimostra l&#8217;industria del cinema hollywoodiano, che ha dedicato decine di film al maccartismo ma non se ne ricordano tanti sullo stalinismo. La Rivoluzione francese e quella russa, care alla sinistra, piacciono anche ai grandi produtttori americani.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>(FRC30) </strong>Nel corso degli anni Novanta, l&#8217;intellighenzia di sinistra americana ha acquisito sempre più rilevanza politica, grazie a un&#8217;allenza con i giornalisti &#8211; a loro volta sempre più insider alla Casa Bianca e nelle amministrazioni governative (la classe politica ha sempre più paura di finire sotto le grinfie della stampa). I giornalisti condividono la visione di fondo delle elite, e sono diventati la &#8220;longa manus&#8221; delle elites culturali a Washington. I giornalisti ne escono legittimati, le elites acquistano visibilità sui media con le loro teorie. In questo quadro dai tratti orwelliani, l&#8217;ex direttore di Time e grande amico di Bill Clinton, Mr. Strobe Talbott, dedicà la copertina della sua rivista a Gorbaciov. Era il 1990, e l&#8217;articolo di Time lamentava la sfortuna che aveva provocato il crollo dell&#8217;Urss. Non era stata una vittoria degli Usa, ma un fallimento di Mosca.</p>
<p>Per capire in che modo la stampa occidentale fosse ostile allo spirito della rivoluzione democratica, ancora una volta può venirci in soccorso il Giappone. Nell&#8217;estate del 1994, il New York Times pubblica una storia destinata a suscitare grande clamore sui finanziamenti americani al partito liberaldemocratico giapponese negli anni Cinquanta, attraverso la Cia. Un classico del genere spionistico, con gli agenti costretti a chiedere scusa e i politici implicati nella imbarazzante posizione di dover dare delle spiegazioni. Questa storia incuriosisce Vladimir Bukovsky, un dissidente sovietico esiliato in Gran Bretagna.</p>
<p>Bukovsky ha lasciato da poco tempo Mosca con una serie di importanti informazioni e documenti sulle attività del Politburo e del Kgb, tra cui le prove che il partito socialista giapponese aveva ricevuto un sostegno segreto da Mosca dagli anni cinquanta fino agli anni Novanta. Bukovsky contatta il New York Times per informarlo della vicenda ma il quotidiano non è interessato alla pubblicazione. La storia della Cia e dei liberaldemocratici giapponesi di trent&#8217;anni prima sì, quella dei sovietici e dei socialisti nippocini, proseguita fino agli anni Settanta, quindi molto più recente, no.</p>
<p><strong>(FRC31)</strong> Ciò che per molto tempo i governi e i popoli dei Paesi occidentali hanno sottovalutato è stata la forza e la penetrazione della disinformazione sovietica al di là della Cortina di Ferro. Prendiamo la Grecia, per esempio. Il comunismo greco che oggi torna a prendere voce sull&#8217;Acropoli, invitando i popoli dell&#8217;Europa a ribellarsi contro i grandi speculatori internazionali, è figlio di una stagione, gli anni Ottanta ad Atene, in cui Mosca sapeva come influenzare il governo socialista di Papandreu attraverso la sua egemonia culturale.</p>
<p style="text-align: justify;">Un reporter del New York Times ha svelato quali interessi si nascondevano dietro la pubblicazione di &#8220;Ethnos&#8221;, il più letto dei quotidiani greci alla metà degli anni Ottanta, lanciato sul mercato greco poche settimane dopo la vittoria elettorale di Papandreu. Il giornale, che vantava titoli come &#8220;Le donne sovietiche non hanno bisogno di essere femministe perché i loro problemi sono risolti&#8221;, oppure &#8220;Il piano della Cia per una guerra batteriologica con le mosche&#8221;, aveva raccontato ai suoi lettori che l&#8217;Urss aveva fatto costruire il Muro di Berlino per difenderdi da una imminente invasione degli Alleati in Germania Est. Ovviamente neppure una parola sul decisivo viaggio di Giovanni Paolo II in Polonia nell&#8217;83.</p>
<p style="text-align: justify;">Ethnos, e il suo editore, Academos (specializzata nei discorsi di Breznev e nella traduzione della Grande Enciclopedia Sovietica), erano guidati da una strana coppia di greci, uno comunista di lungo corso, l&#8217;altro imprenditore senza peli sullo stomaco, entrambi coptati dal KGB, tenuti d&#8217;occhio dal Comitato Centrale del partito (compreso il delfino Gorbaciov), e lautamente ricompensati con il 3o per cento del venduto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>(FRC32)</strong> A un certo punto, il KGB decise di liberarsi del &#8220;compagno&#8221; greco puntando tutto sull&#8217;uomo d&#8217;affari, che durante la lunga collaborazione con i suoi &#8220;committenti&#8221;, volava a Mosca tutto pagato su linee di prima classe. Ethnos ebbe enorme successo in Grecia, una diffusione superiore a quasi tutti gli altri giornali, acquistando anche un rilevante peso politico nella scena interna del Paese. Dietro la coppia di editori, c&#8217;era l&#8217;ufficio copyright del KGB (all&#8217;epoca guidato da un altro futuro &#8216;gorbacioviano&#8217;), il dipartimento disinformazione dei servizi russi, e l&#8217;attaché della ambasciata sovietica ad Atene, cacciato via qualche anno dopo quando fu scoperto a rubare segreti militari sulla marina ateniese.</p>
<p style="text-align: justify;">In seguito il &#8220;compagno greco&#8221; che aveva contribuito a fondare il giornale finì sotto processo chiamato a rendere testimonianza di quello che era accaduto; spifferò tutto al reporter del NYT, la storia si diffuse anche in America. L&#8217;imprenditore, allora, spalleggiato dai russi, offrì oltre mezzo milione di dollari al &#8220;compagno&#8221; per il suo silenzio; quest&#8217;ultimo accettò, il processo perse di indizi concreti e il reporter del Times si trovò di colpo sulla graticola.</p>
<p>Dell&#8217;idea di creare Ethnos il KGB era già convinto due anni prima del lancio editoriale, come un momento di quella &#8220;campagna attiva&#8221; (circonlocuzione per dire della disinformazione) da promuovere in Grecia. La storia del giornale, di com&#8217;era stato fondato e di quale fosse il suo vero scopo, avrebbe potuto rappresentare un grande scoop ragionando in termini giornalistici: libertà di parola &#8216;comprata&#8217;, spionaggio, la persecuzione del reporter che aveva scoperto la vicenda&#8230; ma i giornali americani tacquero e nessuno si indignò per quello che era successo.</p>
<p><strong>(FRC33) </strong>La crisi dell&#8217;euro di questi giorni affonda le sue radici nel fatto che il Vecchio Continente, e in particolare l&#8217;Europa occidentale e continentale, fu la zona del mondo più restia ad accettare la diffusione della Rivoluzione Conservatrice. La convinzione che dei governi &#8220;smart&#8221; potessero migliorare le cose non poteva piacere a Paesi che avevano fatto del dirigismo economico e sociale una loro prerogativa storica. Così per trovare esempi delle più riuscite rivoluzioni capitalistiche nel secondo Novecento conviene guardare lontano dall&#8217;Europa, verso le tigri asiatiche e il decollo del Sudamerica, o ancora una volta agli Stati Uniti.</p>
<p style="text-align: justify;">Le classi dirigenti di questi Paesi avevano deciso di fidarsi dei loro popoli, privatizzando quante più funzioni del governo possibile. Nessuna nazione dell&#8217;Europa occidentale l&#8217;avrebbe fatto e la nascita dell&#8217;Unione Europea, pur tutelando il continente dalle maree dell&#8217;economia mondiale, avrebbe complicato le cose ai singoli stati membri. La seconda differenza fra Europa e America, dopo quella economica, era la religione. Gli europei hanno sempre sottovalutato il ruolo rivoluzionario svolto da Giovanni Paolo II e, in un crescendo di secolarizzazione, hanno lasciato a singole individualità il  compito di unire fede e politica, com&#8217;è sempre stato (una di queste fu Lech Walesa, il leader del sindacato polacco Solidarnosc). Solzhenitsyn è stato dimenticato altrettanto presto.</p>
<p style="text-align: justify;">In America dagli anni Ottanta le cose sono andate diversamente. Dio è entrato di prepotenza nella vita politica e sulla scena pubblica. Si è parlato di un &#8220;Quarto Risveglio&#8221;, uno di quei revival religiosi che hanno attraversato periodicamente la Storia americana. Negli ultimi 25 anni, il peso politico dell&#8217;elettorato cattolico e soprattutto evangelico negli Stati Uniti ha garantito al partito repubblicano, che grazie alla lezione di Irving Kristol se ne era fatto portatore nei termini di una nuova battaglia culturale (quel che in Italia diremmo atei devoti), di ottenere un costante margine di vantaggio durante le elezioni. I leader di questo movimento, i giornali, i movimenti e le associazioni di base, hanno predicato in favore della responsabilità individuale, del duro lavoro, di una vita semplice, della difesa della famiglia tradizionale. Come ebbe a dire il presidene ceco Vaclav Havel in un discorso alla Liberty Hall di Philadelphia nel luglio del 1994: &#8220;Il Creatore ha dato all&#8217;uomo il diritto alla libertà&#8221;.</p>
<p>Il &#8220;surge&#8221; religioso tra gli anni Ottanta e Novanta ha distrutto la visione del mondo delle elite, la loro fede nella programmazione economica e nel dirigismo statale, ma il revival evangelico, anche negli Stati Uniti, si è rivelato una parentesi, lunga quanto vuoi, ma interrotta dal nuovo grande organizzatore, Obama. Due secoli fa, lo storico Alexis De Tocqueville disse che l&#8217;America era stata fatta grazie a una classe politica tutto sommato mediocre, un&#8217;impressione che è stata abbondantemente confermata nel tempo e fino ad oggi. Gli americani, a differenza degli europei, non vogliono essere guidati da grandi uomini e donne, eccetto che in gravi e pochi momenti, quando l&#8217;unità nazionale si ricompatta nella figura del &#8220;Comandante in Capo&#8221; (figura dai poteri illimitati rispetto a &#8220;Mister Pesc&#8221;). Se no si frammentano e ribollono in mille movimenti di base, assumendo nelle loro mani la responsabilità delle loro vite, come sta avvenendo in questa fase con i Tea Parties.</p>
<p><strong>(FRC34)</strong> Un effetto della Rivoluzione conservatrice fu quello di mostrare al mondo che le vecchie elite democratiche erano entrate definitivamente in crisi. Il conseguente &#8220;surge&#8221; del potere giudiziario avrebbe prima travolto le classi dirigenti del passato e successivamente colpito anche le nuove forze che cercavano di imporsi nella vita politica, favorendo, in certi casi, la restaurazione dei poteri di un tempo. In India toccò al Partito della giustiza, i Clinton dovettero difendersi prima dallo scandalo Whitewater e poi da quello Lewinsky, il premier spagnolo Gonzales fu indagato per i suoi errori nelle scelte finanziarie e nella lotta al terrorismo, i politici francesi pagarono a caro prezzo le loro entrature nel mondo degli affari, in Belgio caddero le teste di ex primi ministri per i favori fatti al complesso militare (a dimettersi fu lo stesso segretario generale della Nato). E ancora, il premier polacco Olesky fu costretto a lasciare il posto per le sue connessioni con il KGB, in Sudafrica i giudici se la presero prima con gli alti ufficiali boeri e poi il rivoluzionario ANC di Nelson Mandela, ci furono processi in Colombia, Corea del Sud, Messico Perù e Venezuela, a Taiwan gli indagati si suicidarono in non pochi casi. L&#8217;ultimo atto della Rivoluzione Conservatrice fu quindi una &#8220;Grande Purga&#8221;. L&#8217;esempio canonico è la Tangentopoli italiana.</p>
<p style="text-align: justify;">La Guerra Fredda aveva offerto opportunità ed occasioni di corruzione politico-economica per tutti. La corruzione nei Paesi occidentali non si era limitata alle forze politiche conservatrici e anticomuniste. I partiti comunisti socialisti e socialdemocratici di Germania, Francia, Italia e Portogallo avevano condiviso la gestione tangentosa del potere una volta arrivati, in modi diversi, al potere nei rispettivi Paesi. La grande purga italiana sarebbe partita proprio dalle indagini sulle magagne del PSI a Milano, centro di irradiazione del socialismo craxiano. Dalla fine della Seconda Guerra mondiale alla conclusione della Guerra Fredda, l&#8217;Italia aveva conosciuto il più potente partito comunista della storia europea occidentale, il PCI.  In due occasioni, nel 1948 e nella seconda metà degli anni Settanta, i comunisti erano quasi riusciti ad arrivare al governo ma in entrambe in casi il voto era diventato una specie di referendum sulla loro legittimità a governare, ed in entrambe i casi il PCI aveva perso.</p>
<p>Questa situazione aveva lasciato il Paese nelle mani della Democrazia Cristiana che, più di un partito, era un insime di correnti e gruppi di interesse. La corruzione del sistema democristiano però non era solo ed esclusivamente politica, ma anche economica: l&#8217;Italia si reggeva su un capitalismo drogato, in cui molti degli asset decisivi dell&#8217;economia di mercato, dai trasporti all&#8217;energia, erano &#8220;affari di Stato&#8221;, proprietà dello stato. Era impossibile dire dove finisse il governo e iniziassero gli affari. Tutti i maggiori partiti italiani, compreso quello comunista, avevano partecipato al banchetto. Il PCI grazie all&#8217;Unione Sovietica e agli affari stretti dalle aziende pubbliche nel Terzo Mondo e nei Paesi del blocco comunista, ma anche con gli appalti per la metropolitana di Milano, spartiti a metà con i socialisti e un quarto ai democristiani. Nel 1996, per la metro del capoluogo lombardo, Bettino Craxi sarebbe stato condannato a 8 anni e il responsabile finanziario del PCI, Gianni Cervetti, a due anni e mezzo. A pagare la Tangentopoli italiana furono per lungo tempo i contribuenti, ma il sistema resse per lunghi anni proprio perché &#8211; per la sua efficienza reticolare &#8211; aveva trasformato un Paese uscito povero e sconfitto dalla Seconda Guerra mondiale nella quinta potenza industriale al mondo. Ma anche perché l&#8217;alternativa al potere esistente, il PCI, si era dimostrato politicamente peggiore e non meno corrotta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>(FRC35) </strong>La magistratura inquirente fu lo strumento della &#8220;grande purga&#8221; giudiziaria che fece piazza pulita della classe politica italiana negli anni Novanta. Magistratura inquirente in grado di investigare sulle prove che determinano un processo, arrestare i presunti colpevoli ed utilizzare la custodia preventiva per estorcergli informazioni, ordinare perquisizioni, intercettazioni telefoniche e ambientali, e la requisizione di documenti considerati utili alle indagini. Magistratura che rappresentava, e rappresenta, lo Stato, anzi &#8220;è&#8221; lo Stato con tutti i suoi poteri a disposizione. Praticamente, i giudici italiani si resero conto che bastava sbattere in cella i corrotti e i corruttori per costringerli a vuotare il sacco in cambio del rilascio. Con una prassi del genere non sorprende che il &#8220;pool&#8221; di Mani Pulite riuscì a ottenere centinaia di confessioni, anche se poi molte di queste prove non avrebbero retto al dibattito e alle sentenze dei processi. Nonostante il numero ridotto di condanne, gli effetti politici di Mani Pulite furono devastanti.</p>
<p style="text-align: justify;">La Democrazia Cristiana venne decapitata e il suo esponente di punta,  Giulio Andretti, processato per mafia. Il Partito Socialista praticamente scomparve a nord di Roma alle elezioni amministrative del 1993 ed anche i comunisti, spaccati dopo la costituzione del nuovo &#8220;Partito democratico della Sinistra&#8221;, scontarono la tempesta giudiziaria nelle urne. Così, le elezioni parlamentari del 1994 videro l&#8217;ascesa di un uomo nuovo della politica destinato a diventare il protagonista assoluto della Storia italiana dei 25 anni successivi, Silvio Berlusconi, un tycoon venuto dal mondo immobilare, magnate dei media, impresario sportivo, ed ex intimo amico dello spodestato leader socialista Bettino Craxi.</p>
<p>Meno di tre mesi prima delle elezioni, Berlusconi annunciò la nascita di un nuovo partito, Forza Italia, stringendo un&#8217;allenza di ferro con la Lega Nord &#8211; un partito nato sull&#8217;onda dell&#8217;antipolitica che attraversava la società italiana dell&#8217;epoca, radicato nel Nord Italia e con tendenze secessioniste &#8211; e Alleanza Nazionale, erede della destra neoascista del Movimento Sociale Italiano. Gli slogan usciti dal cilindro di Berlusconi riecheggiavano le parole d&#8217;ordine del reaganismo, meno tasse e un governo &#8220;small&#8221;, ma non consentirono alla strana troika della politica italiana di imporsi con una netta maggioranza in Parlamento.</p>
<p>Berlusconi riuscì a guadagnarsi una striminzita maggioranza alla Camera e rimase sotto di un seggio al Senato. Il nuovo governo era pieno di volti nuovi (solo due dei ministri appartenevano alla precedente stagione politica), come pure il nuovo partito di maggioranza (1/3 dei parlamentari non avevano mai seduto prima nel Palazzo). Sebbene non avesse certo la stoffa del rivoluzionario, Berlusconi era nella posizione di poter trasformare radicalmente il rapporto fra gli italiani e lo Stato, come aveva promesso durante la sua campagna elettorale. Ma la sua, ad essere buoni, sarebbe stata una mezza Rivoluzione Conservatrice.</p>
<p>A metà degli anni Novanta la retorica di Silvio Berlusconi avrebbe anticipato quella del &#8220;Contract with America&#8221; dei Repubblicani americani, decisi a riprendersi il Congresso dopo gli anni dell&#8217;egemonia clintoniana (ci riuscirono). Se fosse riuscito a tagliare le tasse e a privatizzare l&#8217;economia fortemente statalizzata dell&#8217;Italia, Berlusconi avrebbe fondamentalmente cambiato la natura delle società italiana, non solo da un punto di vista mediatico-culturale, ma in quello delle strutture economiche e politiche.</p>
<p>Il potere delle vecchie elite sarebbe stato definitivamente sconfitto e lo Stato avrebbe perso il controllo di asset fondamentali, dalle assicurazioni al settore dell&#8217;energia, rendendo impossibile ai partiti di continuare a finanziarsi come avevano sempre fatto dalla fine della Seconda Guerra mondiale. Il bussiness avrebbe finalmente iniziato a rispondere ai mercati, a chi rischiava, investendo idee e capitali, e accettando le regole &#8211; a dire il vero poche e molto chiare &#8211; della competizione economica. Il mercato, insomma, non avrebbe più preso ordini dai politici e dai superburocrati, la &#8220;casta&#8221; che aveva accumulato un inverosimile debito pubblico, su cui poggiava, anzi galleggiava, la crescita del Paese. Ma non è andata così, la rivoluzione conservatrice in Italia è fallita, come ha detto di recente il Senatore Marcello Pera al quotidiano la Stampa.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo pochi mesi dopo la sua elezione, avvenuta nell&#8217;estate del 1994, Silvio Berlusconi visse il suo momento decisivo. Il suo ministro della giustizia presentò un ordine esecutivo per limitare l&#8217;uso della detenzione preventiva. Avrebbe potuto essere interpretato come un modo per adeguare la legislazione italiana allo standard delle altre grandi democrazie europee, e questo in effetti chiedeva l&#8217;Unione Europea, ma la mossa del governo Berlusconi scatenò un terremoto in Italia.</p>
<p>I giudici andarono in televisione per denunciare lo sconfinamento del potere politico in quello giudiziario e l&#8217;opposizione, sostenuta da una accesa campagna stampa, portata avanti dai principali giornali italiani, accusò il premier di voler votare la legge per proteggere se stesso e la sua famiglia da eventuali accuse o indagini sulle origini del suo patrimonio privato. Berlusconi cadde quasi subito, costretto a rassegnare le dimissioni appena otto mesi dopo la sua elezione. Due anni dopo, una coalizione formata dagli eredi del PCI e della DC vinse la nuova tornata elettorale conquistando la maggioranza in parlamento. Per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda, un partito di sinistra,  in una coalizione di centrosinistra, prendeva il potere in Italia usando il lessico del capitalismo democratico.</p>
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		<title>La guerra in Iraq è (in)finita</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Aug 2010 16:33:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di John Negroponte. La presenza dell’esercito statunitense in Iraq è giunta al termine, ed è probabile che tutte le truppe vengano ritirate entro la fine del prossimo anno. Ma sarà necessario un forte sostegno anche nelle settimane e nei mesi a venire, perché il paese non scivoli nuovamente nel caos e nel conflitto. Giovedì, l&#8217;ultima [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2117" title="obs" src="http://www.noaweb.it/public/obs.jpg" alt="obs" width="313" height="192" />di <strong>John Negroponte</strong>. La presenza dell’esercito statunitense in Iraq è giunta al termine, ed è probabile che tutte le truppe vengano ritirate entro la fine del prossimo anno. Ma sarà necessario un forte sostegno anche nelle settimane e nei mesi a venire, perché il paese non scivoli nuovamente nel caos e nel conflitto. Giovedì, l&#8217;ultima brigata dell’esercito Usa lascerà l&#8217;Iraq passando per il Kuwait, rispettando in tal modo l&#8217;impegno preso dal presidente Barack Obama di ritirare tutti i 50.000 soldati americani da un paese con cui gli Stati Uniti sono diventati intimamente, e dolorosamente, familiari nel corso degli ultimi sette anni e mezzo. <span id="more-2110"></span></p>
<p>I soldati e i marines restanti rimarranno in Iraq fino al 31 dicembre 2011, per la formazione ed il sostegno di altri progetti. Anche se non si può del tutto escludere come possibilità, sembra piuttosto improbabile che la loro presenza sia estesa oltre tale scadenza. Imperativi politici dettati sia dall’Iraq che dagli Stati Uniti sembrano lavorare contro questa possibilità, anche se ci sono coloro che in entrambi i paesi sostengono che la presenza di un contingente residuo a lungo termine degli Stati Uniti sia necessario.</p>
<p>Dopo essere atterrato a Baghdad come ambasciatore degli Stati Uniti in Iraq alla fine del giugno del 2004, trovo sia un risultato davvero notevole e positivo avere la possibilità di guardare ad un giorno non troppo lontano, ossia quando le forze di sicurezza irachene saranno in grado di assumersi la piena e completa responsabilità della sicurezza del loro paese. Al momento del mio arrivo, le forze di sicurezza irachene erano da considerarsi, per tutti gli scopi pratici, inesistenti. C&#8217;era, per esempio, solo uno – sì, uno – battaglione dell&#8217;esercito iracheno ed era composto da vari elementi etnici e settari. Oggi, ci sono circa 600.000 forze di sicurezza irachene e sono stati compiuti passi avanti importanti fornendo al paese un tipo d’organizzazione della sicurezza nazionale che non ha solo un carattere partigiano. Questo risultato non certo trascurabile ci è costato sette anni per poter vedere la luce e solo dopo aver vissuto qualche falsa partenza e momenti davvero pericolosi.</p>
<p>A seguito del bombardamento della moschea di Samarra nel 2006 e la conseguente lotta settaria, quelli di noi che occupavano l&#8217;Iraq non avrebbero potuto immaginare l&#8217;inversione drammatica delle fortune che si sarebbe verificata nei successivi due anni – la morte del leader di al Qaeda in Iraq, Abu Musab al-Zarqawi, la liberazione di Bassora da parte dell&#8217;esercito iracheno, e l&#8217;estensione dell&#8217;autorità governativa al paese per intero. Dal 2008, questi miglioramenti hanno fornito al governo dell&#8217;Iraq la necessaria fiducia in se stesso per negoziare le modalità di ritiro che sono ora in corso di attuazione.</p>
<p>Ma può davvero l’Iraq ritenersi stabile una volta che le truppe Usa saranno completamente ritirate? Anche se non vi sono garanzie, le prospettive per la sicurezza e la stabilità in Iraq successivamente al 2011 appaiono di certo migliori di quelle che sono state garantite nel recente passato. L&#8217;esercito iracheno ha ora circa 200 battaglioni di combattimento addestrato, con un incremento formidabile rispetto ai giorni cupi del 2004, quando sono arrivato qui, e sono sparsi in tutto il paese. Lo spettro di un avvelenamento delle fila dei militari iracheni e delle forze di polizia, provocato dai settarismi, resta la minaccia più grave, da cui stare in guardia. Ma i progressi compiuti dopo l&#8217;impennata del 2007 nel considerare l&#8217;esercito e la polizia come istituzioni di carattere nazionale sono stati incoraggianti. La vigilanza e la maturità politica saranno necessarie per garantire che questa tendenza positiva continui.</p>
<p><strong>Tratto da Foreign Policy<br />
Traduzione di Maria Grazia Gallù</strong></p>
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		<title>E se l&#8217;islam fosse più &#8220;occidentale&#8221; di quello che pensiamo?</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Aug 2010 21:09:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Annalisa Marroni.* Dalla rivoluzione iraniana del 1979 in avanti, siamo stati abituati a percepire il medio oriente islamico come un luogo in cui il risveglio politico della religione, spesso descritto come fanatismo o fondamentalismo, ha assunto un ruolo centrale. Spesso, però, la realtà non corrisponde a quello che  ci viene raccontato e le organizzazioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2073" title="islam" src="http://www.noaweb.it/public/islam1.jpg" alt="islam" width="170" height="160" />di <strong><em>Annalisa Marroni</em>.*</strong> Dalla rivoluzione iraniana del 1979 in avanti, siamo stati abituati a percepire il medio oriente islamico come un luogo in cui il risveglio politico della religione, spesso descritto come fanatismo o fondamentalismo, ha assunto un ruolo centrale. Spesso, però, la realtà non corrisponde a quello che  ci viene raccontato e le organizzazioni e i partiti di stampo religioso che hanno assunto un ruolo politico negli ultimi tempi hanno scelto di scendere a compromessi con i sistemi di tipo parlamentare e democratico. Da Hamas a Hezbollah, passando per i Fratelli musulmani e il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo turco, vediamo come le politiche attuate da questi partiti islamici non siano così estremiste come potremmo immaginare. <span id="more-2072"></span></p>
<p>Sappiamo che con il fallimento dei movimenti di sinistra, seguito alla sconfitta subita dai paesi arabi nel conflitto israelo-palestinese del 1967, il discorso politico in molti paesi del vicino oriente ha adottato un linguaggio islamico. Come sottolinea Sami Zubaida in &#8220;Law and Power in the Islamic World&#8221;, i moderni movimenti politico-religiosi islamici hanno adottato un percorso comune: essi operano all’interno di specifiche arene politico-nazionali con l’obiettivo di conquistare il potere, ma se da un lato il richiamo ai principi religiosi a cui si ispirano è fondamentale per la costruzione della propria identità, dall’altro la recente storia ci mostra che questi movimenti hanno scelto di condividere il lessico e le strutture organizzative con gli altri attori della società, anche quelli più laici. Gran parte dei movimenti che si rifanno all’islam, infatti, piuttosto che impegnarsi nella creazione di uno stato islamico hanno accettato il sistema esistente basato sulla competizione politica di stampo democratico tra i diversi partiti.</p>
<p>Questa nuova ondata politica dell’islam ha preso avvio da un evento di portata mondiale: la rivoluzione islamica in Iran guidata dall’ayatollah Khomeini. L’Iran, in cui la Repubblica islamica è stata istaurata tramite un referendum popolare, è l’unico paese in cui le frange religiose della popolazione sono riuscite a conquistare il potere e ad imporre un proprio sistema politico. Queste hanno creato un sistema teocratico che combina  la figura dell’ayatollah, una sorta di sovrano non eletto, con l’apparato di uno stato burocratico. La forza coercitiva dell’élite clericale è riuscita per trent’anni ad imporre un rigido controllo in molti campi della società: dalla scelta del leader politico con l’istituzione del Consiglio dei Guardiani, al regime di austerità morale imposto dalla legge religiosa islamica. Eppure, per resistere così a lungo, i mullah hanno dovuto spesso scendere a compromessi con la società civile, come sottolinea Roger Owen, tanto da “rendere la vita quotidiana iraniana molto meno islamica rispetto a quella di altri paesi musulmani, in cui la posizione degli ulama o dell’establishment religioso, era assai meno istituzionalizzata”.</p>
<p>“In Iran – afferma Mark LeVine – la popolazione sta perdendo fiducia nel governo e sta creando una società parallela sulla quale il governo non ha la benché minima influenza. Se per la gente più povera ciò può significare affidarsi al mercato nero o grigio, per la popolazione relativamente benestante significa indossare abiti firmati sotto il chador, corrompere la polizia religiosa oppure organizzare imponenti “serate benefiche” nelle ambasciate occidentali, dove gli invitati possono divertirsi tutta la notte senza temere le irruzioni del Komites, visto che le ambasciate, dal punto di vista legale, sono spazi extraterritoriali. […] Tutti i giovani stanno spingendo i confini dell’identità iraniana verso quelli che una volta erano considerati i nemici in Occidente. La musica, la moda e la cultura in generale rappresentano il principale campo di battaglia nello scontro per l’anima iraniano.” La crisi di questo modello politico di stampo religioso è apparsa evidente negli ultimi anni in cui le proteste della società civile, catalizzate dal movimento dell’onda verde, hanno occupato la scena mediatica mondiale: ai mullah non resta che la repressione per imporre la propria volontà.</p>
<p>Hezbollah è un altro movimento sciita, nato durante la guerra civile libanese, che ha assunto un’importanza crescente nella sfera politica del paese. Nato come un movimento rivoluzionario che prendeva a modello lo sciismo iraniano, dal 1990 è diventato uno dei principali partiti politici libanesi, surclassando anche Harakat al-Amal, un gruppo politico sciita di stampo più laico sorto nel 1975. L’obiettivo che si prefiggeva Hezbollah al momento della sua formazione era la trasformazione del Libano in uno stato islamico, ma questo intento fu presto abbandonato con la fine della guerra civile. Già alle elezioni del 1992 Hezbollah si era organizzato in un partito politico dando così il suo sostegno al pluralismo democratico basato sulla coesistenza con le altre comunità religiose libanesi. Attualmente Hezbollah rappresenta una delle principali forze politiche del paese, come dimostra la sua partecipazione con diversi ministri sia al governo del 2005 che a quello neo eletto del 2009. La sua forza risiede nel continuare ad essere un movimento di opposizione che assiste quotidianamente la comunità sciita, una delle più povere del Libano. Hezbollah ha, infatti, promosso delle politiche economiche e sociali tese a migliorare le condizioni dei membri più poveri della comunità, investendo nella sanità e nell’educazione; inoltre, ha ricostruito i sobborghi del sud del Libano distrutti in seguito agli scontri con Israele, l’ultimo dei quali nel 2006, ed è riuscito a non delegittimare la propria posizione di partito politico ufficiale da un lato e di movimento politico-religioso dall’altro. Restano dei nodi da sciogliere circa la propaganda e il rifiuto di disarmarsi nel perenne conflitto con Israele, ma resta il fatto che Hezbollah è riuscito a creare in Libano uno stato nello stato, come ricorda il titolo di un’opera di Walid Sharara, in grado di fornire alla popolazione locale i servizi che lo stato centrale, dal 1970, non è stato più in grado di fornire.</p>
<p>Poco distante dal Libano, nella martoriata terra di Palestina, è un partito islamico di stampo sunnita a governare la vita degli abitanti di Gaza. Hamas, acronimo del Movimento di resistenza islamico, ideologicamente affiliato ai Fratelli musulmani, è riuscito dalla fine degli anni ottanta a radicarsi profondamente nella popolazione palestinese accrescendo in questo modo la propria influenza. Nel 2006, Hamas ha vinto, in maniera regolare, le elezioni nella striscia di Gaza e, da allora, ha mantenuto il controllo in questa zona. L’opposizione della comunità internazionale nei confronti di questo movimento, considerato una minaccia all’esistenza di Israele e un pericolo per i suoi ideali islamici, non trova, però, riscontro nell’opinione degli abitanti. Come riporta David Rose in un articolo apparso su Foreign Policy, Hamas non intende realizzare uno stato islamico: “Gli abitanti di Gaza sono conservatori, e la maggior parte di loro condivide i principi della sharia, ma non hanno bisogno o non vogliono che il loro stato sia governato da questa legge religiosa”. Sebbene, infatti, siano state approvate delle ordinanze restrittive, anche nei confronti delle donne, come il recente divieto di fumare il narghilè nei locali pubblici, Rose sottolinea che “la maggior parte delle donne indossa il velo, ma , sorprendentemente, non tutte”. La popolazione di Gaza non dovrebbe essere punita per aver sostenuto la vittoria di Hamas, eppure dopo l’operazione Cast Lead condotta da Israele nel dicembre del 2008, la situazione nella striscia si aggrava di giorno in giorno. “Il problema non sono tanto le restrizioni imposte alla popolazione, quanto la totale limitazione degli spostamenti e delle opportunità per le persone”. Una situazione sulla quale la comunità internazionale dovrebbe riflettere.</p>
<p>I Fratelli musulmani sono un movimento fondato in Egitto da Hasan al-Banna nel 1928. La loro dottrina è basata sull’inclusività dell’islam, cioè la possibilità per un musulmano di evitare il contatto con le istituzioni occidentali attraverso l’esclusiva frequentazione dei luoghi islamici del proprio paese. Dopo la seconda guerra mondiale essi iniziarono ad entrare nell’arena politica. Inizialmente strumentalizzati da Nasser per ottenere il potere, una volta raggiunto questo obiettivo, furono incarcerati. A partire dal 1969, i Fratelli Musulmani abbandonarono l’ipotesi della lotta armata. Con Sadat ottennero una maggiore libertà d’azione, ma un gruppo ristretto di attivisti si staccò dall’organizzazione, considerata troppo accondiscendente, per partecipare a una grande varietà di organizzazioni militanti che volevano rovesciare il regime di Sadat finché uno di loro riuscì ad ucciderlo nel 1981. Da quando Mubarak è al potere i Fratelli musulmani, a causa dell’escalation di violenze rivendicate da gruppi estremisti, sono stati fortemente limitati nella loro azione. Sebbene sia loro permesso di partecipare alle elezioni, in alleanza con i partiti laici di opposizione, sono trent’anni, ormai, che in Egitto vigono le leggi di emergenza secondo le quali, come ricorda Campanini, “chiunque sia sospettato di terrorismo (e non viene specificato in cosa il terrorismo consista), può venire perseguito da tribunali speciali. Nel mentre vengono abolite l’habeas corpus e le garanzie individuali dello stato di diritto”.</p>
<p>Gli elettori hanno dimostrato diverse volte la loro capacità e volontà di eleggere delle maggioranza parlamentari islamiche. I Fratelli musulmani, con la decisione di partecipare alla competizione elettorale hanno implicitamente accettato l’autonomia e la laicità dello spazio politico caratterizzato dal ricorso alle tecniche e alle categorie giuridiche  e politiche della scena parlamentare moderna. In Egitto, dove secondo l’articolo 5 della costituzione non possono presentarsi come esponenti di un partito islamico, i membri della fratellanza hanno adottato lo stratagemma di presentarsi come candidati indipendenti riscuotendo un notevole successo elettorale visto che occupano 88 dei 444 seggi dell’Assemblea Popolare. Sebbene questo movimento stia vivendo un periodo di turbolenze e la sua presa sulla popolazione sia in declino, la forza del partito risiede nella capacità di impegnarsi nell’apparato educativo e militare e nella vita associativa attraverso i sindacati, le leghe di difesa dei diritti dell’uomo e le associazioni caritatevoli.</p>
<p>La Turchia può essere considerata un regime islamico, visto che i leader del paese provengono da partiti di stampo religioso, come Necmettin Erbakan prima e Recep Tayyib Erdogan oggi. I membri del partito della giustizia e dello sviluppo (AKP), nel 2001, hanno sperimentato, come la maggior parte degli altri movimenti islamici in Medio Oriente, un cambiamento di strategia: hanno abbandonato le mire di creare uno Stato islamico e la volontà di adottare la legge sharaitica come legge ufficiale e hanno accettato un sistema fondamentalmente non islamico, ma aperto al miglioramento della società attraverso la partecipazione diretta al processo legislativo e una maggiore attenzione nei confronti dell’elettorato religioso. La Turchia ha conosciuto con Kemal Ataturk un processo di laicizzazione molto rapido a partire dagli anni venti. Il ruolo rivestito dai militari, garanti del sistema laico che governa il paese, insieme alla laicizzazione imposta dall’alto, non corrispondono ai sentimenti dell’elettorato che ha dimostrato a diverse riprese, l’ultima nel 2007, la preferenza per  un governo di stampo islamico.</p>
<p>LeVine sottolinea, a proposito, che “il fatto che i leader turchi abbiano deciso per una piena occidentalizzazione non significa che la maggioranza della popolazione ne sia mai stata convinta. […] Al di fuori delle élite, la maggioranza dei turchi, nonostante desideri sviluppo e progresso proprio come in Occidente, ha dovuto combattere per mantenere le sue tradizioni culturali e religiose, e fin dalla nascita della Repubblica, sebbene le istituzioni religiose siano sottoposte al controllo dello Stato, la religione è rimasta una delle poche aree vitali che hanno consentito alle persone di conservare identità e valori che non fossero diretti dall’alto. Non può sorprenderci che dopo decenni di controllo del sistema politico da parte dei militari i turchi si siano rivolti ai partiti islamici negli anni Ottanta e Novanta, non appena, cioè, si è data una minima apertura del sistema politico”. Questa re-islamizzazione della società non ha permesso, però, ai sentimenti antieuropei di attecchire: “per la stragrande maggioranza dei turchi, infatti, il più importante obiettivo economico, politico e culturale, sia nel passato recente che nel futuro prossimo, è l’entrata della Turchia nell’Unione Europea”.</p>
<p>Con questa breve panoramica abbiamo voluto mostrare le diverse sfaccettature di un mondo islamico in continua evoluzione, in cui i movimenti di stampo islamico riescono ancora a raccogliere un’ampia fetta di consensi. Eppure l’adesione all’islam non coincide sempre con il fanatismo religioso, come mostra l’esempio turco. Gli altri movimenti considerati: Hamas, Hezbollah e i Fratelli Musulmani vengono percepiti dal mainstream occidentale come estremisti, spesso in relazione alle loro posizioni nei confronti dello Stato d’Israele o al timore che vogliano instaurare uno stato islamico. Eppure, nella maggioranza dei casi, questi timori sono infondati poiché questi movimenti hanno, ormai da tempo, accettato le regole della competizione elettorale di stampo parlamentare. Continuare ad etichettare questi movimenti come terroristi può contribuire solo ad avvicinare la popolazione che li sostiene verso posizioni più radicali. L’Iran resta l’unico paese in cui i religiosi sciiti sono riusciti ad instaurare una teocrazia, ma i recenti eventi legati alle proteste studentesche mostrano che una buona parte della società iraniana non si identifica nelle politiche governative e che vi sono degli spazi di manovra per dare vita ad un cambiamento radicale.</p>
<p><em><strong>(Annalisa Marroni è </strong></em><span id="main" style="visibility: visible;"><span id="search" style="visibility: visible;"><em><strong><em>Senior Research</em> Fellow di QF)</strong></em><br />
</span></span></p>
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		<title>&#8220;Non sono ideologico e questa non me la perdonano&#8221;. Saviano e l&#8217;onore della parola</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Aug 2010 11:16:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Maria Teresa Lenoci*. L’ultima apparizione pubblica di Roberto Saviano ha destato poco scalpore. Eppure contro ogni prudenza lo scrittore di Gomorra è tornato per la prima volta nel Sud Italia dopo due anni (a Polignano al “Libro possibile” il 17 luglio) e pochi ne hanno parlato. Sarà che i mass media cedono alle lusinghe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2097" title="roberto_saviano" src="http://www.noaweb.it/public/roberto_saviano.jpg" alt="roberto_saviano" width="179" height="115" />di <strong>Maria Teresa Lenoci*</strong>.<strong> </strong>L’ultima apparizione pubblica di Roberto Saviano ha destato poco scalpore. Eppure contro ogni prudenza lo scrittore di Gomorra è tornato per la prima volta nel Sud Italia dopo due anni (a Polignano al “Libro possibile” il 17 luglio) e pochi ne hanno parlato. Sarà che i mass media cedono alle lusinghe della propaganda politica di chi lo taccia di non essere un patriota, dato che lava i panni sporchi in pubblico? Fatto sta che Saviano continua a viaggiare e a esporre il suo pensiero con una sorta di “grazia” affabulatoria, che stenteresti a credere possibile in un uomo che vive accompagnato 24 ore su 24 da una scorta. Questa telegenicità, questo modo di essere caparbio e sprezzante del pericolo, ma al tempo stesso colto e convincente, tirano addosso allo scrittore napoletano critiche e lodi ormai in egual misura. <span id="more-2096"></span></p>
<p>Anche i sociologi si sono scomodati per studiare “il fenomeno Saviano” come ha fatto recentemente Alessandro Dal Lago in “Eroi di carta. Il caso Gomorra e altre epopee.” Eppure quello che non si capisce è in fin dei conti cosa si voglia dimostrare, se le critiche che arrivano sul piano letterario sono troppo spesso uno specchietto per le allodole per chi disperatamente cerca di capire come fa Saviano a piacere alla gente.</p>
<p>Da chi per la prima volta l’ha sentito e visto parlare in pubblico perviene una certezza: Saviano non è un eroe di carta. Saviano non si piange addosso, anzi, quando si parla di quello che lui patisce, subito cita chi ha subito più di lui, ad esempio Salamov, rimasto per un mese in un pozzo a pane e acqua nel gulag in cui era stato rinchiuso per aver rifiutato di &#8220;cedere l’anima ai suoi aguzzini&#8221;.</p>
<p>Saviano non si sente un eroe, è consapevole del fatto che avrebbe potuto starsene zitto, ma dice: “la più grande omertà oggi è non leggere, non informarsi”, farsi scivolare le cose addosso. Perché mentre la camorra è ovunque, mentre arrestano latitanti, concludono processi epocali, il Tg1  apre con una notizia sul clima estivo. Saviano riesce pure a scherzare sui consigli accorati che Emilio Fede (che scherzosamente definisce “il suo primo fan” dato che parla sempre di lui) gli rivolge di non andare in giro a parlare, di non calcare altre piazze.</p>
<p>Ma il più grande mezzo che Saviano ha a disposizione è la parola, scritta o parlata, e la parola per la mafia è pericolosa. “Raccontare il Sud Italia per rompere l’atteggiamento di cinismo che fa credere di non poter cambiare le cose”, dice Saviano che chiude con la speranza espressa da Danilo Dolci in un suo verso: “ciascuno cresce solo se sognato”, un augurio di sviluppo nei confronti di un Paese, l’Italia, che vede ancora arenato e poco reattivo.</p>
<p>* (Maria Teresa Lenoci è una delle ricercatrici di QF)</p>
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		<title>Un anno di frontiere e la questione è sempre quella: l&#8217;identità</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 21:21:07 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[bollenti spiriti]]></category>
		<category><![CDATA[movimento 77]]></category>
		<category><![CDATA[Questioni di Frontiera]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel luglio scorso vincevamo il bando &#8220;Bollenti Spiriti&#8221; della Regione Puglia, dando vita all&#8217;associazione Questioni di Frontiera. Sembra trascorso un secondo da allora, ma nel frattempo siamo riusciti freneticamente a fare ricerca sui temi della frontiera e della identità. Prima a Bari, all&#8217;Università di lingue e letterature straniere e in centri di formazione privata, poi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2080" title="bs" src="http://www.noaweb.it/public/bs.jpg" alt="bs" width="163" height="127" />Nel luglio scorso vincevamo il bando &#8220;Bollenti Spiriti&#8221; della Regione Puglia, dando vita all&#8217;associazione Questioni di Frontiera. Sembra trascorso un secondo da allora, ma nel frattempo siamo riusciti freneticamente a fare ricerca sui temi della frontiera e della identità. Prima a Bari, all&#8217;Università di lingue e letterature straniere e in centri di formazione privata, poi all&#8217;Università di Roma Tor Vergata. Abbiamo messo su una squadra di ricercatori, giornalisti ed educatori, quanto mai prismatica e prensile, un gruppo storico figlio di altri &#8220;gruppi storici&#8221; che l&#8217;anno prossimo darà vita a un nuovo ciclo di seminari intitolati &#8220;Ripensare il Movimento. Materialismo, Esodo, Eresie (1977-2001)&#8221;. <span id="more-2079"></span></p>
<p>Il vivaio dei nostri studenti, circa 40 fra ragazzi e ragazze perlopiù baresi e romani, è cresciuto attraverso i Seminari del 2010, ed attualmente è impegnato sui diversi fronti del lavoro editoriale: scrivere articoli e paper per il nostro sito internet, fare traduzioni, sviluppare le ricerche già proposte a lezione per trasformarle in altrettanti eventi didattici, estemporanei quanto significativi. <strong><a href="http://www.noaweb.it/index.php/2010/05/20/il-punto-sui-seminari-2010-avanti-con-leducational-consulting/">Ecco la nostra squadra, nomi e cognomi.</a> </strong>E&#8217; stato un bel primo anno, davvero.</p>
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		<title>Il tuffo. L&#8217;elogio della conoscenza nel romanzo di Francesco Puccio</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Jul 2010 11:27:54 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[francesco puccio]]></category>
		<category><![CDATA[stelle fuori posto]]></category>

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		<description><![CDATA[di Annarita Pavone. Francesco Puccio giorni fa ha presentato anche a Bari  il suo romanzo Stelle fuori posto (2010, Albatros). A metà strada tra invenzione e autobiografia, tra immagini e profumi nostalgici della terra del Cilento da cui l’autore proviene, il romanzo racconta la storia di Sergio, venticinquenne campano laureato in Lettere, che si ritrova [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2104" title="FESTA_453" src="http://www.noaweb.it/public/FESTA_453-150x150.jpg" alt="FESTA_453" width="190" height="185" />di <strong>Annarita Pavone</strong>. Francesco Puccio giorni fa ha presentato anche a Bari  il suo romanzo <a href="http://www.ibs.it/code/9788856719574/puccio-francesco/stelle-fuori-posto.html" target="_blank"><strong><em>Stelle fuori posto</em></strong></a> (2010, Albatros). A metà strada tra invenzione e autobiografia, tra immagini e profumi nostalgici della terra del Cilento da cui l’autore proviene, il romanzo racconta la storia di Sergio, venticinquenne campano laureato in Lettere, che si ritrova catapultato a Roma per sei mesi, insegnante precario agli esordi in una scuola privata. Sergio è un tipo non proprio brillante, incurante del tempo che passa e delle esortazioni passate di Clara, il suo grande amore, emblema invece di coraggio e intraprendenza. Lei che arrivava ovunque, dando un senso alle cose; lui sempre dietro, inetto e immobile.<span id="more-2103"></span></p>
<p>Lei lo lascia e si trasferisce altrove per realizzare il suo futuro, dopo aver atteso invano che qualcosa cambiasse in lui. Il personaggio non fa che ripercorrere la sua esperienza romana di cinque anni prima: l’arrivo nella capitale, le lezioni a ragazzi di sei, al massimo sette anni più giovani. Sono ragazzi apatici, annoiati e indifferenti; tra loro qualche bullo con cellulare in mano e feste a base di alcool e fumo. Ragazzi senza dialettica; giornate parcheggiate in una scuola privata dove, pagando parecchi euro l’anno, si può ottenere il diploma. E forse è proprio questo che li appiattisce di fronte alle loro stesse passioni.</p>
<p>Ci sono giornate sorprendenti in cui Sergio, con entusiasmo, riesce ad accendere piccoli fuochi nelle loro anime, conquistandoli con la letteratura: “Oh, professo’ […] sti Greci c’avevano proprio un bel modo de pensa’&#8230;”. Altre tuttavia in cui nessuno sforzo merita di essere speso per innescare in loro qualcosa che, almeno vagamente, assomigli a un ragionamento.</p>
<p>Lungi dal presentare gli studenti come una folla di esseri solo inclini a bivaccare, l’autore offre spunti di riflessione sull’intero sistema d’istruzione italiano, nonché sul riconoscimento dell’importanza della professione dell’insegnante. Non c’è dubbio che l’insegnante più bravo resta colui che riesce ad entusiasmare i suoi allievi, a smuoverne interessi e passioni, e che in mezzo ai banchi di scuola li aiuta a individuare il giusto posto in cui, come stelle, continuare a brillare. I programmi, si sa, sono sempre gli stessi: ciò che cambia è solo il modo di raccontare le cose.</p>
<p>Questo resta probabilmente il lavoro più bello del mondo, il cui vantaggio maggiore è quello di poter continuare ad essere uno studente, approfondendo, continuando a studiare e a farsi sopraffare dalla bellezza della conoscenza. La conoscenza non solo delle discipline ma soprattutto di quei singoli mondi, di quelle stelle fuori posto che hanno da qualche parte delle storie da raccontare ma non sanno come.</p>
<p>Il punto è che questa semplice storia parla anche di tanti giovani adulti: i laureati del nostro paese, accompagnati nella costruzione del loro futuro da troppa incertezza. Sergio stesso, come i suoi ragazzi ,è  anche lui una stella fuori posto. Da sempre immobile, con la paura del mondo addosso, in silenzio, piuttosto ad aspettare che gli altri decidano per lui, ripensando a Clara, quella “assegnata”, così lontana eppure così presente, che aveva sempre voluto che lui fosse quel che aveva dentro. Anche lui, come i suoi ragazzi, come uno di loro, nell’ultimo giorno di scuola si tuffa nella fontana. È l’inizio della vacanza e la liberazione dell’anima. Tutto ha un sapore nuovo e migliore: è la consapevolezza che non si può restare immobili per la paura del distacco.</p>
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		<title>The South Stream Project</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Jul 2010 22:28:17 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[eni e south stream]]></category>
		<category><![CDATA[balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Eni]]></category>
		<category><![CDATA[Gazprom]]></category>
		<category><![CDATA[south-stream]]></category>

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		<description><![CDATA[Nei prossimi anni sentirete parlare molto di South Stream. Il gasdotto progettato dal consorzio ENI-Gazprom per portare il Gas russo in Europa attraverso i Balcani. L&#8217;idea che abbiamo avuto è grosso modo questa. In una prima fase teorica del lavoro di ricerca analizzeremo 1) la fattibilità del gasdotto e 2) se le enormi opportunità economiche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-762" title="gas" src="http://www.noaweb.it/public/gas-150x150.jpg" alt="gas" width="177" height="141" />Nei prossimi anni sentirete parlare molto di <em>South Stream</em>. Il gasdotto progettato dal consorzio ENI-Gazprom per portare il Gas russo in Europa attraverso i Balcani. L&#8217;idea che abbiamo avuto è grosso modo questa. In una prima <em>fase teorica</em> del lavoro di ricerca analizzeremo 1) la fattibilità del gasdotto e 2) se le enormi opportunità economiche che deriverebbero dalla realizzazione di un&#8217;opera infrastrutturale del genere si riveleranno altrettante occasioni politiche, sociali e culturali per i Paesi che ospiteranno &#8220;il tubo&#8221;. Siamo convinti che, dopo il Gas, potrebbero arrivare nuove strade, ferrovie, collegamenti, destinati ad unire i Balcani con l&#8217;Europa centro-meridionale. <span id="more-761"></span></p>
<p>South Stream favorirebbe la mobilità di merci e persone e di conseguenza riaprirebbe il dialogo tra Paesi divisi da vecchi rancori, per <strong>questioni di frontiera</strong> ancora aperte. Nella seconda fase, <em>quella</em> <em>pratica</em>, del lavoro, andremo di persona a verificare ciò che abbiamo letto e scritto. Grecia, Macedonia, Bulgaria, Turchia, Russia. Da questo viaggio contiamo di tornare con un &#8220;libro-bianco&#8221;, sotto forma di <em>graphic novel</em>, che racconti cosa abbiamo visto. Articoli, saggi, documenti video e un archivio fotografico di questa traversata. Che servirà a capire meglio i Balcani, andando oltre i cliches che molto spesso utilizziamo quando si parla di questo pezzo dell&#8217;Europa. (Abbiamo chiamato questi stereotipi <a href="http://www.noaweb.it/index.php/seminari/storia-sociale-europea/" target="_blank"><strong>&#8220;balcanismi&#8221;</strong></a>.) Per adesso, iniziamo rispondendo ad alcune semplici domande sul South Stream. Se volete arricchire questa voce con le vostre idee, correzioni e suggerimenti, scrivete a info@noaweb.it</p>
<p><strong>Che cos&#8217;è South Stream?</strong></p>
<p>&#8220;South Stream’ è il gasdotto progettato dal consorzio formato dal gruppo italiano ENI e dal gigante dell&#8217;energia russo Gazprom. South Stream dovrebbe portare il Gas del Caucaso in Europa attraverso il Mar Nero e i Balcani.</p>
<p><strong>Quale sarà il percorso di South Stream?<br />
</strong></p>
<p>Dal porto di Varna, in Bulgaria, South Stream si dividerà in due: il primo “braccio” risalirà la Serbia arrivando in Austria e in Europa. Il secondo passerà dalla Grecia diretto in Puglia. Se il ‘braccio balcanico’ è allo studio, non è detto che quello italiano si faccia.</p>
<p><strong>Quando partirà il progetto?</strong></p>
<p>La data prevista sulla carta è il 2015.</p>
<p><strong>Chi si occuperà della costruzione di South Stream?</strong></p>
<p>La parte tecnica del progetto è stata affidata a Saipem, una controllata di ENI. Saipem è una azienda leader nella realizzazione di infrastrutture per la ricerca, la perforazione e la costruzione di oleodotti e gasdotti.</p>
<p><strong>Quali sono i Paesi che sponsorizzano South Stream?<br />
</strong></p>
<p>Il 6 agosto del 2009 il premier russo Putin e quello turco Erdogan hanno firmato un accordo definitivo su South Stream. All’incontro di Ankara era presente anche Silvio Berlusconi. Il 22 ottobre successivo, i tre leader hanno discusso a distanza sul buon andamento del progetto.</p>
<p><strong>Qual è il ruolo di Mosca?</strong></p>
<p>Oggi la Russia è il maggior esportatore di prodotti energetici al mondo. Se il progetto South Stream dovesse davvero realizzarsi, il Gas russo potrebbe arrivare facilmente in Italia. Tra i due Paesi infatti non ci sono ostacoli naturali insormontabili.</p>
<p><strong>Perché agli americani non piace South Stream?</strong></p>
<p>Grazie al Gas, Vladimir Putin sta corteggiando sia il premier turco Erdogan sia il premier italiano Berlusconi. Cioè due Paesi centrali nell&#8217;assetto strategico dell&#8217;Alleanza Atlantica. La politica estera italiana sull&#8217;energia, in particolare, desta una certa preoccupazione nell’amministrazione americana.</p>
<p><strong>Qual è l&#8217;alternativa americana al South Stream?</strong></p>
<p>Il gasdotto “Nabucco” è stato concordato il 12 luglio 2009 fra Turchia, Austria, Ungheria, Romania e Bulgaria. Trasporterà 30 miliardi di metri cubi di Gas all’anno dal Caspio in Europa.</p>
<p><strong>Perché il Nabucco è meno realistico del South Stream?<br />
</strong></p>
<p>Per costruire il Nabucco non basteranno solo i giacimenti dell’Azerbaigian. Serviranno anche quelli di Iraq e Iran, ma si tratta di Paesi instabili politicamente e che quindi non offrono grosse garanzie nella produzione e negli approvvigionamenti.</p>
<p><strong>E&#8217; vero che l&#8217;Europa rischia di rimanere senza Gas?<br />
</strong></p>
<p>Evocare lo spettro della ‘sicurezza energetica’ in Europa vuol dire fare terrorismo psicologico. Vediamo perché:</p>
<p>- la produzione di Gas è in aumento in tutto il mondo</p>
<p>- non ci sono problemi legati alle riserve e alle scorte</p>
<p>- l&#8217;uso del Gas liquido sta modificando l&#8217;intero ciclo dell&#8217;approvvigionamento</p>
<p>- le tecnologie fanno continui passi avanti</p>
<p>- il Gas inquina meno del petrolio e del carbone</p>
<p><strong>Quali sono i problemi nella realizzazione di un gasdotto? </strong></p>
<p>- trovare i giacimenti</p>
<p>- decidere in quali Paesi far passare le tubazioni</p>
<p>- mettere in produzione i giacimenti</p>
<p>- trovare gli investimenti per le infrastrutture di trasporto</p>
<p>- problemi tecnici</p>
<p>- problemi geopolitici. I giacimenti si trovano spesso in zone di conflitto come il Caucaso</p>
<p>- le richieste del mercato</p>
<p><strong>Qual è il rapporto tra South Stream e il &#8220;Corridoio VIII&#8221;?<br />
</strong></p>
<p>Il “Corridoio VIII” è uno dei corridoi paneuropei individuati da Bruxelles nel 1991 per trasportare merci e persone dall’Europa Orientale a quella Occidentale. Il percorso del Corridoio VIII ricalca quello di South Stream: Bulgaria, Macedonia, l’Albania, fino ai porti di Bari o Brindisi in Italia.</p>
<p><strong>Quali sono i problemi del Corridoio VIII<br />
</strong></p>
<p>Il segretariato del Corridoio VIII, di base in Puglia, è stato sospeso. Non  ci sono finanziamenti a sufficienza da parte della UE e del governo italiano. La gestione corrente è affidata alla Fiera del Levante Servizi.</p>
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		<title>Nè eroi nè anti-eroi. Il caso Saviano e la responsabilità dei lettori</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Jun 2010 11:26:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro dal lago]]></category>
		<category><![CDATA[gomorra]]></category>
		<category><![CDATA[responsabilità del lettore]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Saviano]]></category>

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		<description><![CDATA[di Annarita Favilla.* Seppure a distanza di quattro anni dalla sua uscita nelle librerie, è ormai impossibile leggere di “Gomorra” nei soli termini di una discussione letteraria. Da un lato, il primo romanzo di un ventisettenne che dà forma a un genere di difficile definizione; dall’altro, un’opera che diventa immediatamente “caso editoriale”: in sintesi, un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2052" title="popart8cfa7dd04e1bd31e76caf38496c8c32923a6ad8a" src="http://www.noaweb.it/public/popart8cfa7dd04e1bd31e76caf38496c8c32923a6ad8a-300x300.jpg" alt="popart8cfa7dd04e1bd31e76caf38496c8c32923a6ad8a" width="149" height="160" />di <a href="http://www.noaweb.it/?s=annarita+favilla" target="_blank"><strong>Annarita Favilla</strong></a>.* Seppure a distanza di quattro anni dalla sua uscita nelle librerie, è ormai impossibile leggere di “Gomorra” nei soli termini di una discussione letteraria. Da un lato, il primo romanzo di un ventisettenne che dà forma a un genere di difficile definizione; dall’altro, un’opera che diventa immediatamente “caso editoriale”: in sintesi, un libro destinato a trascinare il lettore in un “Viaggio nell&#8217;impero economico e nel sogno di dominio della camorra”, come recita il sottotitolo, scritto da un giovane freelance campano e pubblicato da Mondadori. Se le dinamiche editoriali e mediatiche si sovrappongono alla natura letteraria e alla forza civile della scrittura di Saviano, è il caso di svelare e di analizzare il meccanismo che ha permesso l’intersezione dei due piani. È quanto <a href="http://www.manifestolibri.it/vedi_indice.php?id=547" target="_blank"><strong>Alessandro Dal Lago </strong></a>tenta di fare nel suo pamphlet, al di là di probabili forzature e di (inevitabili e) sterili ripercussioni mediatiche. <span id="more-2051"></span></p>
<p>Ed è un meccanismo che chiama in causa la sinistra italiana. Perché se la gente santifica e pende dalle labbra delle icone mediatiche, sentendosi così mondata dalla sua responsabilità civile, dipende soprattutto dal fatto che tutti coloro (intellettuali, sociologi, giornalisti, editori) che avevano i mezzi, in tutti questi anni, per scardinare “l’effetto-icona”, e quindi ovviare alle strumentalizzazioni politiche dei “personaggi” (Saviano come tanti altri), non hanno fatto abbastanza su questo fronte.</p>
<p>Che si voglia porre l’attenzione sul ‘libro’ , e quindi sul suo contenuto, piuttosto che sul ‘prodotto editoriale’ &#8211; cioè sul contenuto della sua forma -, resta il fatto che in pochi mesi Gomorra ha raggiunto la cima delle classifiche con 2,5 milioni di copie vendute in Italia, e lì è rimasto per lungo tempo, guadagnando numerosi riconoscimenti letterari in Italia ma soprattutto all’estero e la traduzione in 52 lingue e altre 2milioni di copie vendute nel mondo (il libro è finito col diventare best seller in 12 pesi). Da quel momento, Roberto Saviano entra nel circuito mediatico, e il suo nome e il suo volto acquistano notorietà pubblica e vengono inevitabilmente associati, nella rappresentazione che i media stessi promuovono, alla sua denuncia di forte impatto del Sistema-Camorra. Così, in chi leggerà direttamente il romanzo, o presso il pubblico dei lettori e presso l’opinione pubblica in generale, ecco che si viene a creare quell’immagine di Saviano tutt’uno col suo Gomorra.<br />
“Il caso Gomorra” diventa automaticamente “il caso Saviano”, a sottolineare giustamente come in chi legge Gomorra, proprio per come narrativamente è stato costruito, possa scattare il meccanismo di identificazione col ‘narratore’ che si propone nelle vesti di colui che cerca di stanare il male nascosto nell’ombra, per portarlo alla luce. Una sana e attenta discussione critica sui complessi meccanismi e sui piani narrativi che &#8211; più o meno intenzionalmente &#8211; Saviano ha utilizzato in Gomorra, sul suo maggiore o minore valore letterario rispetto ad altri libri meno pubblicizzati, nonché su che tipo di romanzo sia Gomorra e su quali possano essere oggi in Italia l&#8217;importanza e i limiti di un genere che confina con l&#8217;inchiesta e la denuncia giornalistica, è una discussione lecita e auspicabile, perché, per lo meno, questo tipo di contributo attesterebbe l’esistenza di una vita culturale e letteraria indipendente e vitale.<br />
A giudicare dalle ultime querelle, invece, si stenta ad assumere il compito di guardare le cose nella loro complessità e durata, di spiegare e squadernare gli intrecci tra il potere della comunicazione politica e il mondo editoriale-mediatico-letterario contemporaneo, di cui senza dubbio Gomorra e Saviano rappresentano un emblema.<br />
Al di là di ogni personalismo, bisogna ammettere che tutti abbiamo le nostre responsabilità, sia chi non si informa abbastanza e preferisce una spiegazione più facile e rassicurante senza porsi altre domande; sia chi direttamente immette quelle spiegazioni nello spazio mediatico. Perché è esattamente questo che permette all&#8217;Italia di non crescere culturalmente.<br />
Ma ciò non è imputabile certamente a Saviano, o comunque non può essere una responsabilità completamente rovesciata sulle sue spalle solo perché ha avuto successo. Saviano dovrebbe essere considerato uno scrittore, un giornalista indipendente da ogni schieramento già precostituito di idee; uno che fa il suo lavoro e lo fa bene, non l’unico, ma uno la cui opera va apprezzata per questo. Saviano subisce il &#8216;Savianismo&#8217;; al di là degli ammonimenti di Ingroia e di Dal Lago non è difficile pensare quanto Saviano abbia voglia di “salvarsi dal suo personaggio”.<br />
Il fatto è che, per usare una frase abusatissima, qui quasi nessuno pare abbia davvero voglia di “guardare la luna anziché il dito”. Gli intellettuali, le opinioni libere &#8211; quelle sempre condannate a morte &#8211; proprio non le riusciamo a riconoscere, custodire e difendere inconfutabilmente come una ricchezza civile.<br />
Roberto Saviano non ha scoperto la camorra, nessuno può essere così stupido da pensarlo, ma ha il grande merito di aver contribuito a smuovere le coscienze italiane e mondiali su una realtà che prima dell’uscita del suo libro era conosciuta solo negli ambiti ristretti delle indagini antimafia e di alcune cronache campane. Ha il merito di “aver messo gli occhiali” all’opinione pubblica, come suggerisce l’immagine di Anna Maria Ortese in “Il mare non bagna Napoli”, quando la piccola Eugenia indossa finalmente un paio di occhiali e guardando tutto intorno il suo cortile comincia a tremare e a vomitare. Questo è ciò che dovrebbe fare un intellettuale. Roberto Saviano, che piaccia o no, è un ragazzo che ha il merito di saper parlare ai ragazzi come lui; è capace di chiarire loro le situazioni, di andare al nodo centrale delle cose, e di infondere fiducia nelle possibilità che ognuno ha, e deve avere, per contrastare l’omertà attraverso il potere della parola.<br />
Il suo è un gesto, è la scelta di una strada, un modo per stare al mondo. E questo non fa di lui un grande Eroe, ma ne fa un esempio significativo. Un esempio diverso da Borriello. Se non si deve parlare di letteratura, che almeno si parli di questo. E se si vuole fare gli anti-Eroi fino in fondo, allora che si faccia una battaglia per eliminare il continuo (ab)uso di tutte le etichette popolari e populiste mediatiche, quelle di Saviano e quelle di Borriello, perché chiunque partecipa alla diffusione delle informazioni e delle idee nel nostro paese ha il dovere di comprendere e far comprendere, non di puntare il dito. Infine, bisognerebbe guardare ai fatti e non agli Eroi; piegare i giochetti mediatici tanto di moda per nuove proposte di senso.<br />
Bisogna parlare di Gomorra, bisogna che Saviano parli, bisogna che i giornali maggiori supportino la lotta quotidiana dei giornalisti locali, bisogna che i giornalisti locali continuino le loro lotte, bisogna parlare dei libri meno noti pubblicati da giornalisti e magistrati al Sud; c’è bisogno di denunciare, di opporsi al divieto delle intercettazioni, di prendere atto ogni giorno della deriva della nostra classe dirigente, di autorappresentarci poiché nessuno più ci rappresenta, di guardare allo scacchiere sempre in movimento delle sfide economico-politiche mondiali, di pensare con la propria testa. Non c’è proprio bisogno, in questo momento, di impegnarsi tanto nel delegittimare chi invece ha denunciato facendo nomi e cognomi. Fino a prova contraria qui chi continua a fare affari è la mafia.</p>
<p><em><strong>(Annarita Favilla ha partecipato ai Seminari di Questioni di Frontiera)</strong></em></p>
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		<title>La rivolta in Thailandia tra gli slums di Bangkok e i paradisi turistici</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Jun 2010 20:57:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[mondo]]></category>
		<category><![CDATA[camicie rosse]]></category>
		<category><![CDATA[Sicurezza]]></category>
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		<description><![CDATA[di Mariano T. Intini Sono ancora vive negli occhi dei telespettatori le immagini della rivolta delle camicie rosse in nome del ritorno al potere dell’ex primo ministro Thaksin Shinawatra, e della controffensiva delle autorità Thailandesi che spegneva nel sangue la sommossa popolare nella capitale. Di mezzo la morte del fotoreporter italiano Fabio Polenghi, ucciso mentre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2022" title="Thailand Politics" src="http://www.noaweb.it/public/camicie-rosse-300x210.jpg" alt="Thailand Politics" width="170" height="160" />di <strong>Mariano T. Intini </strong>Sono ancora vive negli occhi dei telespettatori le immagini della rivolta delle camicie rosse in nome del ritorno al potere dell’ex primo ministro Thaksin Shinawatra, e della controffensiva delle autorità Thailandesi che spegneva nel sangue la sommossa popolare nella capitale. Di mezzo la morte del fotoreporter italiano Fabio Polenghi, ucciso mentre svolgeva il suo lavoro per alcune testate europee. In questo scenario cruento, c’è il bizzarro panorama del resto del paese, assorto in un sonno indifferente rispetto a quanto avviene a Bangkok. In molte aree del paese e persino in alcune zone limitrofe della capitale la vita scorre in piena serenità. La normale routine quotidiana non si è interrotta. In alcuni quartieri di Bangkok tutto sembra procedere normalmente, come se nulla fosse, come se nulla stesse accadendo di lì a pochi chilometri. <span id="more-2002"></span></p>
<p>A riguardo anche il sito ufficiale del Ministero degli Esteri italiano, nella rubrica “Viaggiare Sicuri”, restringe le aree di pericolo alla capitale e consiglia ai turisti che si approssimano a recarsi a Bangkok di evitare semplicemente alcune zone specifiche. In particolare vengono sconsigliate tutte quelle aree nelle quali sono presenti corpi istituzionali dell’apparato statale, insieme ai centri commerciali.</p>
<p>La situazione muta radicalmente in riferimento alle restanti zone della Thailandia. Si pensi a Phuket, paradiso terrestre che molti considerano abbastanza vicino a Bangkok da essere pericoloso. Il sito “Phuketwan.com”, per bocca del giornalista Alan Morrison, invita i turisti a recarsi a Phuket e di non cancellare le loro vacanze a seguito della situazione venutasi a creare a Bangkok. Lo stesso Ministero degli Esteri, per bocca del sito “Viaggiare sicuri”, segue la linea tracciata da Alan Morrison. Viene attribuita l’etichetta sicure “a  tutte le aree normalmente aperte al turismo. Le città thailandesi sono, in linea di massima, sicure. Può essere tuttavia opportuno evitare, soprattutto nelle ore serali, le zone periferiche, così come quelle in cui si svolgono attività non connesse con il turismo propriamente detto”.</p>
<p>A ben vedere, però, la situazione sociale delle zone costiere e delle isole è profondamente diversa da quella degli slums di Bangkok. La stratificazione sociale e le condizioni economiche degli abitanti di queste aree sono radicalmente differenti. Le coste e le isole hanno ricevuto i maggiori benefici proprio dai capitali provenienti dal mercato turistico. I sobborghi di Bangkok, dai quali è nata la sommossa popolare, vivono in condizioni pessime, ai limiti della sussistenza. Il diverso livello di sicurezza tra Bangkok e il resto del paese, se a prima vista può apparire paradossale, ad un’analisi più approfondita rivela in tutta la sua complessità le divergenze profonde in seno alla società Thailandese.</p>
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